Mongo95 di Mongo95
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Nella dialettica della civiltà freudiana, il progresso è essenzialmente una crescita del senso di colpa, della repressione dunque, secondo uno schema di tipo dialettico dominio-ribellione-dominio, in una crescita prevalentemente quantitativa. Ma secondo Marcuse le cose non stanno esattamente così- se ciò fosse vero, non ci sarebbe sostanzialmente alternativa, la repressione sarebbe senza “etichetta”, la civiltà in quanto tale repressa, ma senza alcuna distinzione tra vari tipi di civiltà. Manca in Freud il concetto di repressione addizionale, la norma sulla base della quale misurare la qualità della repressione e della crescita del senso di colpa. Quindi propone uno schema alternativo: repressione che ad un certo punto diventa tale da contraddire se stessa, ponendo le basi per un suo superamento.
A questo punto Marcuse afferma che nella condizione della società a capitalismo avanzato, cioè il dominio che ha raggiunto la sua massima espressione, si ha anche la crescita più grande del senso di colpa dal punto di vista quantitativo, per lo meno secondo Freud. Però Marcuse ritiene che si tratti di un livello non tanto quantitativo quanto irrazionale.

Infatti la repressione non è più dispotica, ma in ordine della divisione del lavoro sociale. Si è passati da un dominio di tipo personale (come il dispotismo del padre) ad una forma di razionalità oggettiva/impersonale, nella misura in cui legge e ordine sono identici con la vita della società, gli interessi del dominio corrispondono agli interessi della società. Però, ad un certo punto il tutto diventa irrazionale: l’autorepressione, l’inibizione non sono più poste con violenza. Nella misura in cui l’individuo fa parte del sistema sociale e svolge una funzione lavorativa, naturalmente (per natura) è necessario che egli inibisca il proprio piacere. Per il fatto stesso di essere un lavoratore non può più fruire del piacere. Non c’è però un’entità esterna e dispotica che lo impone. Autoinibizione in quanto strumento di lavoro. All’interno della famiglia, il padre diventa non altro che una “appendice” della struttura sociale. Educa e abitua gli individui delle nuove generazioni al fatto di dover essere strumenti all’interno degli ingranaggi del sistema socioeconomico. Questo è l’esito ultimo del dominio e delle condizioni che impone all’individuo, intese come condizioni razionali all’interno del capitalismo avanzato; ma, alla luce della crescita e dello sviluppo economico di una tale società, questa razionalità si dimostra invece irrazionale. È questa la dialettica di Marcuse: il dominio tende a presentarsi come razionalità oggettiva invece che dispotismo personale, però è un dominio che pone le condizioni del suo superamento e in quanto tale è razionalità solo apparente, razionalità irrazionale. Ciò si può comprendere osservando con “disincanto”, applicando le categorie hegeliane (come la distinzione esistenza-essenza), comprendendo quale sia il concetto di repressione addizionale, o meglio ancora il relativismo del concetto di razionalità. Comprendere che la razionalità di questo dominio non è altro che la razionalità strumentale, che porta alla distruzione.

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