pexolo di pexolo
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L’esistenzialismo viene definito come la dottrina per la quale «l’esistenza precede l’essenza», nel senso che «l’uomo esiste innanzi tutto, si trova, sorge nel mondo, e che si definisce dopo. […] Così non c’è una natura umana, poiché non c’è un Dio che la concepisca». L’esistenzialismo come umanismo è dunque ateismo; l’uomo è «condannato, perché non si è creato da solo, e ciò non di meno libero, perché una volta gettato nel mondo è responsabile di tutto quanto fa». Condannato a vivere la sua condizione senza appoggio né aiuto, è costretto a «inventarsi» nella solitudine della sua libertà. L’esistenzialismo esce così definito come un pessimismo della teoria (→nichilismo) e un ottimismo dell’azione: l’uomo può farsi da sé, quindi può farsi qualsiasi cosa; non esistono essenze, valori o norme che predispongano o guidino il suo farsi, ma non esiste neppure un limite di questo farsi, un non-possibile che delimiti in avanzo le sue possibilità. Non essendoci nulla che possa sottrarsi alla sua libertà e alla sua responsabilità, il progetto fondamentale dell’uomo è un progetto totalitario: decide non solo dell’essere di chi lo sceglie ma anche dell’essere degli altri e della totalità del mondo; perciò, posso anche decidere ciò che appare «inumano» (guerre, torture, campi di concentramento), ma «non ci sono situazioni disumane», in quanto la mia libera decisione è umana e «scegliendomi, io scelgo l’uomo». Il progetto fondamentale può essere ad ogni momento mutato o distrutto: e per il suo carattere totalitario è inevitabilmente destinato allo scacco, perché l’uomo non è Dio, cioè non dispone di un’infinita potenza per realizzarlo; la morte è nullificazione assoluta delle possibilità, ci ricorda l’inconsistenza delle azioni umane e la loro equivalenza: non c’è alcuna condizione di fatto o di valore che possa comunque orientare la scelta di essi o servire a giudicarla. «È la stessa cosa, in fondo, ubriacarsi in solitudine o condurre i popoli». Heidegger rifiuta questa interpretazione dell’esistenzialismo, perseguendo invece l’obiettivo di porsi su un piano in cui c’è principalmente l’essere: contro il rischio di rapportare tutta la realtà all'uomo e alla sua libertà, egli difende una concezione in cui l’uomo, in quanto sempre storicamente “situato”, è sempre anche condizionato, «gettato» in una dimensione d’essere di cui non è completamente padrone.

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