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Andy Warhol: Robot


Vero e proprio pioniere della Videoarte fu il coreano, statunitense d'adozione, Nam June Paik (1932-2006). Dopo una breve esperienza nel gruppo Fluxus, negli anni sessanta l’artista produsse a New York una serie di opere costituite da video basati su un flusso continuo e martellante di immagini e colori, che scorrevano all’interno di un monitor televisivo evocando composizioni astratte 56. Altrettanto inedita è stata l’evoluzione della sua ricerca, che, negli anni ottanta e novanta, lo portò a sperimentare l’utilizzo del televisore come elemento strutturale dell’opera stessa. Paik realizzò vere e proprie sculture fatte di televisori impilati che trasmettevano immagini. La nota serie dei Robot è costituita da “statue” antropomorfe, composte di apparecchi assemblati e funzionanti. Esse ricordano un gioco di costruzioni per bambini, ma in verità propongono una riflessione sulla dimensione tecnologica e massmediatica della società contemporanea, che trasforma l'uomo in un essere automatico, spersonalizzato. Nel caso di Andy Warhol Robot (1994), tale riflessione si innesta sulla volontà di rendere un ironico omaggio al “padre” della Pop Art, evocato da una delle sue icone più riconoscibili - la scatola di detersivo Brillo - incastonata fra gli schermi. Scegliere Warhol, per Paik, significa riconoscere e sottolineare come l’artista americano avesse avuto la capacità di individuare e mettere in luce con chiarezza i caratteri della cultura di massa.
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