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Pensiero di Aristotele


Aristotele distingue tre scienze:
• Teoretiche (necessario), hanno come oggetto di studio l’essere, che può essere visto da angolature diverse che a sua volta si dividono in: metafisica, considera l’essere in quanto essere; fisica, studia l’essere dal punto di vista del movimento; e infine la matematica, che guarda l’essere dal punto di vista della quantità.
• Pratiche (possibile), hanno come oggetto di studio la felicità, che a sua volte può essere vista da due punti di vista: etica, come singolo; e politica, come collettività.
• E infine Poietiche, scienze produttive.
Le opere di Aristotele si distinguono in:
• Essoteriche, destinate alla circolazione pubblica (visibili a tutti). Hanno prevalentemente forma di dialogo, e di esse sono rimasti noti solo alcuni titoli e alcuni frammenti.
• Esoteriche, costituite in gran parte dalle dispense per le lezioni presso il Liceo.

Per più di due secoli dopo la morte di Aristotele le opere essoteriche risultano le uniche conosciute, poiché quelle esoteriche spariscono dalla circolazione e vengono ritrovate solo nel I a.C. in Asia Minore, poi trasferite ad Atene e poi successivamente a Roma, dove vennero affidate a Andronico di Rodi, che provvede alla loro sistemazione.
Il corpus aristotelico comprende quattro gruppi di opere:
• Le opere di logica, raccolte da Andronico sotto il titolo di Organon.
• Le opere della natura, o fisica.
• I quattordici libri della Metafisica, così definita da Andronico perché posti dopo i libri di fisica.
• Gli scritti di etica, politica, retorica e poetica.

La metafisica

Ciò che oggi chiamiamo metafisica era invece definito da Aristotele come filosofia prima. Aristotele la definisce come la scienza che considera l’essere in quanto essere e le proprietà che gli competono in quanto tale. Essa è quindi ontologia, cioè studio dell’essere in quanto tale. Ciò significa che le cose che esistono sono esseri determinati, che possiedono cioè qualità.
Aristotele conia quattro significati del termine essere:
• L’essere come accidente.
• L’essere come sostanza.
• L’essere come vero.
• L’essere come potenza e atto.

Per spiegare l’essere come sostanza, Aristotele ipotizzò l’esistenza di qualcosa che permane nel cambiamento, ma non visibile (sostanza), e qualcosa di identico in ognuno al di là delle differenze apparenti (l’essenza). Quest’ultima dà infatti risposta alla questione della molteplicità, la sostanza invece proprio perché individuale, non coincide con l’essenza.

In definitiva, la sostanza è l’unione di materia e forma, non potremmo quindi comprendere ogni singolo individuo considerandolo solo come carne, né considerandolo solo come forma (uomo). La sostanza è l’unione inscindibile, un sinolo di materia e forma, in cui la forma è l’elemento che dà significato generale alla sostanza nel suo insieme, ed è comune a tutti gli uomini. Mentre il rapporto unico tra la forma e una materia determinata caratterizza un individuo.
La forma è dunque propriamente l’essenza immanente, dentro il concreto e l’individuale, essa è quindi il principio in base al quale un ente è definito come tale piuttosto che un altro. La materia invece è un sostrato che può assumere una forma.
Non tutto ciò che esiste ha una spiegazione razionale e necessaria, a tale proposito Aristotele distingue la sostanza dagli accidenti. Quest’ultimo rientra nelle definizioni di essere, ma non esprime la razionalità della cosa, la sua ragion d’essere, né se ne può dare una spiegazione scientifica, e quindi non vi sarà neanche una causa determinata, ma solo una causa fortuita.
Il piano della razionalità dell’esistente per Aristotele è la forma che si traduce nel concetto, che è la rappresentazione mentale della forma. Perciò conoscendo le forme conosciamo l’universale che è oggetto di scienza, conosciamo ciò che è comune a una molteplicità di individui e che ci consente di comprenderli razionalmente al di là delle differenze accidentali.
Un altro concetto trattato nella Metafisica è la distinzione tra sostanze prime e seconde. In senso stretto si può dire che esistono solo le sostanze prime, mentre di tutte le altre si può parlare solo in riferimento di queste. Le sostanze prime sono quindi i singoli individui concreti. Le sostanze seconde sono invece i generi, queste non esistono concretamente, ma solo come proprietà delle sostanze prime.
Uno dei dilemmi chiave di cui si occuparono un po’ tutti i predecessori di Aristotele è il divenire. Egli sottolinea che non è casuale, ma è sempre indirizzato verso un fine preciso. Il processo di trasformazione è quindi guidato dalla forma propria dell’individuo, la quale plasma la materia, per sua natura informe. L’individuo contiene quindi in sé, in potenza, ciò che sarà, e il divenire è il passaggio dalla potenza all’atto. La potenza è espressione della materia, l’atto della forma. La materia è potenza perché può assumere molteplici forme, e precede l’atto, ma dal punto di vista metafisico è il secondo ad avere priorità, dato che costituisce la ragion d’essere dell’intero processo. L’atto è definito da Aristotele anche entelechia (compimento, realizzazione) che sta a indicare che nell’atto la cosa raggiunge la perfezione della propria natura.
Una volta definito cosa fosse l’atto, e cosa la potenza, Aristotele arrivò a chiedersi perché avviene il passaggio tra questi due enti. Secondo egli alla potenza è connessa la privazione, una mancanza che il processo tende a comare. Quindi il divenire ha origine dalla mancanza e si manifesta con il passaggio dalla potenza all’atto.
Cronologicamente l’atto viene dopo la potenza, ma da un punto di vista logico lo precede. Infatti affinché qualcosa passi dalla potenza all’atto è necessario qualcosa che sia già in atto che guidi questo processo, definiamo quindi la potenza a partire dall’atto, poiché ogni essere in potenza deriva da un essere in atto. L’atto precede infine la potenza anche come sostanza, perché l’atto costituisce la causa finale del divenire di ciò che è in potenza, e quindi deve già esistere per dare una direzione al movimento, al divenire. Per queste ragioni l’atto è anche superiore alla potenza: l’atto è perfezione, la potenza è imperfezione.
Una delle differenze principali tra Platone e Aristotele è la concezione del divenire, per Aristotele ogni essere può realizzare la propria natura, con il passaggio dalla potenza all’atto, mentre per Platone ogni cosa tende alla perfezione tramite l’imitazione dell’idea corrispondente, tuttavia senza mai raggiungerla.
Per comprendere la teologia di Aristotele bisogna ipotizzare l’esistenza di una materia priva di qualsiasi forma e di una forma priva di qualsiasi materia. La materia informe è detta materia prima, mentre dall’altra parte abbiamo una forma pura, priva di materia e di alcuna potenzialità, prende quindi il nome di atto puro o atto in atto.
L’atto puro viene riconosciuto in Dio, poiché è immobile, privo di ogni potenza e quindi non soggetto al divenire. Per dimostrare l’esistenza di quello che egli chiama Dio, parte dal presupposto che il tempo sia eterno, perché se così non fosse dovremmo dire che c’è un “prima” e un “dopo”, ma questi a sua volta sono termini che fanno riferimento a situazioni temporali, e presuppongono quindi l’esistenza del tempo. Al tempo è connesso il movimento, che presuppone a sua volta l’esistenza di un motore in atto, che rimanderebbe ancora a un altro motore e così via. Per evitare il regresso all’infinito è quindi necessario ammettere l’esistenza di un atto puro, il così detto motore primo.
Il motore primo non essendo in potenza non può essere materiale e quindi deve essere considerato come atto puro. L’assenza di potenza e di materia a sua volta implica la mancanza di divenire, di conseguenza deve anche essere immutabile ed eterno. Ma in quanto non soggetto al divenire, tale motore deve essere immobile. Perciò Aristotele concluse che il motore primo muove come causa finale, cioè muove come ciò che è amato. Non essendo materiale Dio è quindi pura intelligenza, puro pensiero: mentre l’uomo può pensare solo a oggetti distanti da sé, Dio non può che pensare all’entità più perfetta, cioè se stesso. Possiamo concludere dicendo che il Dio di Aristotele non è un Dio-persona, è un principio cosmologico che dà ordine al mondo senza crearlo, lo ordina in quanto fine ultimo cui tende tutto ciò che esiste, ogni singolo essere e l’universo nel suo insieme tendono verso Dio.
Dio è anche causa che spiega il movimento dei cieli, muove questo cielo ma non le sfere inferiori. Ogni sfera ha bisogno di un motore, ipotizza quindi l’esistenza di un’intelligenza celeste come motore di ogni sfera. Ma il termine Dio è riservato solo al primo motore. La contraddizione si supera se consideriamo queste intelligenze come causa del movimento fisico, tendenti anch’esse verso il motore immobile come causa finale. Possiamo quindi parlare di un monoteismo aristotelico, nonostante la presenza di altre divinità.

La fisica

Aristotele ritiene altrettanto importante lo studio della fisica, tanto da definire la fisica “filosofia seconda”. La fisica studia l’essere in movimento. Le cause ultime dell’esistente e del divenire sono quattro:
• Causa materiale, la materia di cui è fatto un ente;
• Causa formale, ciò che dà ordine alla materia secondo un modello determinato;
• Causa efficiente, quella da cui ha inizio il movimento;
• Causa finale, il fine per cui qualche cosa viene costituita;
Tra le cause Aristotele da particolarmente importanza a quella finale. Tutto in natura avviene per un fine, nulla è dovuta al caso, ammette quindi la presenza del caso ma solo come spiegazione degli eventi accidentali, che non modificano il teleologismo di fondo.
Egli distingue inoltre quattro diversi tipi di movimento:
• Sostanziale, la trasformazione della sostanza, ovvero nascere e morire.
• Quantitativo, l’accrescimento, il cambiamento delle qualità.
• Qualitativo, il cambiamento delle qualità.
• Locale, lo spostamento nello spazio.
I primi tre moti sono tutti riconducibili al movimento locale.

Aristotele formula una teoria che sta alla base della sua fisica, la teoria del luoghi naturali: essa afferma che ognuno degli elementi fondamentali ha un luogo che gli è stato assegnato pe natura e che tende a raggiungere quando non è impedito da cause esterne. Inoltre secondo egli la terra ha una forma sferica, ed era considerata una forma perfetta poiché ogni punto della sua superficie è equidistante dal centro. Unendo queste due teorie ne risulta una cosmologia predominata dal geocentrismo, infatti la terra (l’elemento più pesante) ha il suo luogo naturale in basso che coincide con il centro dell’universo. Terra, acqua, fuoco e aria sono nel nostro mondo che ne è il luogo naturale, quindi l’universo non è composto dagli elementi che conosciamo, deve essere formato da un quinto elemento, l’etere.
Mentre il nostro mondo è soggetto alla nascita, alla morte e al cambiamento, il mondo celeste è perfetto e immutabile. Aristotele disegna quindi una cosmologia che prende il nome di sistema aristotelico-tolemaico: ricapitolando, la terra è al centro dell’universo e i diversi corpi celesti sono sostenuti da sfere composte da etere, e poiché ogni sfera è mossa da quella che la racchiude, a sua volta mossa indirettamente da quella più esterna, l’universo è finito (poiché la sfera delle stelle fisse chiude l’universo).
Il dualismo di Aristotele riguarda anche il moto locale che è di due tipi:
• Naturale, è quello che spinge ogni corpo verso il proprio luogo naturale.
• Violento, contrasta il moto naturale.
Secondo Aristotele inoltre non esiste il concetto di vuoto, poiché definisce il luogo come il limite del corpo, non esiste quindi un luogo che non racchiuda un corpo.
Nella sua cosmologia anche il tempo ricopre un ruolo molto importante, il quale è definito in relazione alle cose, cioè possiamo parlare di tempo solo se c’è qualcosa che cambia, se esiste quindi un prima e un dopo.

L’anima e la conoscenza

Mentre con Platone il corpo era ritenuto solo come un contenitore, sede delle passioni e dei sensi, con Aristotele scompare ogni accezione negativa del corpo, delle sensazioni e delle passioni, purché disciplinate dalla ragione. L’anima si differenzia nei vari esseri viventi a seconda delle funzioni che svolge: l’anima vegetativa propria delle piante, responsabile della nutrizione; l’anima sensitiva, caratteristica degli animali, controlla le sensazioni e il movimento; e infine l’anima razionale, propria dell’uomo. Ma non si tratta di anime distinta, ma di un’unica anima che svolge più funzioni. Per Aristotele c’è una stretta continuità tra sensazione e intelletto, poiché la conoscenza inizia sempre dai sensi e avviene per un duplice passaggio dalla potenza all’atto: la facoltà sensitiva è potenza e diviene atto solo quando viene avvertita una sensazione. Individua inoltre i cosiddetti sensibili comuni che coinvolgono diversi sensi, indicando la capacità di due o più sensi di interagire tra loro. Queste sensazione sono a loro volta affiancate dall’immaginazione che produce immagini generiche delle cose, dando vita così a un processo di astrazione che porterà alla conoscenza del concetto.
Al concetto corrisponde la forma, che è dentro ogni singolo ente ma non è percepibile attraverso i sensi. Dalla conoscenza di individui appartenenti alla stessa specie, l’intelletto astrae la forma comune a tutti, che corrisponde con il concetto. Quindi a differenza dell’immagine, che coglie ciò che è comune esteriormente, il concetto astrae ciò che fa di un ente quello che è, cioè l’essenza, la forma. L’intelletto deve passare dalla potenza all’atto del conoscere, per spiegare tale passaggio Aristotele afferma che ogni uomo durante la propria vita, conosce realmente un numero limitato di concetti, ma avrebbe potuto conoscerne altri, quindi potenzialmente può conoscere tutto anche se attualmente la sua conoscenza è limitata, quindi il suo intelletto contiene potenzialmente tutti i concetti. I concetti che da conoscibili diventano conosciuti richiedono la presenza degli stessi concetti in atto.
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