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L’immortalità dell’anima e il ciclo delle reincarnazioni



Sembra certo che a Pitagora si debba l’introduzione nella cultura greca di alcune credenze di origine orientale (probabilmente egiziana o addirittura indiana) concernenti l’immortalità dell’anima. I pitagorici credono infatti che l’anima sia un’entità diversa dal corpo e indipendente da quest’ultimo: secondo la teoria della metempsicosi (“passaggio delle anime”), una volta cessata la vita di un corpo l’anima si incarnerebbe in un altro, dando così luogo a un processo di vera e propria trasmigrazione. All’interno di un simile quadro, l’anima viene concepita come un’entità immortale, destinata dunque a sopravvivere al corpo nel quale si trova di volta in volta a essere incarnata. Secondo Pitagora l’elemento veramente proprio dell’individuo non è dunque il suo corpo, bensì la sua anima: di conseguenza, non è al corpo che si rivolge il messaggio sapienziale dei pitagorici, ma all’anima. Pitagora, inoltre, ritiene che i corpi nei quali l’anima si può reincarnare non sono solamente quelli degli uomini, ma anche quelli di altri esseri viventi, per esempio degli animali. Si spiega in questo modo il divieto, formulato nell’ambito delle prescrizioni morali e religiose della setta, di cibarsi di carne, dal momento che nell’animale ucciso potrebbe esserci stata l’anima che era stata precedentemente di un uomo e che in un uomo si sarebbe potuta incarnare in una successiva fase. In verità, basterebbe prestare attenzione all’insieme delle prescrizioni pitagoriche, per rendersi conto che l’intero modo di vita della setta è finalizzato al conseguimento di una vera e propria purificazione dalle esigenze, della corporeità; non manca infatti neppure l’invito all’astinenza sessuale. I discepoli di Pitagora vedevano nel maestro una sorta di sciamano, un individuo dotato di capacità e poteri eccezionali (si narrava, per esempio, che fosse in grado, conosciuto un individuo, di elencarne le precedenti venti incarnazioni e che fosse in possesso di qualità divinatorie, in grado cioè di predire il futuro). La sua autorevolezza era tale che gli adepti della setta ne parlavano senza in realtà nominarlo, ma indicandolo con espressioni quali “colui”, “il divino” e così via; basti ricordare che il motto “lo ha detto lui” (in latino ipse dixit) si riferisce proprio a Pitagora
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