pexolo di pexolo
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Popper e Kant


Popper, rispetto ai neopositivisti, rivaluta la posizione kantiana ammettendo che è possibile interpretare kantianamente il primato dei problemi, delle congetture; Kant, compiendo una “rivoluzione copernicana”, sosteneva che il nostro intelletto non trae le proprie leggi dalla natura, ma le impone ad essa, in quanto giudichiamo l’esperienza attraverso il pensiero e soltanto grazie ad esso cogliamo il senso delle cose; così Popper sostiene che dobbiamo ineluttabilmente partire da problemi, da teorie, da critiche. Naturalmente, egli non accetta l’universalità e la necessità delle categorie, relativizzando questo loro aspetto; pur essendo psicologicamente e gnoseologicamente a priori, le aspettative della nostra mente non sono gnoseologicamente valide a priori: abbiamo la possibilità di «scegliere» i nostri strumenti del pensiero, che non sono costituiti secondo 12 categorie universali. Questo kantismo di fondo è presente anche nella definizione che Popper offre della nostra mente: essa non è un recipiente vuoto (tabula rasa), ma un «faro» che illumina, ossia un deposito di ipotesi, consce o inconsce, alla luce delle quali percepiamo la realtà; la nostra mente «illumina» parti dell’esperienza, non tutta. Inoltre, egli imputa a Kant un eccessivo ottimismo: sbagliava nel ritenere che delle leggi (formulate dall’intelletto) fossero necessariamente vere, o che noi riuscissimo senz’altro ad imporle alla natura (il rapporto tra pensiero ed esperienza avviene comunque, quasi secondo una consanguineità fra pensiero ed esperienza, per cui il pensiero ha sempre successo nei confronti dell’esperienza: non c’è il problema dell’errore, dello scacco dell’esperienza). La natura, assai spesso, si oppone molto efficacemente, costringendoci ad abbandonare le nostre leggi in quanto confutate; lo scienziato falsificazionista, nei confronti di un caso dell’esperienza che mette in crisi la propria teoria, deve avere la necessità e l’accortezza di abbandonarla: viene visto, più che alla ricerca di una conferma alle proprie teorie, come un elaboratore di teorie, sempre secondo l’idea che il principale momento epistemologico sia l’elaborazione di una teoria.
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