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I cinici

Zenone nega il moto? Antistene (440-370 a.C.) per tutta risposta, si mette a camminare. Il parlare stesso, infatti, diventa inutile: dal momento che non si può dire "il cavallo è veloce", ma solo "il cavallo è cavallo", è chiaro che il discorso non può insegnare nulla. Ed è inutile inseguire universali, come andava facendo Platone con le sue idee: noi vediamo i singoli cavalli, ma non ci accade mai di vedere qualcosa come la "cavallinità". (Platone avrebbe risposto ad Antistene: perché non hai occhi per vederla).
Dal momento che il discorso non può insegnare nulla, i cinici si servono dell'atteggiamento, dell'azione. Al più, aggiungono qualche brevissimo commento esplicativo, quando la stranezza dell'atteggiamento provochi una domanda. Se qualcuno chiede a Diogene di Sinope come mai, in pieno giorno, si aggiri con una lanterna accesa, Diogene risponde: "Cerco l'uomo". Però anche i cinici vogliono insegnare qualcosa; e cioè un'estrema semplicità di bisogni, che permetta di soddisfarli in piena tranquillità (vivere secondo natura). Possedere una ciotola è superfluo, dato che basta il cavo della mano per bere; e una botte è sufficiente a Diogene per abitare. Se Alessandro in persona gli chiede che cosa possa fare per lui, c'è una preghiera pronta: non frapporsi tra lui e il sole.

Questi modi, e altri ancor più irrispettosi, con l'ostentata irriverenza per quanto possa esserci di irrazionale in costumi che, tuttavia, hanno un pregio di tradizione, non erano accetti ai più, che, prendendo spunto dal fatto che i filosofi di codesta scuola si riunivano nella palestra di Cinosarge, li battezzarono "cinici", cioè simili a cani.
Ma che conducessero una vita da cani lo pensavano solo gli altri: loro stessi ne erano contentissimi, avendo fatto della scarsezza di bisogni la propria ricchezza e la propria libertà rispetto a ogni costrizione sociale.

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