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Teorie economiche dei fisiocratici e dei liberisti di Adam Smith

Nell'Inghilterra del 700 furono formulate importanti teorie economiche, Adam Smith, principale economista inglese, espose i principi di una teoria che avrebbe preso il nome di "liberismo". Secondo Smith, lo stato deve lasciare la massima libertà economica ai cittadini, limitandosi as amministrare il paese, a difenderlo, a far applicare le leggi.
La trasformazione dell'agricoltura spinsero molti a riflettere sul ruolo del settore primario e sul bisogno di liberare le energie represse dall'antico regime. Nacque così la scuola "fisiocratica", i cui massimi esponenti furono Francois Quesnay, Jaques Turgot e Victor de Mirabeau.
I fisiocratici pensavano che esistesse un ordine economico naturale, concepivano l'agricoltura come fonte primaria della ricchezza e unico settore definibile produttivo. Ritenevano che l'agricoltura avrebbe potuto sostenere lo sviluppo di grandi nazioni solo se fossero state abolite le restrizioni e gli impedimenti alla libertà di scambio.
La fisiocrazia esprimeva caratteristiche tipiche dell'epoca dei Lumi. Affermava l'esistenza di un accordo tra natura e ragione, la natura fosse regolata da meccanismi interni razionali, messi a rischio da interventi esterni. Da ciò deriva la fiducia nelle virtù autoregolatrici del mercato, capacità di raggiungere spontaneamente l'equilibrio nella distribuzione delle risorse. Per questo andavano cancellati i residui vincoli feudali, monopoli produttivi e commerciali, vincoli sulla terra e sulla forza lavoro.
Sul terreno teorico preparato dai fisiocratici s'innestò la riflessione del filosofo Adam Smith, elaborò le basi teoriche del liberismo. Contrariamente al mercantilismo, che presumeva una ostilità naturale tra gli stati, per lui la società era il luogo in cui gli uomini si scambiavano beni e prodotti, e la misura della sua efficienza/razionalità era la libertà posta a fondamento degli scambi.
Smith concordava con i fisiocratici nella battaglia per superare l'antico regime, ma non distingueva il lavoro produttivo, legato alla terra, dal lavoro sterile, connesso ad artigianato e industria. Pensava che il motore di sviluppo fosse la produzione di lavoro impiegata. Il valore di una merce, non dipende dalle sue qualità intrinseche ma dalla quantità di lavoro necessaria a produrla.
Serviva quindi più divisione del lavoro e più innovazioni tecnologica. Il processo produttivo diviene più rapido, elevando i rendimenti delle macchine e dei lavoratori, risparmiando i tempi e i costi di lavorazione.
Smith pensava inoltre che il mercato si muoveva con una regolarità interna, una "mano invisibile" che lo guidava naturalmente verso l'equilibrio, e che il perseguimento dell'interesse individuale, in una società senza vincoli e privilegi, coincida con quello generale. Da ciò ricava la sua concezione liberista: l'egoismo individuale non è una forza socialmente disgregante, ma l'energia dello sviluppo; compito dello stato è rendere possibile e favorire il manifestarsi delle forze spontanee del mercato.
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