Mongo95 di Mongo95
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Derrida riprende il testo di Foucault Storia della follia nell’età classica, in una sorta di dialogo a distanza, con l’obiettivo di comprendere come Freud venga collocato in questa storia: dalla parte dei folli o di chi vuole internarli e controllarli?
Foucault, per età classica intende l’ambito culturale francese che va dal XV al XVII secolo, concludendosi nella Rivoluzione. Cioè l’età della filosofia prepositivistica. Nell’opera vengono combinate filosofia, psicologia e tanto altro, senza mai porsi problemi sulla legittimità delle commistioni. A ciò si aggiunge un’immagine positiva del folle di età antica-medievale, che in età classica viene demolita. Prima del razionalismo secentesco, c’è stata un’età millenaria in cui la follia,cioè la deviazione dai canoni sociali e comportamenti, era vista come forma di possessione da parte degli dei/spiriti, fonte di sapere misterioso da rispettare e comprendere. Nel folle è possibile trovare una verità di tipo diverso. O più in generale, il folle come vittima del destino tragico dell’essere umano, costretto prima o poi a scontrarsi con i limiti della propria conoscenza, accettandoli. Il folle è colui che compie questo percorso prima degli altri, impazzendo perché ha guardato in faccia qualcosa che possiamo vedere tutti, ma capendone molto poco. Quindi il concetto di colpa non entra mai in gioco, perché il folle non sceglie la sua condizione ma, posseduto, viene coinvolto in una vicenda più grande di lui. Pertanto non ci sono internamenti.

Questa situazione si conclude con la fine del medioevo, quando durante l’età classica si inizia a guardare alla follia in due modi collegati.
1. Le si lega il concetto di colpa, come risultato della riforma protestante.
Il folle viene accomunato ad altri individui marginali (criminali, poveri, …). Infatti, per predestinazione, non possiamo sapere sia siamo dannati o graziati, quindi si giunge ad una condizione ansiosa in cui si interpreta il proprio successo mondano come segnale dell’elezione divina. La conseguenza è che se il ricco è colui che è stato salvato da Dio, allora il misero (e anche il pazzo) è dannato. La colpa originaria della dannazione divina inserita nel concetto di follia, con il folle che non è vittima tragica universale, ma colpevole. Come tale va quindi punito e, se possibile, corretto per la salvezza, con mezzi legati al lavoro.
2. Cartesio dà una chiara indicazione del fatto che la ragione deve essere assoluta autotrasparenza e consapevolezza
Il procedimento con cui ci si libera dei dubbi sfocia in libertà chiare e distinte. Ma questa teoria dà un canone di perfezione troppo alto e la ragione diventa un criterio assoluto escludente. Ragione che sa di sé ma non vuole sapere nulla di ciò che è al di fuori di se stessa. Follia che allora non è più misterioso sapere, ma “sragione”.
Il pazzo è da una parte misteriosamente colpevole, dall’altra non ha più nessuna aspirazione al senso. Quindi viene internato, per essere sorvegliato e punito, togliendolo dalla strada, dove potrebbe lanciare i suoi messaggi contraria alla ragione. In seguito al “grande internamento” c’è la nascita della psicologia clinica, o meglio psichiatria, che si inserisce pienamente nel processo di controllo del folle, differenziato dalle altre categorie di marginali, con trattamenti particolari per i “malati dell’anima”. Disfunzioni particolari fatte oggetto di un sapere particolare che non è detto sia benintenzionato.

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