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Economie pianificate



Fino a pochi anni fa, per esempio, alcuni Paesi, come l'ex Unione Sovietica o i Paesi dell'Est europeo, non ammettevano né la proprietà privata né la libertà di iniziativa economica. In questi Paesi i mezzi di produzione appartenevano soltanto allo Stato. In questa situazione ogni decisione su quanto produrre, quali tecniche impiegare e come distribuire il prodotto ottenuto non poteva che essere attribuita al Governo, al quale spettava il compito di interpretare quali fossero i bisogni dei cittadini e come soddisfarli.
Le economie di questo tipo, in cui lo Stato programma l'uso delle risorse secondo obiettivi stabiliti a livello politico, si chiamano economie pianificate.

Inizialmente questi sistemi erano nati con l'intenzione di ridurre le disuguaglianze sociali tra le persone, ma la scarsa efficienza con cui seppero rispondere ai bisogni dei cittadini e la totale assenza di libertà su cui si fondavano, nonché il fatto che le imprese non erano stimolate a produrre dal rispetto di considerazioni di efficienza, diedero vita alla fine degli anni Ottanta a un movimento di protesta che ne decretò il crollo. Oggi gli unici Paesi a economia pianificata sono la Cina, Cuba e la Corea del Nord che contemplano però diversi livelli di apertura al mercato globale.
Ma non si deve credere che l'efficienza di un sistema economico implichi l'applicazione assoluta del principio di libertà. Come in tutte le relazioni sociali, anche in campo economico la libertà deve essere esercitata all'interno di un sistema di regole che tocca allo Stato coordinare e verificare.