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Aristotele: Potenza e atto

Il carattere organico del divenire è colto da Aristotele attraverso i concetti di "potenza" e di "atto", che sono tipici dello sviluppo della vita. Supponiamo di avere un uovo di gallina, fecondato e vitale: "attualmente" esso non ha nessun carattere che ricordi una gallina adulta. Se noi non avessimo visto altre volte nascere pulcini da uova in tutto simili a quello, non sapremmo neppure immaginare che cosa ne possa uscire.
Tuttavia quel che verrà fuori dall'uovo è già perfettamente determinato: un pulcino; e non un pulcino qualsiasi, bensì quel determinato pulcino, che si svilupperà in quel pollo, maschio o femmina, con le piume di un certo colore, ecc.
Ciò si esprime dicendo che quell'uovo è un determinato pulcino "in potenza". "In atto", dunque, l'uovo non è che un uovo: ma il suo essere non sta tutto lì. L'essere di quella realtà che è l'uovo è, essenzialmente, una legge di sviluppo che lo porterà (non senza stimoli esterni) a costituire un giorno un pollo o una gallina in atto (che, a loro volta, avranno in sé la "potenza" di generare altre uova, capaci di svilupparsi in polli, ecc.).

Tra l'essere e il puro non essere troviamo così un concetto intermedio, capace di salvare il divenire evitando i dilemmi posti da Parmenide. "E' o non è", aveva detto Parmenide: non c'è altra via. Eppure, se consideriamo l'essere dell'uovo, vediamo che non è, senza dubbio, un pollo; ma che questo suo "non essere un pollo" non è un non essere puro e semplice, ed è radicalmente diverso, poniamo, dal suo "non essere" un serpente. Quell'uovo, oltre a non essere un serpente, neppure può esserlo; per contro, anche se non è un pollo attualmente, tuttavia può esserlo: tanto è vero che lo diventa; sicché, in certo senso, si può dire che esso è anche già un pollo, sebbene solo "in potenza".

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