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Partendo dall’insegnamento di Alberto Magno a Colonia, si forma una scuola domenicana tedesca, che si divide in maestri che scelgono di rimanere fedeli a Tommaso d’Aquino, mentre altri risentono molto più direttamente di alcuni temi albertini. Eckhart è la figura più innovativa e originale in questo contesto. Nasce nel 1260, nel 1293 è baccelliere sentenziario a Parigi. Segue un periodo di alternanza Parigi-Germania. Nel 1324 la direzione dello studium generale a Colonia. Morto nel 1328, è una figura difficilmente classificabile, a dispetto dell’etichetta di “mistico”. La sua opera maggiore è Opus tripartitum, divisa in un testo di teologia assiomatica (Opus propositionum), raccolta di questioni disputate (Opus quaestionum) e un’esegesi scritturale corredata da una raccolta di sermoni (Opus expositionum). Novità è la scelta di affiancare il volgare tedesco al latino, che permette di far filtrare, anche in testi non dedicati a un pubblico specialistico, temi filosofici di grande spessore.

Difende l’ideale dell’unione, o “unizione” con Dio. Ma non è un qualcosa di paragonabile all’estasi mistica, quanto piuttosto la ripresa di un tema di fondo della tradizione neoplatonica congiunto alla dottrina araba dell’intelletto. L’unità a cui bisogna mirare ha già in realtà un fondamento ontologico: nell’anima dell’uomo si trova infatti una parte increata che è l’immagine divina in noi. Si ha la presenza originaria di Dio nel nostro centro più intimo. Il compito a cui l’uomo è chiamato è dunque quello di ritrovare in sé stesso la coincidenza tra il proprio fondo e il fondo di Dio.
È necessario un doppio e simmetrico processo di spoliazione.
A. Spogliare Dio di tutto ciò che gli deriva dal suo essere in rapporto con le creature, per giungere al suo fondo più puro o alla sua essenza più pura, alla nuda deità. Il Dio in relazione non è già più Dio.
B. L’uomo deve spogliarsi delle sue proprietà e prerogative personali, deve cioè rinunciare a ogni volontà e a ogni possesso, deve farsi “povero” non solo materialmente, ma anche e ancor più, spiritualmente. Non vuole niente, neppure Dio, perché in tal caso continuerebbe a volere un “Dio” prigioniero delle relazione e delle rappresentazioni, e non Dio in sé.
Bisogna negarsi a Dio come luogo in cui Egli possa operare, così che l’uomo “povero” Lo restituisca alla sua essenza più pura, anteriore a ogni attività e a ogni relazione. Il “Dio” che dipende dalle esigenze creaturali è invece un dio inautentico e puramente strumentale. Bisogna riscoprire quello stato originario in cui, prima della creazione, Egli era già Dio, e Dio non era ancora “Dio”: l’essere di “Dio” ha infatti inizio solo congiuntamente all’essere creaturale, ed è indissociabile da esso. Lo scarto tra Dio e essere incrina la tradizionale identificazione di questi due elementi. Dio è essenzialmente e in primo luogo pensiero, intelletto, e solo secondariamente essere, dal momento che quest’ultimo ha sempre a che fare con le creature ed esprime pertanto una forma di limitazione. L’esser genuino di Dio viene poi identificato con il nulla o con il non-essere, ovvero con qualcosa di completamente diverso dall’essere che ha a che fare con la causalità e la creazione. L’intelletto esprime invece ciò che di più nobile e attuale si possa concepire nella divinità. È una metafisica dell’intelletto, quest ultimo viene considerato in Dio come fondamento di ogni altro attributo, e nell’uomo come l’immagine increata di Dio in cui è possibile tornare a ristabilire l’unità originaria.

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