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Il positivismo

La situazione politica e sociale conseguente all’unità fu accompagnata ed espressa da una cultura diversa da quella romantica, anzi contrastante con essa.
Carattere unificatore delle tante tendenze vive nel primo Ottocento era stato lo spiritualismo, fosse quello cattolico, fosse quello non confessionale ma religioso del Mazzini, fosse ancora quel tanto, giunto fino a noi, dell’idealismo romantico. Avevano fatto eccezione solo quei pochi che, in quel dominante spiritualismo, restavano legati all’eredità illuministica, talvolta addirittura al materialismo settecentesco: Carlo Cattaneo, il Leopardi che, specialmente nei suoi ultimi anni, combatté a fondo i “nuovi credenti”, come egli li disse, fiduciosi nello spirito, nel progresso, nelle “magnifiche sorti” dell’uomo.
Ma dopo il ’60 cominciò a diffondersi anche In Italia la coscienza della incapacità dell’idealismo o spiritualismo a risolvere i problemi concreti di fronte a cui si trovavano ora l’Italia e l’Europa. Più tardi anche l’Italia ebbe vere e proprie correnti di pensiero di carattere positivistico, e vari studiosi ne elaborarono le tesi, primo e più notevole fra tutti Roberto Ardigò (1828-1920), sacerdote, che nel 1871 abbandonò la veste talare e iniziò un’attivissima fatica di elaborazione e divulgazione delle tesi positivistiche, tanto con la cattedra quanto con i numerosi volumi che scrisse.

Sulla comprensione e valutazione del positivismo hanno pesato i giudizi e le condanne sprezzanti che ne hanno dati più tardi le filosofie e le correnti spiritualistiche e irrazionalistiche del primo Novecento.

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