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La felicità come bene supremo pratico

Come già sappiamo, secondo Aristotele lo scopo della vita morale è il raggiungimento della felicità (eudaimonfa). Il filosofo giunge a questa conclusione sulla base dei seguenti argomenti. Egli osserva che tutte le azioni umane hanno come fine un bene (tò agath6n); ma le azioni sono varie e molteplici, e quindi sono molteplici anche i fini o i beni, in vista dei quali le azioni stesse vengono compiute.

Aristotele distingue poi tra due significati di "bene". In un primo senso, infatti, definiamo "bene" ciò che viene ricercato in vista di altri beni, e non dunque per se stesso; in questo caso, il bene cui miriamo non rappresenta il vero fine dell'azione, ma solo un mezzo o uno strumento per raggiungere un altro bene. In un secondo senso, diciamo invece "bene" ciò che ricerchiamo per se stesso e non in vista di altro. In questo senso - che è quello più proprio - "bene" è soltanto ciò in vista del quale vengono ricercati tutti gli altri beni, quali mezzi rispetto al fine: Aristotele lo definisce "bene supremo".

Il bene supremo, tuttavia, diversamente dall'idea del Bene platonica, principio della realtà e dell'intelligibilità delle cose, deve essere qualcosa di effettivamente alla portata dell'uomo, che lo può conseguire mediante le proprie azioni. In altri termini, esso deve essere praticamente raggiungibile. La felicità è il bene supremo pratico cui l'uomo può aspirare nella vita e al cui raggiungimento deve essere orientato il suo agire.

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