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Wittgenstein: il Tractatus logico-philosophicus


Nel suo Tractatus, Wittgenstein riesce a dire finalmente la verità ultima su temi come la logica, la gneosologia, la fisica, l'etica ecc.. mostrando come la filosofia tradizionale si sia sempre fondata su un cattivo uso della logica del linguaggio, che Wittgenstein ritiene lo specchio del mondo sostituendola alle categorie di Kant, col quale condivide l'idea secondo cui il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose (1.1), ossia il fenomeno, le scienze naturali. L'opera si articola su 7 proposizioni sviluppate in sotto-proposizioni.

1. Il mondo è tutto ciò che accade.
2. Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose.
3. L'immagine logica dei fatti è il pensiero.
4. Il pensiero è la proposizione munita di senso.

Wittgenstein definisce il mondo come la totalità dei fatti, ossia “tutto ciò che accade”, distinguendoli dalle cose, dalle entità, che si compongono in “stati di cose”, ossia combinazioni di cose espresse col linguaggio. Si definisce “fatto” il sussistere di uno stato di cose: è possibile costruire infatti anche proposizioni che non rappresentano dei ftti, ma stati di cose solamente possibili. Gli stati di cose (con le cose) hanno una struttura analoga alle proposizioni (con i nomi), cioè condividono la stessa forma logica (isomorfismo): in senso più ampio, però, l'immagine logica dei fatti è il pensiero, che viene espresso attraverso il linguaggio. Tale immagine logica è possibile quindi soltanto se la rappresentazione e il rappresentato hanno qualcosa in comune, ossia la forma; ad esempio un palazzo e la sua pianta hanno in comune la spazialità. Il pensiero è allora la proposizione munita di senso, e affinché sia sensata, deve essere confontabile con i fatti del mondo. A questo punto, però, Wittgenstein differenzia la sensatezza dalla verità di una proposizione, la possibilità dall'effettiva realtà: per riconoscere se l'immagine sia vera o falsa noi dobbiamo confrontarla con la realtà (2.223), dall'immagine soltanto non può riconoscersi se essa sia vera o falsa (2.224).

Dalla proposizione 3 deduciamo inoltre che non esiste un'immagine vera a priori, in quanto la sua verità dipende dalla concordanza del senso dell'immagina con la realtà. Le proposizioni sensate sono quindi solo verificabili (non necessariamente vere), e il linguaggio, in questa fase, è autonomo: è impossibile uscire dal linguaggio e verificare dall'esterno la corrispondenza tra proposizioni e fatti. La proposizione è un modello della realtà quale noi la pensiamo (4.01), ed il pensiero è in grado di raffigurare la realtà in quanto noi ammettiamo le cose così come sono connesse nella realtà.

5. La proposizione è una funzione di verità delle proposizioni elementari.

6. (Spiegazione della) forma generale della funzione di verità.

Come Russell, anche Wittgenstein distingue tra le proposizioni atomiche e molecolari. Le prime possono riferirsi a stati di cose o a fatti elementari, correlabili tra loro. Le proposizioni elementari sono vere quando sussistono i fatti di cui sono immagine, mentre la verità di una proposizione complessa dipende dalla verità della proposizioni atomiche che la compongono. Queste ultime possono combinarsi attraverso i connettivi logici come non, e, o, se allora, se e solo se, ecc.. Per esaminare a quali condizioni una proposizione molecolare è vera o falsa si possono costruire delle tavole di verità, che evidenziano come cambi la verità/falsità in base al connettivo usato (“et”, “o” inculsiva, “o” esclusiva, implicazione, doppia implicazione).
Esistono infine delle proposizioni molecolari sempre vere (tautologie, come “o piove o non piove”, vera indipendentemente dal fatto che piova o non piova) e sempre false (contraddizioni, come “piove e non piove”, falsa indipendentemente dal fatto che piova o non piova). Queste ultime non rappresentano il mondo, ma sono solo proprietà del linguaggio.

7. Su ciò su cui non si è in grado di parlare, si deve tacere.

Wittgenstein sottolinea a questo punto che tutte le proposizioni della logica sono tautologie (ad esempio il principio di non contraddizione), ma esse non trattano praticamente di nulla, descrivono però “l'armatura del mondo” e sono perciò analoghe a quelle dell'etica. Questa è trascendentale, in quanto non scaturisce da fatti, bensì da un senso che si mostra nell'azione stessa e nel nostro modo di viverla. Wittgenstein giunge a questo punto al Mistico, ossia al senso ultime delle cose, che mostra sé ma è ineffabile.
Dopo aver composto l'opera, l'autore si ritira in una fase di silenzio nella sua vita, in quanto comprende che le 7 proposizioni dell'opera sono esse stesse insensate: sono come una scala da gettare dopo averla utilizzata per salire. E' da sottolineare però che sono “insensate” e non “sensa senso”, entrambe non riferibili ad oggetti e stati di cose ma l'insensatezza, caratteristica del Tractatus, fa capire che l'opera ha comunque avuto un’utilità poiché permette di far uscire dalla confusione del linguaggio consolidato dalla tradizione filosofico-metafisica.

Egli sentirà poi il bisogno di terminare tutte le Ricerche filosofiche condotte fino ad allora, limitandosi a chiarificare quanto è stato erroneamente prodotto dalla tradizione filosofico-metafisica, per poi infine tacere.

Il “secondo” Wittgenstein: le Ricerche filosofiche


La verità del linguaggio è nell'uso.
Nelle Ricerche filosofiche Wittgenstein approfondisce temi già trattati nel Tractatus dedicando la sua attenzione al linguaggio comune e al suo funzionamento. E' possibile infatti che il linguaggio, in quanto “espressione” del pensiero, alteri la “forma” del pensiero rendendolo irriconoscibile: di conseguenza, si può affermare che ciò che dà significato al linguaggio è la sua dimensione pragmatica, l'uso. Ciò comporta il primato della definizione ostensiva, in base alla quale il significato delle parole si comprende dagli usi che se ne fa all'interno di una comunità linguistica. Il linguaggio si apprende quindi “vivendo” la lingua. Non è dunque possibile un linguaggio privato, in quanto usiamo e capiamo le espressioni linguistiche come membri di una società; o meglio, anche per esprimere il privato utilizziamo lo stesso linguaggio di tutti. Il significato del linguaggio si dà quindi in relazione agli usi, ai giochi linguistici e alle forme di vita.

I giochi linguistici: seguire una regola significa apprendere un uso entro una forma di vita


Le proposizioni che “fanno presa” sul mondo sono quelle descrittive, come già era stato affermato nel Tractatus, ma ora Wittgenstein si sofferma sulla pluralità dei giochi linguistici, cioè dei modi in cui utilizziamo le parole all'interno delle nostre attività e forme di vita. L'aspetto in comune che hanno tutti i giochi linguistici è che comportano delle regole da seguire: le confusioni concettuali nascono proprio dal “giocare un gioco con le regole di un altro”. La filosofia, sostanzialmente, consiste in un chiarimento concettuale delle regole del gioco (la capacità referenziale del linguaggio era già stata affrontata da Agostino nelle Confessioni). “Seguire” la regola di un gioco è una prassi appresa generalmente attraverso esempi: le regole, sempre pubbliche, infatti da sole non possono determinare la prassi, ma abbiamo bisogno anche di esempi.

La filosofia come trappola e terapia del linguaggio


Wittgenstein continua a interrogarsi sul modo in cui i filosofi usano il linguaggio: la filosofia può essere una “trappola” ma anche una “terapia” rispetto all'uso del linguaggio. I problemi dei filosofi nascono infatti quando essi portano le parole dal semplice piano quotidiano (e scientifico) ad altri piani (metafisico, religioso, etico). La filosofia, in questo modo, è una “trappola”, in quanto con l'uso metafisico delle parole, le fraintende e ne estende l'ambito di utilizzo, generando rompicapi in cui non si riesce ad uscire (come una mosca che si agita in una bottiglia vuota e aperta senza trovare lo spiraglio d'uscita): ad esempio, la frase Tutto scorre di Eraclito, va oltre l'impiego quotidioano del termine “scorrere”, in quanto un fiume scorre, l'acqua scorre, la fune scorre, ma non tutto. Eppure, dall'altro lato, la filosofia è “terapia del linguaggio” poiché si pone come rappresentazione perspicua, ossia chiarifica le connessioni tra gli usi delle parole nel linguaggio e le cose, liberandoci dalle immagini che ci tengono prigionieri. In conclusione, la filosofia analitica determina le regole del linguaggio dall'uso che se ne fa (terapia).

Le teorie per Wittgenstein


Wittgenstein sottolinea invece il carattere arbitrario delle teorie scientifiche, quali reti gettate dagli uomini per descrivere il mondo. Esse corrispondono a “sistemi di descrizione” del mondo stesso ma contengono sempre un elemento arbitrario, un punto di vista, uno schema che “guida” la descrizione. Una teoria, dunque, va considerata tale solo se è capace di ricostruire il mondo in maniera unitaria, riferendosi solo a se stessa.
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