Nel Parmenide, il filosofo si interroga sulla consistenza della teoria delle idee, rilevandone, per bocca di Parmenide, alcune difficoltà.
- In primo luogo, posto che “l’uno” è idea e “molti” sono oggetti di cui l’idea costituisce l’unità, non si capisce come l’idea possa essere “diffusa” in essi, senza con ciò essere moltiplicata e quindi distrutta nella sua concezione.Inoltre, della stessa nozione di idea sembra scaturire la moltiplicazione all’infinito delle idee: se si ha un’idea per ogni oggetto e l’idea di molteplicità, si avrà anche l’idea della totalità in sé che costituirà un’altra idea, considerata a sua volta con gli oggetti e l’idea precedente, il che darà luogo ad un’ulteriore idea. È questo l’argomento del cosiddetto “terzo uomo”.(L'esempio portato da Aristotele nel suo rilievo critico è quello di un uomo, da cui il nome dell'argomento. Egli obiettò che, secondo la teoria platonica, tutti gli uomini del mondo sensibile sono tali perché partecipano dell'Idea di Uomo, perfetta in sé, ma separata rispetto a quei singoli uomini. Nonostante una tale separazione, tuttavia, vi deve pur essere un legame, o elemento in comune, in base al quale quegli uomini particolari siano effettivamente partecipi del loro Ideale corrispondente, altrimenti non vi parteciperebbero affatto.)

Ma argomento centrale del Parmenide è il confronto-scontro con la logica parmenidea.( “solo essere è mentre il non essere non è”). L’affermazione parmenidea, però, decreterebbe la morte della teoria delle idee. L’inesistenza assoluta di ogni forma di non essere, infatti, pregiudicherebbe inevitabilmente la molteplicità delle idee: un’idea non essendone un’altra, implicherebbe l’illogicità dell’ammissione del non essere.

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