Cartesio

Con lui si passa dal Rinascimento all’età moderna. È il fondatore del razionalismo: vede nella ragione la principale fonte di verità e lo strumento per elaborare una nuova visione del mondo. Teorizza il metodo, ma in un senso più pratico di quello galileiano, che lo avvicina più a Bacone. Vuole anche lui estenderlo a ogni ambito del sapere. Nel Discorso sul Metodo critica i suoi primi studi perché l’hanno confuso e cerca un modo di orientare la sua indagine. Per questo formula il metodo, grazie a tre sogni miracolosi che gli indicano la via. Partecipa alla guerra dei trent’anni e viaggia per gli studi in Europa. Si stabilisce in Olanda per la libertà religiosa e filosofica e scrive il Discorso sul Metodo (che è una prefazione) che attenderà di pubblicare dopo aver saputo della vicenda di Galilei. Come Montaigne, lui non vuole insegnare il metodo, ma solo descriverlo a se stesso (infatti parla in prima persona).

Il Metodo cartesiano è sia teoretico (conoscere la natura) sia pratico (possedere la natura) e deve far distinguere il vero dal falso e dovrà avere un fine pratico circa l’utilità e i vantaggi dati dalla scoperta. Attraverso il metodo si può quindi arrivare a costruire congegni meccanici che aiutino l’uomo e lo facilitano riducendo la fatica e aumentando la durata di vita. Il fine del metodo è quello di liberare l’uomo dalla fatica e da malattie psichiche e fisiche. Questo metodo è universale perché valido in ogni campo ed è matematico perché si basa su ragionamenti matematici. Ma deve essere filosoficamente giustificato, dicendo che la matematica è già inclusa nel metodo e il suo fondamento vero è l’uomo inteso come soggetto (sub-iectus, che sta sotto, che regge) pensante.
Le regole sono quattro: l’evidenza (è vero solo ciò che crediamo chiaro), l’analisi (da un problema a sottoproblemi più semplici), la sintesi (da conoscenze più semplici a più complesse) e l’enumerazione (che conferma l’analisi) e revisione (che conferma la sintesi), per non dimenticare niente.
La legittimazione del metodo si individua nel dubbio. Il dubbio è prima metodico, che afferma che si deve dubitare di tutto e non dare niente per scontato. Il dubbio metodico ci dice che dobbiamo dubitare delle conoscenze sensibili e poi anche di quelle matematiche. Da qui si va al dubbio iperbolico, supponendo l’esistenza di un genio maligno che ci crea e ci fa apparire vere cose che in realtà sono false. Dunque il dubbio si estende a ogni cosa e diventa iperbolico (o universale). Ma vi è una conferma, e cioè che “io” esisto come res cogitans (come soggetto pensante, non come corpo, perché del corpo non si ha ancora la certezza), proprio perché potrei essere ingannato. Il dubbio viene confermato proprio perché c’è la certezza della nostra esistenza, perché dubita solo chi esiste (cogito ergo sum).

Dio come giustificazione metafisica delle certezze umane
•• L’autoevidenza del cogito ci assicura la nostra esistenza come res cogitans, che ha idee, ma non sappiamo se queste idee nella (nostra) mente siano veraci (vere) fuori di me.
•• L’ipotesi del genio maligno non ha negato la nostra esistenza, ma anzi l’ha confermata. Ma questo potrebbe continuare a ingannarci facendoci apparire come evidente il falso. Dobbiamo quindi dimostrare l’esistenza di un dio buono che non inganna l’uomo. Il Dio per Cartesio infatti non ha valore teologico, ma gnoseologico, perché Dio è il fondamento di tutto ciò che è reale ed esiste.
•• Per dimostrare l’esistenza di Dio, Cartesio stila delle prove “a priori”, partendo dal cogito. Per la prima prova, organizza le idee (che rappresentano un oggetto) in: innate (in me da sempre), avventizie (dal di fuori), fattizie (create con la mia immaginazione: un ibrido tra le due precedenti).
•• La prima prova: per scoprire se le idee esistono nella realtà basta interrogarsi sulla causa. Il dubbio viene con l’idea di Dio, e dunque quella di infinito. È impossibile che noi, limitati e imperfetti, possiamo pensare qualcosa d’infinito e perfetto. Queste idee sono infatti innate, come la certezza di essere res cogitans. La causa dell’infinito sta dunque fuori di me. Ma per Cartesio l’idea deve rispecchiare la realtà e viceversa. Dunque, soltanto una sostanza infinita e perfetta potrà essere il corrispettivo dell’idea di infinito e di perfezione.

In sintesi: la mente è limitata e non può aver causato in autonomia l’idea di infinito e di perfetto. Solo un essere con queste qualità è la causa e questo è Dio.
•• La seconda prova: si parte dal fatto che penso (cogito) e quindi dubito. Ma l’azione del dubitare è in sé imperfetta, perché si è alla ricerca della certezza, che è perfetta. E se mi riconosco come essere finito e imperfetto, vorrà dire che dovrà esserci un essere più perfetto del mio. Infatti, se fossimo la causa di noi stessi, ci saremmo creati con l’idea di perfezione che è di Dio, e quindi perfetti. È evidente che non siamo noi i creatori di noi stessi, ma la causa è Dio.
•• La terza prova (ontologica): se concepiamo Dio come perfetto, deve per forza esistere, perché l’esistenza è una delle sue perfezioni necessarie. Non si può concepire un essere perfetto che non esista.
••• Le tre tre prove generano delle critiche:
La critica di circolo vizioso di Arnauld: è un circolo vizioso perché si vuole dimostrare l’esistenza di Dio soltanto tramite l’evidenza e questa si regge grazie all’ipotesi di un Dio buono che non inganna l’uomo.
La critica alla prova ontologica (3) di Gassendi: per questo, l’esistenza non è un concetto e non può essere definito. L’esistenza indica che “è” anche fuori della mente di chi la pensa. E proprio perché l’esistenza è extramentale ci assicura delle proprietà. Infatti, se una cosa non esiste, non vuol dire che è imperfetta, ma che semplicemente non esiste.
La critica all’innato dell’idea di infinito (1) di Gassendi: per Gassendi l’idea di infinito deriva dall’esterno, dalla comunicazione tra gli uomini e si crea come alternativa alla nostra imperfezione e finitezza osservandoci.
La risposta di Cartesio a Gassendi: Cartesio risponde senza dire nulla di nuovo, ma solo ricordando che dubitare (e quindi pensare) ci rende imperfetti e che il pensiero non può giudicarsi imperfetto e finito senza l’idea innata di un essere come Dio: l’uomo ricava l’idea di imperfezione dall’idea di Dio, e non viceversa. La percezione dell’infinito viene prima di quella del finito.
In sintesi: la certezza di sé presuppone la certezza di Dio.
È su Dio che si basa tutta la speculazione filosofica di Cartesio. Dio è la causa e senza di lui non ci sarebbe neanche la res cogitans. E Dio, essendo buono e perfetto, non può ingannarmi.
•• Tutto ciò che appare chiaro ed evidente deve essere vero, perché Dio lo garantisce come tale. Dio è dunque il “medium” che ci fa passare dalla certezza di noi come res cogitans alla certezza del mondo come res extensa.
•• Ma l’errore è possibile: poiché l’intelletto è limitato e la volontà è molto più estesa, è possibile che si arrivi con la volontà dove l’intelletto non è certo. L’errore non esisterebbe se dessi il mio giudizio solo intorno a ciò che appare chiaro e certo (evidente) all’intelletto. Ma la volontà è libera e grazie alla sua “ampiezza maggiore” è possibile l’errore. L’errore dipende solo dalla libertà di scelta che Dio ha dato all’uomo. Si può evitare solo seguendo il metodo e la regola dell’evidenza soprattutto.

Il dualismo cartesiano
L’evidenza serve dunque per eliminare il dubbio (che ci rende imperfetti) sulle cose corporee. L’idea è evidente e non può essere ingannevole.
Ma, facendo la distinzione tra proprietà oggettive e proprietà soggettive, secondo Cartesio, i corpi non possiedono tutte le qualità che noi pensiamo e percepiamo. Da accettare sono solo le qualità oggettive.
Dal momento che Cartesio ammette l’esistenza dei corpi, accanto all’Io, che è la res cogitans, vi è una sostanza corporea o estesa (res extensa).
La realtà è divisa in due parti (o zone) distinte (dualismo): 
(1) la res cogitans: incorporea, inestesa, consapevole e libera; 
(2) la res extensa: corporea, estesa o spaziale, inconsapevole e determinata.
Ma Cartesio deve riunire le due sostanze, cioè definirne il rapporto. Come trovare la relazione tra res cogitans (anima) e res extensa (corpo)?
Questo è possibile grazie alla ghiandola pineale (odierna epifisi), la sola parte del cervello a non essere doppia e unifica quindi le sensazioni provenienti dagli organi di senso (tutti doppi).

Il mondo fisico e la geometria
La fisica di Cartesio è divisa tra res cogitans e res extensa (dualismo). Finalmente depura anche meglio di Galilei la fisica dalle scorie del passato. Il meccanicismo cartesiano incide molto sulla mentalità scientifica del 600. Cartesio con il suo metodo tendeva però a generalizzare la visione della natura e i fenomeni naturali.
Cartesio non credeva nella casualità della natura, ma nella causalità: una oggettiva necessità causale. E questa necessità è logico-matematica. Dunque, si deduce dall’ipotesi grazie alla matematica.
Cartesio opera con la geometria non solo la metafisica, ma anche la fisica (salto dall’ordine logico a quello ontologico). Possiamo ritenere oggettive e certe solo quelle proprietà che si deducono da una trattazione geometrica. La geometria è l’unica scienza fisica ammessa da Cartesio.
Nella “Geometria” si parla della geometria analitica. Le scienze matematiche sono molteplici perché gli oggetti sono diversi, ma si collegano tutte (interscienze). 
La geometria analitica è l’unione della geometria degli antichi con l’algebra dei moderni.
Razionalizza l’algebra con un linguaggio che si adatta alla geometria. Diventa una “algebra applicata”.
Il sistema di riferimento in cui iscrivere la natura sono gli assi cartesiani.
La fisica è integralmente riconducibile alla geometria. Anche il tempo può avere una dimensione geometrica.
Tutta la fisica si riduce all’estensione e al moto, che hanno origine divina.
Materia = estensione + moto, dove l’estensione è infinita e il moto è l’unico motore (Cartesio non ammette la forza).
La materia: è infinita; non è fatta di atomi perché è indivisibile; non ha vuoto, ma solo corpo; ogni parte è uguale all’altra e le qualità le percepiamo noi.
Due leggi dominano l’universo: (1) principio d’inerzia; (2) principio della conservazione della quantità di moto.
Dunque, a noi la materia ci appare diversa e non omogenea per le diverse condizioni inerziali.
Il vuoto è riempito dall’etere (corpuscolo), che è formato da piccoli frammenti di materia.
In questo etere il moto cambia e non è più rettilineo, ma è circolare, come un vortice. Così si spiegano la gravità e i moti dei pianeti.
Il corpo dell’uomo è una macchina (meccaniscimo) e la res cogitans si serve di questo per esistere.
Cartesio aiuta la costruzione delle macchine con la sua filosofia che servono per far esplodere la rivoluzione industriale (in Inghilterra).

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