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L'illimitato come origine e fine di tutto



Mentre Talete non scrive probabilmente nulla, il suo concittadino Anassimandro (610- 540 a.C.) compone quasi certamente un’opera in prosa, poi intitolata, secondo un uso destinato a imporsi nei secoli successivi, Sulla natura. Di questa sua composizione letteraria possediamo un unico frammento, che restituisce dunque le prime parole del pensiero occidentale. Esse suonano misteriose e piene di fascino: «Principio degli enti è l’illimitato […] e ciò da cui le cose hanno generazione, proprio lì si dissolvono, secondo la necessità. Esse infatti si rendono reciprocamente giustizia della loro ingiustizia secondo l’ordine del tempo». Non è molto semplice intuire il senso di questa strana affermazione che sembra parlare di una questione fisico-cosmologica (generazione e dissoluzione delle cose) con un linguaggio etico e giuridico (giustizia e ingiustizia): il termine centrale è senz’altro àpeiron, che significa “privo di limite” (composto dal prefisso privativo a e dal sostantivo pèras, “limite”), ossia appunto “illimitato” e forse “infinito”. Probabilmente Anassimandro intende sostenere che tutte le cose nascono da una sorta di magma originario, l’illimitato appunto, e in esso sono destinate a tornare, forse per rigenerarsi ancora. Egli poi sembra sostenere che nel momento stesso in cui nascono, e dunque si affermano nella loro individualità, le cose commettono una sorta di ingiustizia (forse a danno dell’illimitato, forse delle altre cose) e per questo pagano una pena, consistente nel ritorno all’illimitato originario.
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