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Anthropométries: una pittura “umana"


Ossessionato dalla potenza evocativa del colore blu, Klein giunse ad applicare la sua tinta non solo agli oggetti, alle tele e alle copie delle sculture antiche, ma anche ai corpi umani. Nacquero così le celebri Anthropométries ("Antropometrie”, dal greco ànthropos, "uomo”, e métron, “misura”), termine inventato dal critico Pierre Restany per definire un ciclo di opere costituite dall’impronta lasciata sulla tela dai corpi di modelle nude cosparsi di colore.

I pennelli viventi


La tecnica fu definita da Klein «pinceaux vivants», ovvero “pennelli viventi”, dal momento che le sue modelle “si intingevano” nel colore, da sole o con l’aiuto dell’artista, per poi premere il corpo o stendersi sulla superficie da dipingere. Tale procedura, che rappresenta un antecedente diretto dell’happening e della performance, veniva presentata in serate organizzate in luoghi istituzionali o abitazioni private: qui l’autore agiva da regista di una messa in scena durante la quale le modelle “danzavano” cosparse di colore e finivano per rotolarsi sulla tela. La sagoma stampata del corpo blu assumeva così lo stesso valore di un monocromo o di una spugna: una traccia della vita, l’ombra di un corpo smaterializzato e astratto, un simbolo dello spirito.

L’arte messa in scena


Klein considerava le Anthropométries come una sorta di rituale disciplinato e scandito dalla lentezza dei gesti, un rituale nel quale le modelle diventavano protagoniste di una forma di espressione teatrale. In molti casi tali rappresentazioni venivano accompagnate da un’orchestra. Nel 1949 l’artista arrivò a scrivere addirittura una Sinfonia monotona, creazione musicale coerente con la sua scelta monocroma in pittura.

Il progetto contro l'improvvisazione


Opere come le Anthropométries sono state accostate spesso dai critici agli esiti dell’Action Painting. In realtà, nei lavori di Klein i corpi agivano liberamente e l’artista si limitava a elaborare concettualmente l’opera, controllando a distanza la performance. Nel caso degli autori americani, l’esito dell’opera era invece legato all’espressione immediata della soggettività dell’artista, che nell’atto creativo manifestava istintivamente il proprio intimo, senza alcuna progettualità predefinita.
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