Mongo95 di Mongo95
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Per quanto riguarda il rapporto tra filosofia e politica e religione, non si tratta solo di un problema metodologico, ma anche di dottrina. Tralasciando la ma’rifa, i pensatori islamici si occupano di due argomentazioni principali:
i. il problema della Profezia
Le religioni monoteiste ne sono tutte caratterizzate, a di là dell’unicità di Dio, è questo l’elemento di principale distinzione dalle altre religioni. Le religioni abramitiche si fondano sull’idea che il Messaggio di Dio è tramandato dai Profeti, con una Scrittura rivelata. In questo ambito, i filosofi si autodefiniscono gli eredi dei profeti, sono colore che, terminata la profezia, sono i “califfi” del sapere dei profeti. Da un punto di vista filosofico, il profeta è un uomo dotato di una dote naturale: non si tratta di illuminazione, esperienze straordinarie realmente sovrannaturali. Sono solo uomini particolarmente dotati intellettualmente e moralmente. Doti che giungono sì da Dio, ma non sono eccezionali in senso sovrannaturale. La conseguenza è che viene negato il concetto di miracolo come contrario alle leggi di natura: non un atto di straordinarietà, ma naturale. La figura del profeta viene umanizzata.

ii. il problema gnoseologico del contenuto di sapere della religione e della filosofia.
In questo ambito si ha un aspetto di esagerazione. I filosofi ritenevano la filosofia e la religione in armonia. Al riguardo Leo Strauss a un ragionamento, molto ipotetico e connotato ideologicamente: la filosofia islamica è tendenzialmente politica, cioè nella quale anche le tematiche metafisiche e cosmologiche si sussumono ad un progetto politico. I pensatori islamici lavorano per dei progetti politici, esperimento idee potenzialmente pericolose. Per questo scrivono in maniera oscura, per non farsi comprendere dall’autorità e consentire solo agli altri filosofi l’accesso alle loro teorie. Nell’opera Persecution and the art of writing, Strauss afferma che questa complicata “arte della scrittura” è un mezzo per sfuggire alla persecuzione dei governi. I filosofi intendevano mimetizzarsi.
Questa tesi è interessante, non tanto per il suo contenuto in sé, ma perché allude la questione della “doppia verità”. Alcuni studiosi la abbracciano in toto, leggendo e interpretando interamente il pensiero islamico come politicizzato, oltre la religione. Erano pericolosi in quanto “mentitori”, dicendo di essere musulmani quando in realtà erano atei. Fingevano di adeguarsi ai principi della religione.
Molti vanno anche contro queste teorie, facendo riferimento a quanto scrive al-Farabi in uno scritto su Platone: un “terroriste” è ricercato dal sultano di una città. Per fuggire quindi si veste da sufi e si finge ubriaco. Si presenta alle porte della città appositamente sorvegliate e alla domanda delle guardie su chi fosse, risponde sinceramente “sono colui che cercate”. Ma le guardie, vedendolo barbone e ubriaco, non ci credono e lo lasciano andare.
Cosa ne deduce Strauss: l’uomo pericoloso (il filosofo) finge di essere una cosa (il barbone) mentre in realtà è un altro. Quindi una duplicità di comportamento e atteggiamento, a cui si sottintende duplicità di concezione, ideologie e dottrine.
Come si ribatte: si può essere d’accordo sul travestimento dell’uomo, però egli ha detto la verità. Leggendo i libri dei filosofi, perché bisogna presumere che mentano? Saranno sì scritti in maniera contorta, ma in fondo dicono la verità: se il filosofo dice di essere musulmano, lo dice in modo complicato, ma dice la verità.
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