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Cartesio - La verità del mondo

Cartesio ci dice che dobbiamo limitarci alla sfera delle dimostrazioni matematiche e agli aspetti dell’universo fisico che possiamo conoscere in modo chiaro e distinto.
La conclusione è che, del mondo materiale, si può considerare come essenziale solo la proprietà dell’estensione (occupare spazio), perché solo questa è concepibile in modo chiaro e distinto dalle altre. Infatti tutte le altre proprietà come il colore, il sapore, il peso ecc. sono secondarie, perché di esse non è possibile, secondo Cartesio, averne un’idea chiara e distinta. Da questo capiamo che la scienza cartesiana ha carattere quantitativo e misurabile.
Il mondo si presenta a Cartesio come materia, ossia come una grande “cosa estesa” (rex estensa), contrapposta alla res cogitans, “cosa che pensa”.

Allora Cartesio ha così diviso la realtà in due parti ben distinte: da un lato la sostanza pensante, cioè l’io consapevole, libero, spirituale; dall’altro la sostanza estesa, che è spaziale, inconsapevole e, soprattutto, meccanicamente determinata.
Il mondo naturale è infatti concepito da Cartesio come un’immensa macchina, come un enorme meccanismo in cui tutto può essere spiegato con cause naturali, meccaniche, fisiche e con poche leggi fondamentali, escludendo così ogni intervento divino. Cartesio ammette che Dio, al principio, ha creato la materia con una determinata quantità di inerzia e di moto ed ha dato inizio al movimento, ma a parte quello Egli non interviene in un altro modo e quindi l’universo "se la cava da sé", dato che Dio gli ha dato tre leggi immutabili:
1. il principio di inerzia, per cui ogni cosa persevera (=continua) nel suo stato se non interviene una causa esterna a farla cambiare;
2. il moto rettilineo, secondo il quale ogni cosa tende a muoversi in linea retta;
3. il principio di conservazione, per cui la quantità di moto rimane costante.
• La scienza cartesiana però non si limita a queste tre leggi, ma è anche interessata alle esperienze a alle osservazioni dei fenomeni naturali e con Cartesio siamo ancora agli stessi principi galileiani.
• Il filosofo fa una critica al finalismo: egli sostiene che l’uomo non può conoscere il fine che Dio assegna al creato.

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