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Ludwig Feurbach


Viene dalla sx hegeliana. Ha influenza su Marx. È fondatore dell’ateismo filosofico dell’ ‘800. Nasce nel 1804 in Baviera e muore a Rechenberg. Frequenta la scuola di Hegel ma sua carriera accademica è sventrata per le sue idee religiose in “Pensieri sulla morte e immortalità” del ’30. Si ritira a Bruchenberg a studiare da solo. Su invito di studenti di Heidelberg tiene lezioni su religione nel ’48. Passa i suoi ultimi anni a Rechenberg in miseria.
È un fervente hegeliano ma poi si stacca in “Critica della filosofia hegeliana”. Negli anni ’40 pubblica “L’essenza del cristianesimo”: opera fondamentale e nel ’45 “L’essenza della religione”. Quello che scrive dopo sono corollari a queste 2 opere.
In lui c’è l’esigenza di capire cos’è l’uomo nella sua concretezza. Si propone dal punto di vista teleologico e metodologico: critica radicale del metodo di rapportarsi al mondo tipico dell’idealismo.
Rapportarsi al mondo con la religione = stravolgere la relazione tra concreto e astratto, tra soggetto e predicato. L’essere per lui è il soggetto del quale si può predicare. Nell’idealismo: contrario. Hegel: rovescia ponendo in primis il pensiero e poi predica il soggetto, l’essere. Per Hegel il pensiero è soggetto primo, per Feuerbach questo è astratto. Hegel fa del concreto l’astratto e dell’astratto il concreto.
Feuerbach denuncia l’equivoco di fondo dell’idealismo: cioè di fare del finito un predicato, un attributo dell’astratto (Dio, l’Assoluto). Per Feuerbach bisogna mettere al centro l’essere e fare del pensiero il predicato. L’essere non deriva dal pensiero ma il contrario. L’idealismo offre una visione rovesciata delle cose, dove la causa (concreto) si configura in Hegel come ciò che viene dopo e ciò che viene dopo come ciò che avviene prima. La filosofia di Hegel è astratta, bisogna: inversione radicale. Idealismo e la religione hanno capovolto ciò. L’inizio della filosofia non è Dio, l’assoluto ma il finito, il reale. Feuerbach applicando questa sua impostazione alla religione, afferma che Dio, l’astratto non è creatore degli uomini, non è l’astratto che ha creato il concreto. Per lui è l’uomo, il concreto che ha creato l’astratto, Dio.
Dio è la proiezione illusoria di alcune qualità umane, è prodotto dall’immaginazione che raccoglierebbe in sè tutto ciò che non abbiamo a pieno. Gli uomini hanno limiti. Creano Dio a cui attribuire le qualità umane all’ennesima potenza. Le imperfezioni degli uomini diventano perfezioni in Dio. La teologia è un’antropologia rovesciata. Parla dell’uomo idealizzato. La religione va capovolta per capire cos’è l’uomo, l’insieme dei rapporti con sé stesso. Dio è l’essenza dell’uomo personificata. L’antropologia è la chiave per capire la teologia.

Dio: proiezione, desiderio dell’uomo, essenza personificata dell’uomo. La teologia è antropologia rovesciata.
Nell’opera: l’uomo ha coscienza di sé come individuo e come specie a differenza dell’animale. Come individuo è debole, come specie si sente onnipotente, infinito perché la specie non muore. Deriva la figura di Dio: personificazione, frutto dell’immaginazione, personificazione della qualità della specie. La religione è la coscienza dell’infinito, infinitezza della propria specie. Scorge l’idea di Dio nell’opposizione tra volere e potere. Si costruisce un’immagine dove tutti i desideri sono pienamente realizzati, non c’è in esso opposizione tra volere e potere. Rispetto alle divinità greche, antiche: limitate perché lo sono i desideri, sono uomini con limiti, nel cristianesimo non c’è l’idea del limite, Dio è l’ottativo del cuore umano.
Feuerbach vede il sentimento di impotenza davanti alla natura; l’uomo adora cose senza le quali non potrebbe vivere (Maia adorano il sole, altri popoli adorano sale, acqua, terra). Fanno di questi aspetti un Dio.
L’idea di Dio nell’uomo è articolata. La religione è una forma di alienazione (per Hegel: è idea che esce da sé e si oggettivizza nella natura), è uno stato patologico per cui l’uomo tende a scindersi, proietta fuori di sé una potenza superiore alla quale si sottomette anche crudelmente con sacrifici a Dio. La religione è frutto dell’alienazione patologica, in virtù della quale tante più qualità da Dio, tante più ne toglie a sé.

Gloria di Dio = abbassarsi. Più innalzo Dio, più l’uomo si abbassa. Se esalto la sapienza di Dio, sottolineo l’ignoranza, la miseria, la debolezza umana. Questo è un pensiero malato e per uscire dall’alienazione: ateismo: atto di onestà filosofica e di dovere morale.

Per lui, come per Comte è arrivato il tempo storico in cui l’uomo non può farsi male, deve recuperare la sua dimensione, le cose belle e buone che finora ha attribuito a Dio, deve riscoprirle in sè e valorizzarsi. Ciò che nella religione è soggetto, deve diventare predicato dell’uomo. Bisogna appropriarsi di ciò che è l’essenza dell’uomo.
La filosofia non deve porre il finito nell’infinito (in Hegel il finito trova senso nell’infinito) ma al contrario bisogna risolvere Dio, l’infinito nel finito, nell’uomo: inteso come singolo e non come umanità.
L’ateismo non ha carattere negativo (non è non credere in Dio). Credo in Dio ma non nel Dio della tradizione, ma nel Dio che è uomo. Bisogna divinizzare l’uomo, cercare nell’uomo le sue qualità. Nasce una nuova religione: umanesimo. Tutti i filosofi avvertono la novità del tempo che cambia. C’è industria, progresso.
La filosofia nella sua forma più alta diventa umanesimo naturalistico. Umanesimo perché il soggetto è l’uomo, naturalistico perchè fa della natura la realtà.

Feuerbach: “siamo ciò che mangiamo”. L’uomo non è concetto astratto, è ciò che mangia e ciò non porta solo a un materialismo o all’idea di corpo. L’uomo è unità metafisica, è un tutt’uno e per migliorare le condizioni spirituali bisogna migliorare anche quelle materiali. C’è coscienza e sviluppo di intelligenza se anche le condizioni materiali sono soddisfatte. Ciò che mangiamo non resta tale ma diventa cuore, cervello, sangue.

La religione è antropologia capovolta, ciò implica che l’hegelismo è teologia razionalizzata che costituisce una versione razionale, speculativa della teologia in Occidente. L’hegelismo è l’ultima grande forma di teologia razionalizzata. Nell’hegelismo: vero soggetto è lo spirito. Per Feuerbach ciò è residuo dell’alienazione che noi produciamo. Lo spirito non esiste, è frutto di un’astrazione. La razionalità di Hegel è fuori dall’uomo; astrarre l’essenza della natura = uscirne, l’essenza dell’uomo è fuori.
La filosofia di Hegel ha estraniato l’uomo da sé stesso. Hegel è termine ultimo dell’evoluzione del pensiero occidentale ma porta allo smarrimento dell’uomo.
Il fatto di prendere l’uomo concreto è una creazione della filosofia di Feuerbach incentrata sull’uomo in carne ed ossa, capace di cogliere nel testo ciò che per Hegel è una nota a piè di pagina. Si torna all’umanesimo /filantropismo: l’uomo è l’unico soggetto e il suo fondamento sta nella natura. La nuova filosofia è l’antropologia umana, che rifiuta l’uomo come spirito, pura razionalità, è essere che vive, soffre, patisce, deve mangiare, bere, riprodursi. È essere di carne e sangue condizionato dal corpo come Schopenhauer. C’è sensibilità. Il reale nella sua realtà è un tutt’uno. L’uomo non è solo conoscenza, ma anche sensibilità: ha valenza pratica, è legata all’amore, che è la passione più forte dell’uomo. esso partecipa all’essere quanto più ama. L’amore è prova ontologica di un oggetto fuori da noi stessi. L’amore ha il potere di aprirci alla realtà.
L’uomo non può stare da solo, ha bisogno degli altri. L’io non può stare senza il tu e ciò lo dimostra la biologia. Rapporto uomo – donna = complementarietà. Parla di comunismo filosofico: del fatto che l’uomo per essenza deve vivere in società, è fatto di relazioni. Si eleva al concetto non da solo ma insieme con l’altro. Il bambino percepisce attraverso la mamma il mondo esterno. È vero soltanto ciò che vede l’altro.

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