Mongo95 di Mongo95
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In Averroè si ha una teoria dell’intelletto, che ha i suoi presupposti nella distinzione di Aristotele tra intelletto agente che produce gli intelligibili; e intelletto potenziale che riceve gli intelligibili e li pensa in atto. Quest ultimo sarebbe “non commisto al corpo”, perché altrimenti non sarebbe veramente “vuoto” per accogliere gli intelligibili. Ma è un’espressione ambigua: è del tutto separato dal corpo, o è in esso pur non venendo modificato dal corpo stesso? Fino ad Averroè, la teoria dominante nel mondo arabo è quella di separare l’intelletto agente (che è unico) da quello potenziale (individuale, quello con cui effettivamente si pensa).
Averroè prima di tutto crede che l’intelletto potenziale è una pura disposizione, inserita non nel corpo ma direttamente alle immagini sensibili. Quindi non è altro che la mera capacità delle nostre immagini sensoriali a trasformarsi in contenuti intelligibili. L’intelleto potenziale allora di per sé non sussiste, e nessuno sarebbe neppure in grado di autopercepirsi come realtà pensante.

In seguito, cambia la teoria: bisogna considerare l’intelletto potenziale nella sua complementarietà rispetto all’intelletto agente, congiungendosi al quale acquista una sua sostanzialità. Quindi due facce della stessa medaglia: potenziale che da materia all’agente, che a sua volta funge da forma. L’intelletto potenziale non esiste prima dell’atto di pensiero, ma si costituisce durante l’atto stesso, partecipando dell’intelletto agente.
Infine pone l’intelletto potenziale come una sostanza separata che è all’opera, in modo unitario e identico, ogni volta che nell’Universo c’è qualcosa che offre dei possibili contenuti da pensare, cioè immagini sensibili (fantasmi). È unico in sé e molteplice per accidente. Pensare significa così per l’uomo ricorrere all’intervento di due principi separati: astrazione (intelletto agente) e ricezione (intelletto potenziale). Il pensiero è pensiero di un intelletto separato (potenziale) in senso soggettivo, e è pensiero dei contenuti delle immagini sensibili in senso oggettivo. Dunque a pensare non è propriamente il singolo uomo, ma l’intelletto materiale separato, mentre l’uomo si limita a fornire i contenuti di tale pensiero, gli oggetti da pensare.
La tesi di Averroè implica la negazione di qualsiasi forma di sopravvivenza individuale dopo la morte del corpo: di fatto, noi non abbiamo un’anima intellettiva veramente nostra già quando siamo in vita, e non ha alcun senso ipotizzare che ne rimanga una individuale dopo la morte. È una soluzione che ha il vantaggio di risolvere il problema dell’universalità e della comunicabilità delle conoscenze. In effetti, ciò che è intelligibile dev’essere universale e identico: i contenuti di partenza sono individuali, ma la forma intelligibile corrispondente a tali contenuti è unica e universale.
In quanto sostanza separata, l’intelletto potenziale è eterno, ma per poter davvero pensare, deve sempre ricevere contenuti da parte dei singoli uomini. Perciò non è solo necessario che anche la specie umana sia eterna, ma anche che vi siano sempre alcuni filosofi. Perché non tutti gli uomini infatti sono in grado di passare dalla conoscenza sensibile a quella intelligibile. Essere pienamente uomini vuol dire essere razionali, essere pensanti. Il filosofi, sono più uomini degli altri uomini.

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