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Tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX, infatti, si fece sempre più chiara la consapevolezza che gli sviluppi delle scienze matematiche e fisiche stavano mettendo in crisi le categorie fondamentali su cui la scienza moderna si era basata. II programma di ricerca che aveva animato la scienza moderna, quel meccanicismo che si proponeva di ridurre ai principi della meccanica l'intero sapere, si rivelava incapace di dar conto di determinati ambiti di realtà, dai fenomeni elettromagnetici a quelli termodinamici. Le alternative che si presentavano erano due;
I. riconoscere il fallimento della ragione scientifica, utile sul piano pratico ma incapace di cogliere le vere strutture del reale. I seguaci di questa via optarono per forme di conoscenza alternative alla ragione scientifica, che per vie intuitive, irrazionali permettessero l'accesso a quella realtà che sembrava sfuggire alla scienza;

II. ammettere che il meccanicismo non aveva un valore assoluto, ma era valido solo entro certi limiti e per Io studio di particolari sistemi. Chi avesse scelto questa via avrebbe dovuto rivedere il concetto di razionalità, ricercando nuove basi del sapere scientifico.

Questo periodo di dibattiti nella filosofia e nella scienza, che coinvolsero categorie della conoscenza come quelle di numero, spazio, tempo, causalità, e che portarono a ripensare i rapporto epistemologico tra soggetto e oggetto, prese il nome di crisi dei fondamenti.

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