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bene supremo per Aristotele

Per Aristotele il fine di ogni azione è il conseguimento di un bene, ma poiché molti sono i fini delle azioni, molti saranno anche i beni. Ci saranno beni che si mirano a conseguire perché porteranno ad altri beni, e quindi sono beni intermedi, e beni che invece sono beni in se stessi, ed il bene supremo deve essere di questo tipo. Perciò quello che sembra riassumere tutti i beni, ossia il bene finale a cui tutto tende e per il quale tutte le azioni vengono fatte, è la felicità, cioè il pieno appagamento del proprio essere e della propria natura. Questo stato di benessere ultimo che ricerchiamo non è scelto in vista di qualche altra cosa, ma è il fine ultimo ed è dinamico e non statico, poiché non è visto come un appagamento dei desideri, ma come una continua realizzazione della propria essenza. Il mezzo per conseguire la felicità è la virtù.
Nello specifico per l’uomo, in quanto animale razionale, la felicità consiste nell’attuare pienamente l’attività razionale, perciò non sarà appagato pienamente con l’attuazione del piacere, poiché questo accompagna la felicità, ma non è la felicità ultima, che invece sarà l’attuare la propria natura e quindi l’uso della ragione.
Poiché la ragione serve sia per conoscere che per controllare le altre funzionalità dell’anima, la felicità piena sarà l’uso della ragione a fini conoscitivi, attraverso le virtù dianoetiche, mentre l’uso della ragione nel condurre l’uomo alle scelte più razionali verso la soddisfazione piena dei propri appetiti sarà dovuta alle virtù etiche, anche se sono indispensabili entrambi per la completa felicità.

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