pexolo di pexolo
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Il Fedro e la Lettera VII sono considerate “autotestimonianze” del pensiero platonico, dove si allude alle dottrine non scritte; di tali dottrine «è impossibile parlarne a tutti»: possono essere comprese soltanto da chi ha frequentato l’Accademia, studiando matematica e geometria, proprio perché all’interno delle dottrine viene trattato il mondo degli enti matematici e geometrici. A causa di ciò e nonostante possediamo l’intero corpus delle sue opere non possiamo conoscere il tutto e il vero Platone, non avendo egli ritenuto opportuno consegnare allo scritto tutto il suo scibile e in particolare quelle cose «di maggior valore» (problema di passare a un’oralità dialettica e non mimetico-poetica, come quella omerica: negli anni in cui vive Platone avviene in Grecia quella grande rivoluzione culturale da cui è nata la «civiltà della scrittura», come afferma Nestle nell’opera Dal mito al lògos). In quest’opera Platone sostiene che la scrittura non accresce la sapienza degli uomini, ma solo l’apparenza del sapere, l’opinione; essa non rafforza la memoria, ma offre piuttosto un farmaco per richiamare alla memoria quanto già appreso. Lo scritto è soggetto a numerosi rischi, non ultimo quello di un’erronea interpretazione, o di un’incomprensione; esso non è il farmaco della memoria, come sosteneva di aver scoperto Theuth, recatosi dal re Thamus. Egli riteneva che tale scoperta avrebbe reso capaci, coloro che ne facevano uso, di accrescere la propria sapienza; invece, Platone definisce “dossosofo” chi scrive, cioè portatore di opinione. Questo mito è comunque una summa di quanto già circolava al suo tempo; ad esempio, Eschilo e Gorgia esaltavano tale mezzo, elevato ad “organo della memoria”, mentre Platone reagisce a questo clima, ponendosi a favore dell’insegnamento orale e dialettico, il cui coinvolgimento è impossibile alla parola scritta.

Dottrine non scritte


Platone, sebbene considerato il maggiore scrittore della Grecia classica, decise fermamente di non affidarle alla scrittura, la quale non restava incisa nell'animo dello studente (come invece avveniva grazie all'oralità dialettica), ma soltanto nel papiro, che poteva finire nella mani di chiunque senza possibilità di difendersi. Le obiezioni alla scrittura si trovano nel Fedro e nella Lettera VII, sulla quale si è concordata piuttosto recentemente l’autenticità; il cuore, il nucleo essenziale delle dottrine platoniche può essere tramandato unicamente attraverso l’oralità, trasmesso soltanto dall'insegnamento e non a tutti, ma solo a quell'allievo che ha fatto un determinato percorso. Tali obiezioni di Platone non vogliono rappresentare una critica, una condanna alla scrittura, ma una forte e fondata presa di posizione nei confronti di un mezzo inopportuno ai suoi fini. Da queste premesse emerge chiaramente l’inconsistenza del paradigma schleiermacheriano. Alcuni uomini potrebbero sicuramente, anche senza aver frequentato l’Accademia, trarre vantaggio da uno scritto su queste dottrine, ma si tratterebbe soltanto di pochi uomini, in qualche modo «illuminati da un raggio divino» (pochissime persone, delle anime privilegiate), che da soli o con pochissimi indizi sono capaci di trovare il vero; la maggior parte degli uomini si riempirebbe di presunzione (Dionigi→Lettera VII), convinti di aver appreso chissà quali grandi cose, che in realtà non hanno in alcun modo recepito. Per giungere all'Intellegibile l’uomo precorre necessariamente cinque tappe, servendosi del nome (“cerchio”), della definizione («ciò che ha gli estremi equidistanti da un punto detto centro»), dell’immagine («che si disegna e si cancella, che si costruisce col compasso e che perisce»), della conoscenza (la scienza, «l’opinione verace intorno a tali cose») ed infine della comprensione dell’Intellegibile stesso; perciò le immagini (copie di copie), nonostante siano opposte all'Intellegibile, possono aiutare e portare «chi ha buona natura» alla sua conoscenza, cioè all'essenza della «buona natura» (difficilissimo percorso).

Paragoni


Platone paragona gli scritti alle immagini della pittura, le quali sembrano vive ma che non hanno, in realtà, nulla della dinamicità delle cose rappresentate, esse rimangono in silenzio se noi le interroghiamo, così come lo scritto (perciò non può rivolgersi ad un pubblico omogeneo); agli scritti accade inoltre qualcosa di peggiore, rispetto alla pittura, in quanto possono andare nelle mani di chiunque, rischiando di finire nelle mani delle persone sbagliate, in mano alle quali lo scritto sarebbe stato un ostacolo piuttosto che un utile strumento. I giardini di Adone, in riferimento alle feste estive celebrate in onore di Adone, erano dei vasi o cesti di vimini lasciati una settimana al buio, in cui le donne piantavano semi la cui fioritura rapida, ma effimera, ricordava la morte prematura di Adone, amante di Afrodite; lasciare scritti è come scrivere sull'acqua o in rotoli che poi verranno smarriti, perché, come per i semi, non hanno il terreno predisposto dove gettare le proprie radici e germogliare, cioè le anime dove coltivare le proprie dottrine trasformandole in vita e rendendole eterne, a cui vanno insegnate con «arte dialettica», con quell'accortezza che soltanto un bravo insegnante possiede; il sapiente, se scriverà lo farà per gioco, affidando invece la serietà all'insegnamento, per raccogliere tutta la sua miniera di ricordi che, una volta riletti, stimolano a riportare alla luce quanto già appreso. Per scrivere sono richieste, secondo Platone, tre precise regole: la conoscenza della verità (aver già appreso la scienza mediante l’insegnamento e non la lettura), il saper definire e determinare ogni cosa in ogni suo aspetto, il tener conto delle anime a cui si rivolge (calibrare il livello di difficoltà) ed infine il realizzare una perfetta corrispondenza tra il contenuto e i discorsi.

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