La banalità del male di Hannah Arendt

La banalità del male di Hannah Arendt

Nel 1961 la Arendt segue il processo del criminale nazista Eichmann (aveva coordinato la deportazione degli ebrei, fu rintracciato in argentina da agenti israeliani e condannato a morte nel 31 maggio del 1962) e ne riportò resoconto e diverse considerazioni nel libro uscito nel 1963 "La banalità del male". La Arendt, colpita dalla normalità di Eichmann che viene visto come una persona come le altre, semplice e mediocre e non come un demone capace di tali atrocità, afferma nel suo libro che il semplice pensare, riflettere sulle cose, la capacità di giudizio sulle implicazioni morali può evitare le azioni malvagie di chi invece si limita ad obbedire ciecamente agli ordini. La banalità del male sta nel fatto che i burocrati del Reich erano in realtà tutte persone "terribilmente normali" che erano però capaci di mostruose atrocità per il semplice fatto che non si fermavano a riflettere sugli ordini a loro dati e che il loro pensiero restava limitato alle leggi di Hitler che venivano rispettate incondizionatamente. In particolare, questo tipo di criminali commette i suoi crimini in circostanze che quasi impediscono di accorgersi che agisce male. Per cui la Arendt ne La banalità del male si chiede se il male deve necessariamente essere radicato in qualcosa di più profondo. Alla luce di ciò l'autrice afferma che una ben radicata morale e un sistema di valori etico non bastino a fermare il male poichè con il nazismo si è visto empiricamente che la morale e i propri valori possono essere facilmente ribaltati dalla società contemporanea. Tuttavia ci sono delle persone che hanno rifiutato l'ideologia nazista e non perché avevano avuto un forte senso della bene e del male, ma perchè si chiesero fino a che punto la loro coscienza avrebbe sopportato tutto quel male e si sarebbero sentiti in pace con se stessi. La Arendt associa questo tipo di dubbio interiore alla facoltà di pensare. La Arendt con il termine pensare si rifà a Socrate e al suo processo di dialogo interiore tra io ed io, questo processo, secondo l'autrice, può evitare il male. Con quest'analisi la Arendt si pone lo scopo di evitare che gli uomini adottino una morale e dei valori standard senza prima riflettere.

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