Mongo95 di Mongo95
Ominide 6472 punti

Tutta la scienza deve essere certa e indubbia. E non è necessaria una conoscenza che viene da qualcosa di oltre il nostro ingegno, il nostro nume naturale. Si deve tenere fuori dalla filosofia l’elemento teologico. Si trova già il tema del dubbio: se le scienze sono certe e evidenti, dovrebbero escludere il dubbio, ma esso è una fase preliminare alla scienza, indispensabile. Dubitare di tutto per poi però arrivare alla certezza. Ma qui si critica chi studia argomenti astrusi che non consentono di distinguere il vero dal falso. Se invece abbiamo dei dubbi, non siamo arrivati alla scienza, se non abbiamo un criterio per distinguere vero dal falso. Quindi la prima accezione del dubbio è quella conoscenza che non ci consente di decidere e distinguere il vero dal falso. Le cose dubbie sono messe sullo stesso piano del falso. Il probabile, dato che non esclude il dubbio, è come falso, non è scientifico. Questo è il dubbio che deve essere escluso, dubbio inteso come indecibilità.

Probabilità contro certezza, e la prima è come la falsità. La conoscenza solo probabile non è scientifica, e non è vero che con la certezza si conosce poco, questo lo pensano i fautori del sapere iniziatico. Questi grandi dotti non ammettono mai l’ignoranza, il sapere viene proposto come d’autorità. Una seconda accezione di dubbio è quella di dissenso. Se esistono due pareri diversi, è certo che almeno uno dei due si inganna, perchè esiste una sola verità. Se poi ha argomenti validi, esenti da dubbi, e lo si presenta, non si potrà dire di essere contrari. Si parla di nuovo delle dispute tipiche della Scolastica, che sono solo un metodo utile a esercitarsi, però hanno il limite che non sempre portano ad un risultato condiviso, con la dimostrazione della verità. Se un argomento è valido e certo come quelli della matematica, non si può dissentire poi a parole. Altrimenti è soltanto uso dell’argomentazione per vincere una disputa, non per cercare la verità. Ciò invece accade nelle vere dispute. Il secondo significato di dubbio da escludere dalla scienza è proprio questo, nel senso di falsità, torto.
Si ha invece fiducia incondizionata nella matematica, nell’analisi e nell’algebra. Ma non per questo quella maniera di filosofare viene condannata in toto, dato che le dispute hanno la funzione positiva di esercitare le menti dei giovani. Ma certamente ciò non basta nel cammino verso la verità, dato che è certezza. I sillogismi, che hanno validità e certezza nella loro sola forma, nella verità della loro premessa, sono solo “probabili” per Cartesio. Ma anche Aristotele parlava di alcuni sillogismi retorici, modi di argomentare non sul piano della retorica, le cui premesse non sono certe e quindi le conclusioni sono solo probabili, cioè gli entimemi. Alla fine per Cartesio, logica e retorica, sempre distinte in Aristotele come metodi di conoscenza, sono invece messi sullo stesso piano, e entrambi rifiutati.
Se davvero non si sa trovare la verità, ci si è diretti solo vero il falso. I precettori servono, ma ad un certo punto bisogna scostarsene e trovare la guida in se stessi. Cartesio stesso non rinnega gli insegnamenti che ha ricevuto, benchè ora sia svincolato dal principio di autorità. Ha si imparato, ma ad un certo punto si deve far conto su se stessi, mettendosi in guardi dall’usare male il tempo che si è dedicato agli studi, provando piuttosto a usare meglio il proprio intelletto. Molti si impegnano solo sulle cose complesse, forse per voler dimostrare il proprio genio e superiorità. Ma questo non è l’obiettivo di Cartesio, che invece vuole universalità. Sottolinea quindi la necessità della semplicità, magari anche venendo preso in giro per la banalità, presentandosi come il “maestro di tutti”. Contro le congetture, sottilissime, argomenti che in quanto probabili sono come falsi, tipici della logica scolastici, così sottili e sofisticati che diventano solo strumenti per prevalere sull’altro e basta.
Congetture qui non viene inteso come ipotesi (scientifiche), quanto piuttosto conoscenza probabile, quindi un aspetto negativo. E più che altro sottili, capziose, al punto tale che si va a convincere anche se non si ha ragione. Solo l’aritmetica e la geometria sono esenti da difetti di incertezza. Il punto di riferimento si esplicità nelle matematiche, senza discussione. L’esperienza si riferisce a quella sensibile, che non è una base certa. Inoltre, si dice anche il mondo fisico non è del tutto trasparente, e per questo l’esperienza non è certa. Mentre il nostro sguardo, se ben guidato, è invece trasparente. La deduzione è inferenza, e può venire omessa. Solo se naturalmente si ha un’latra forma di conoscenza da sostituirle, cioè l’intuizione. Se invece la si usa, se è una vera deduzione, ci porta alla verità. Sempre che vi sia dietro l’uso della ragione. Ma non sta certamente pensando alla logica, quanto ancora una volta al ragionamento matematico. L’errore (deceptio, inganno, quindi qualche cosa che viene subita) non avviene per il nostro agire diretto, ma piuttosto per la non trasparenza della conoscenza sensibile. Perchè le percezioni ci ingannano, o meglio possono ingannarci? L’attenzione e la concentrazione sono fondamentali in questo senso. Nelle altre “arti” invece quasi si tira ad indovinare, anche nella filosofia senza un metodo. Ancora una volta, nuovamente, la certezza è la base fondamentale e ineludibile.
Si parla di “puro”, ma possiamo escludere subito l’accezione morale, come è abbastanza ovvio dal contesto. Puro in contrasto con applicato, a favore del primo. Ma soprattutto si esclude tutto ciò che dipende da esperienza e sensazione.

Hai bisogno di aiuto in Filosofia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email
Consigliato per te
Calendario Scolastico 2017/2018: date, esami, vacanze