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Gehlen - Umanitarismo


La visione dello Stato come soggetto da essere rispetto che può far valere diritti molto forti nei confronti degli individui viene intaccata, secondo Gehlen, dal moderno welfare state delle social-democrazie, cioè un mero stato del benessere che elargisce sussidi. Lo Stato è la forma ultima delle istituzioni, l’apice della funzione stabilizzatrice.
Ciò comunque nell’ambito di un discorso antropologico che effettivamente funziona a livello delle istituzioni più “basse”, più vicine alla quotidianità, ma meno ad altezza maggiori.
La degenerazione contemporanea dello Stato, soggetto da cui ci si lascia consumare, porta a uno Stato che si trasforma in un’istituzione che ricerca la pace sociale a tutti i costi. Gli uomini rinunciano ai grandi desideri, alla grandezza delle nietzschiane eroiche gesta, per la semplicità e mediocrità della quotidianità borghese. Da un punto di vista storico, bisogna aggiungere, il quadro della forme politiche social-democratiche del Novecento è ben più complesso della “degenerazione istituzionale” ipotizzata da Gehlen.
L’umanitarismo è la conseguenza della degenerazione della radice dell’ethos famigliare, ampliato in un’etica astratta dell’umanità. Sono i valori di assistenza, pace, rispetto e solidarietà, che hanno la loro radice biologica nella famiglia, dove sono effettivamente funzionale e da accettare. Il problema sorge quando tramite una serie di illeciti e sconsiderati ampliamenti (il primo è il “clan”), tali valori vengono successivamente trasposti fino a comprendere l’umanità intera. Ma senza corrispondenza con la condizione reale: non esiste il “cosmopolitismo”. Eppure, già solo come proposta etico-politica, tale visione è un problema.
I propugnatori dell’umanitarismo sarebbero il “ceto degli intellettuali” di professione, prodotti dalla modernità, la voce critica della società che di solito viene considerata positivamente nell’ottica della sorveglianza degli “eccessi” governativi, da intendere nel senso di nascita dell’opinione pubblica. Per Gehlen si tratta di un ceto parassitario, che nulla produce sul piano materiale né istituzionale, ma piuttosto utilizza l’umanitarismo come mezzo di propria affermazione. Gli intellettuali sono per loro stessa natura a-politici, così come gli edonisti del ’68, del tutto refrattari dal lasciarsi consumare dalle istituzioni. Sono mossi, in realtà, non da un reale pacifismo, ma da una mascherata volontà di potenza, l’interesse di farsi valere come classe contro le istituzioni con tutti gli strumenti possibili. I valori dell’umanitarismo sono utilizzati strumentalmente per secondi fini, con lucidità e cattiva fede.
Si tratta di uno dei momenti in cui maggiormente emerge il biasimo politico di Gehlen, che però in modo del tutto contraddittorio non va a accettare l’idea di istituzioni a livello sovranazionale, che eppure potrebbero svolgere la stessa funzione ordinativa e di contenimento dell’umano che viene attuata a livello nazionale dallo Stato. Presa la definizione antropologica di istituzione, che spesso nasce dagli specifici compiti da affrontare, non si comprendere come Gehlen possa accettare lo Stato ma non l’istituzione sovra-statuale, soprattutto per affrontare la necessità di svolgere compiti e affrontare problemi di portata globale.
Nell’umanitarismo si inquadra anche il fenomeno moderno dell’estensione delle cure parentali anche agli animali, ulteriore sconsideratezza dell’ampliamento dell’etica famigliare. Così come il femminismo. Forme coerenti tra loro ma ugualmente negative, atteggiamenti di protezione (e sopravvalutazione) elevati al di fuori del loro contesto e ambito originario, dove invece sono legittimati dalla loro origine biologica-antropologica. Una volta trasposti in ambiti estranei, però, tali valori non possono che creare degrado.
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