pexolo di pexolo
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Condizioni del comprendere


Il compito del lavoro ermeneutico si attua tra due possibili lati della conoscenza: quello della «estraneità» e quella della «familiarità». Conosciamo anzitutto qualcosa che ci è estraneo, che esula dalla nostra esperienza, pertanto il conoscere diviene uno sforzo per capire questa estraneità, a cui si prospetta anche la possibilità dello scacco, quando assolutizziamo il concetto di estraneità, per cui crediamo di dover conoscere qualcosa di completamente nuovo; l’estraneità indica sempre e continuamente l’idea che noi, rispetto a ciò che vogliamo conoscere, abbiamo una distanza temporale, un’alterità nel tempo e nell’oggetto. Tuttavia, quest’alterità è sempre e necessariamente interpretata all’interno del nostro orizzonte storico, dei nostri pregiudizi; la lontananza temporale dell’interpretante e dell’interpretato non è un abisso vuoto, ma uno spazio riempito dalla tradizione, la quale funge da trait-d’union fra i due poli dell’avventura ermeneutica, cioè nella distanza temporale. Per questo, la storia dell’ermeneutica è una «storia degli effetti», cioè la «fortuna» degli effetti che sono prodotti dal nostro lavoro ermeneutico, la coscienza delle varie determinazioni storiche. L’ermeneutica è un processo di comunicazione con gli altri e con il mondo, per cui l’incontro ermeneutico non è un incontro che mette tra parentesi i pregiudizi del soggetto pensante, ma è sempre una «fusione di orizzonti»: il mio orizzonte è inizialmente distinto da quello storico, l’ermeneutica è un mettere a servizio «il mio tempo» con il «tempo altrui», la comprensione di questi due orizzonti; in questo si attua la «tradizione storica», il luogo dove il presente si immerge nel passato e il passato si ripresenta nel presente. Infine, Gadamer dichiara che l’uomo non può mai trascendere i propri limiti e la propria storicità in direzione di un sapere totale e concluso, in quanto il nostro sapere storico-ermeneutico è (e rimane) strutturalmente parziale e costitutivamente aperto, cioè inevitabilmente finito. Per cui, pur essendo d’accordo con Hegel nel sottolineare la storicità del nostro essere (e la dialettica del nostro pensiero, che va dal finito all’infinito, dallo storico e temporale all’eterno), Gadamer è d’accordo con Kant nel rivendicare la finitudine del nostro sapere (la comprensione va verso l’infinito, ma questo è nulla più che un ideale regolativo).
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