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L'uomo come «animale razionale»

Chi è dunque l'uomo per i greci? Quali attributi, quali specifiche facoltà lo rendono degno di proporsi come «misura di tutte le cose»? La più nota definizione classica dell'uomo è certo quella di Aristotele per cui egli è «animale razionale». L'uomo è un animale, vincolato alla corporeità e dunque soggetto alla malattia e alla morte. Tuttavia, egli si distingue dagli altri animali per il possesso "divino" del logos, che è ragione e linguaggio. È la ragione che assicura all'uomo una conoscenza del mondo più profonda di quella basata sui soli sensi, ai quali si limita il rapporto con la realtà degli altri animali. È il linguaggio che gli permette di comunicare valori ed esperienze a un livello molto più raffinato dei versi degli altri animali; è ancora la ragione, infine, che rende l'uomo capace di controllare e indirizzare istinti e passioni, e ne fa dunque un essere potenzialmente virtuoso e moralmente responsabile.

Tutti i pensatori greci ebbero coscienza della specificità dell'umano, ma ne offrirono interpretazioni e spiegazioni differenti. Secondo alcuni, l'originalità dell'uomo era effetto di una componente spirituale, di un'anima diversa e superiore rispetto al corpo e alla materia; per altri filosofi, all'opposto, anche le facoltà più nobili e specifiche dell'uomo, come la capacità di pensare e comunicare, di amare o di perseguire scopi deliberatamente scelti, non erano altro che funzioni del corpo, analoghe alla facoltà di trarre nutrimento dall'ambiente o di generare, benché certamente più alte e sofisticate rispetto a quelle che l'uomo ha in comune con gli altri viventi.

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