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La mistica dell' "Areopagita"

Tra il IV e il V secolo visse uno scrittore greco che eserciterà un'enorme influenza sull'anima medievale, e che è noto sotto il falso nome di Dionigi l'Areopagita perché i suoi scritti, venuti in luce per la prima volta a Costantinopoli nel 531, furono attribuiti da alcuni eretici monofisiti al membro dell'Areopago convertito da S. Paolo. Poiché contengono frammenti di Proclo, vissuto tre secoli dopo il vero Areopagita, tali scritti sono certamenti apocrifi; ma, sebbene gli ortodossi ne negassero l'autenticità fin da principio, essi finirono col diventare un testo di autorità indiscussa, grazie anche al commento di Massimo il Confessore (580-662). Opere e commento, tradotti in latino, entrarono nel novero degli autori più considerati dalla scolastica, senza che per molto tempo si facesse più questione di autenticità.
Lo pseudo-Dionigi è un mistico di grande potenza, a cui risale la fortuna del concetto di teologia negativa. Nel trattato "De divinis nominibus" egli si chiede, infatti, quale valore si possa dare ai diversi nomi che la Scrittura attribuisce a Dio (ad esempio: buono, giusto, Signore, ecc.); e conclude che tali nomi, sebbene offrano al fedele una certa nozione di Dio, non designano Dio in un senso proprio, e tanto meno adeguato, perché Dio è inconcepibile dalla mente umana, e quindi non si lascia descrivere dal nostro linguaggio. Superiore a una siffatta teologia "apofatica", che cerca di far conoscere Dio per mezzo di affermazioni, è la teologia "catafatica" che cerca di avvicinarglisi attraverso la negazione di ogni carattere finito; o, ancor meglio, attraverso una negazione delle negazioni (come fa Dionigi nel breve trattato "De mystica theologia"), perché Dio è al di là tanto delle affermazioni quanto delle negazioni. Per questa via si può anche annettere un senso alle qualifiche attribuite a Dio, purché si tenga presente che la loro reale portata trascende ogni concepibilità da parte dell'uomo.

Altri trattati dello pseudo-Dionigi si occupano della gerarchia degli esseri celesti e terrestri (De coelesti hyerarchia; De ecclesiastica hyerarchia); e fissano, in particolare, quelle gerarchie angeliche che ritroveremo anche nel cielo di Dante.

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