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L’occhialuto uomo

Introduzione sul percorso interdisciplinare

La vista è uno dei cinque sensi, forse il senso fondamentale, quello a

cui si tiene di più, del quale nessuno vorrebbe essere privato.

Esiste però un altro tipo di “vista”, ed è quella che ognuno di noi

dovrebbe “sviluppare”, che non ha nulla a che vedere con oculisti e

occhiali.

Tutti sono in grado di vedere?

Esistono persone che riescono a guardare oltre le apparenze?

Non sempre riusciamo a scoprire la verità , sempre più spesso ci si

uniforma alla massa, si ritiene esatta la prima cosa che si vede,

quella che vedono tutti.

Guardare oltre può essere doloroso, ci si sente diversi, spesso esclusi

da una società sempre troppo “miope”.

Coloro che tentano di “aprire gli occhi” anche agli altri vengono

derisi o emarginati perché ritenuti fuori luogo, elementi di rottura,

non in linea col periodo storico, politico, intellettuale.

Proprio quelli coi paraocchi giudicano ciechi gli ipermetropi!

Nella poesia “Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale”

Eugenio Montale parla con nostalgia della moglie (Mosca, per via degli spessi

occhiali) affetta da una forte miopia. Le sue pupille “offuscate” erano però in

grado di “guardare” la vita come lui stesso non sapeva fare, guidandolo in

“…le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate

ogni sua scelta quotidiana.

erano le tue.”

La cecità, seppur momentanea, di Gabriele D’Annunzio ha influenzato

sicuramente la sua poetica. Nel D’Annunzio Notturno il modo di scrivere e i

contenuti cambiano “punto di vista”.

Italo Svevo e la sua “profezia” dell’ occhialuto uomo ne “La coscienza di

Zeno”. L’autore sembra anticipare nella pagina finale del romanzo la scoperta

della bomba atomica e le sue devastanti conseguenze.

La “filosofia del lanternino” di Luigi Pirandello: il “buio”inteso come la vera

vita. Il trionfo di Epicuro: il primo uomo che ha alzato lo sguardo contro la

superstizione della religio. Lucrezio, nel “De Rerum Natura”, si era posto

l’obbiettivo di liberare gli uomini dagli affanni e dai problemi esistenziali

attraverso la promozione della filosofia epicurea. Accenno a Leopardi.

Sant’Agostino: la fede delle cose che non si vedono.

Apuleio nell’Asinus aureus, ci mostra i difetti umani visti in un ottica diversa,

attraverso gli occhi di Lucio trasformato in asino. La curiositas del

protagonista che vuole vedere oltre le apparenze.

La crisi del ’29 non era stata una crisi annunciata. Il presidente degli

USA Hoover nel 1929, anno del Grande Crollo: “Gli Stati Uniti sono più vicini al

trionfo finale sulla miseria che in qualunque altro momento o paese della

Storia”. Dopo gli anni ruggenti, nessuno era riuscito a vedere tale pericolo né

a porvi rimedio.

Per osservare le STELLE bisogna misurare l’angolo di aberrazione

della luce proveniente dagli astri: la direzione secondo cui vediamo la stella è

soltanto apparente.

Il genio per Schopenhauer è “limpido occhio del mondo”, colui che

conforta e aiuta l’umanità a superare il “Velo di Maya”.

Gli impressionisti vedono con occhi diversi staccandosi dalla

tradizione. Van Gogh viene giudicato pazzo per le sue opere fuori dal comune

e ne parla alla sorella in alcune lettere.

Oscar Wilde e il cieco positivismo dell’età Vittoriana.

Un modo diverso di “vedere”: gli organi sensoriali di alcuni pesci

che attraverso la percezione dei campi magnetici riescono ad individuare la

preda e ad orientarsi sott’acqua.

Guardare oltre, cercando di superare i “Limiti”.

L’occhialuto

uomo

Germana De Rienzo

5^C

Liceo Scientifico “Alfonso Gatto” Agropoli -SA-

Per iniziare il mio discorso personale ho pensato di partire

da ciò che me lo ha fatto venire in mente. Mi ha colpito

molto questa poesia di Montale soprattutto per il senso di

nostalgia che traspare dai versi, e appunto per il diverso e

importante significato che assume la vista. Mosca era

fortemente miope e aveva bisogno della guida del marito

per scendere le scale. Il poeta invece aveva bisogno di lei

affinché lo guidasse nel cammino della vita e lo aiutasse a

prendere decisioni quotidiane. Mosca infatti riusciva a

vedere (non con gli occhi) ciò che neanche lui era in grado

di vedere. Eugenio Montale

nasce a Genova il 12 ottobre 1896 e muore a Milano il 12 settembre 1981.

1925 pubblica presso Gobetti “Ossi di seppia”, il suo primo libro poetico.

1939 va a vivere con Drusilla Tanzi. Pubblica da Eunaudi il secondo libro di poesie “Le

occasioni”.

1956 pubblica presso l’editore veneto Neri Pozza il terzo libro poetico, “La bufera ed altro”.

1962 sposa Drusilla Tanzi (Mosca) che muore l’anno successivo.

1966 pubblica “Xenia”, le poesie per la moglie, poi comprese in “Satura”.

1971 esce “Satura”, quarto libro poetico.

1973 esce “Diario del ’71 e del ‘72”.

1977 esce “Quaderno di quattro anni”.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

5 le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.

10 Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

La donna (la moglie), con la quale il poeta ha diviso infinite piccole e grandi

vicissitudini della vita, non è più al fianco del suo uomo ad aiutarlo e confortarlo.

Perciò il poeta confessa il suo sgomento di fronte al viaggio della propria vita, che

continua ormai senza guida, e ammette l'importanza che questa donna ha avuto per

lui.

La lirica è un muto dialogo, con cui il poeta tenta di colmare il vuoto che la morte

della moglie (avvenuta nel 1963) ha aperto nella sua vita. Così, sul filo di un parlare

piano e sommesso, si snodano momenti di vita, piccole confessioni, tenerezze,

attraverso cui Montale riconferma il proprio giudizio su uomini e fatti.

Dal punto di vista stilistico-espressivo, la lirica si avvale di un linguaggio usuale e

quotidiano, che è funzionale al tema domestico e privato, e contribuisce al tono

dimesso e malinconico dell'insieme.

Analizziamo ora, in dettaglio, la lirica.

vv. 1-2 "Ho sceso... gradino": l'assenza della donna, resa definitiva dalla morte, ha

privato il poeta di quella comunanza di consuetudini e di quel mutuo scambio di aiuto

che ha caratterizzato la loro vita, gettandolo nello sconforto di una sensazione di

vuoto. L'immagine dello "scendere le scale", oltre che nel suo senso proprio (in tal

caso abbiamo un'iperbole), va intesa ovviamente come metafora di un fatale,

progressivo avvicinarsi alla vecchiaia e alla morte (che del resto costituisce l'esito

della vita: per cui la metafora assume un valore duplice). Adesso, senza la fedele

compagna, ad ogni piccolo passo ("gradino") il poeta si sente sprofondare nel vuoto.

v. 3 "Anche... viaggio": la vita vissuta insieme è stata lunga solo apparentemente.

L'immagine delle "scale", con cui il poeta alludeva nel v. 1 alla vita, viene sostituita

dalla metafora fondamentale del "viaggio" (si ricordi il dantesco "cammin di nostra

vita"). L'ossimoro costituito dai due aggettivi, "breve... lungo", evidenzia la

sensazione di sconforto e rimpianto in cui versa il poeta.

vv. 4-7 "Il mio... si vede": In questi versi occorre porre grande attenzione al verbo

"occorrono". Posto in posizione di risalto alla fine del verso e staccato dai suoi

soggetti (è un enjambement), assume significati diversi: infatti, riferito a

"coincidenze" e "prenotazioni" significa "mi servono, mi sono necessarie"; riferito

invece a "trappole" e "scorni" (delusioni), ha il significato di "mi capitano".

vv. 8-9 "Ho sceso... di più": la ripresa, all'inizio della seconda parte, del v. 1, con

leggera variazione strutturale, sottolinea l'amarezza del poeta. A legare le due parti

della lirica contribuisce la ripresa dell'inizio (anafora).

v. 10 "Con te": la posizione prolettica (anticipata) del sintagma "Con te" conferisce

alla donna il ruolo protagonistico che, nelle intenzioni del poeta, le compete.

vv. 11-12 "le sole... tue": centro lirico della seconda parte della poesia, gli occhi

della donna (le "pupille" dice Montale, con una sineddoche; "offuscate", cioè

indebolite dalla miopia) simboleggiano la capacità di penetrare il vero senso delle

cose al di là delle apparenze. In tal modo il tema del "vedere", già presente nella

prima parte al v. 7 ("si vede"), viene assunto dal piano sensibile al piano metaforico,

grazie alla forza dell'amore.

Pensando al senso della vista, come dimenticare

l’incidente col quale il prode D’Annunzio diventa quasi

completamente cieco? Egli non rinuncerà comunque a una

delle sue tante “passioni”: la scrittura e, modificherà a

causa (o per merito?) di tale handicap il suo stile. Inventa

un nuovo sistema che gli permetterà di scrivere anche non

vedendo il foglio (i cartigli); il buio lo induce alla

riflessione. Riesce insomma a sviluppare un altro tipo di

vista, quella “interiore”.

Gabriele D’Annunzio

nasce a Pescara il 12 marzo 1863, muore a Gardone Riviera il 1

marzo del 1938.

1889 Pubblica il romanzo “Il Piacere”

1891 - 1893 vive a Napoli, dove scrive “Il trionfo della morte”

1903 pubblica i primi tre libri delle “Laudi”: Maia, Elettra, Alcyone.

1915 Si schiera con gli interventisti partecipando alla guerra con imprese coraggiose e

spettacolari.

1916 Perde l’occhio destro e scrive le prose del “Notturno”.

1919 – 1920 Impresa di Fiume

1921 Si ritira nella villa del Vittoriale.

Il Notturno

Il 16 gennaio 1916, la squadriglia di idrovolanti di Grado deve

compiere una missione su Trieste; d’Annunzio vola, in qualità di

ufficiale operatore, sull’apparecchio pilotato dal tenente Luigi

Bologna. Gli eventi di quel giorno sono raccontati nel diario di

Renata, figlia del poeta: “Egli mi racconta che a Caorle avevano

ammarato per riparare un piccolo guasto, ma il luccichio del sole

sull’acqua aveva ingannato l’occhio del pilota che non aveva

potuto misurare bene la distanza, e così l’apparecchio, urtando

violentemente sull’acqua, era rimbalzato nell’aria con tale forza,

che se egli non fosse stato legato al seggiolino, sarebbe caduto in

mare”. Dopo aver subito quel violentissimo contraccolpo,

d’Annunzio resta semicieco per qualche ora, poi si riprende, ma

solo in parte, continuando ad accusare dolori e disturbi alla vista. All’inizio vede

“come una piccola onda”, poi la situazione va lentamente peggiorando. Egli è

costretto a costatare che il proprio campo visivo si sta restringendo paurosamente,

tanto da non consentirgli neanche di guardarsi allo specchio. Decisosi a farsi visitare,

la diagnosi risulta essere durissima: distacco della retina e della coroide dell’occhio

destro con versamento retroretinico; ad essa si accompagna, all’occhio sinistro,

un’infiammazione derivata dal trauma dell’altro lato; in sostanza il poeta ha ormai

quasi certamente perso l’occhio destro e rischia di perdere anche il sinistro. I medici

impongono a d’Annunzio cure drastiche e tassative: dovrà restare bendato e

immobile per circa due mesi; inoltre gli viene prescritto di parlare pochissimo e

sottovoce. Nonostante le cure amorevoli di Renata, l’occhio destro è perso

definitivamente ma il sinistro è salvo.

Durante questo periodo di cecità, d’Annunzio riesce però a continuare a scrivere,

mediante un’invenzione poco meno che geniale: egli aveva pensato di farsi preparare

dalla figlia migliaia di

sottili striscioline di carta, i cosiddetti “cartigli”, che gli permettessero di scrivere

senza rischiare di sovrapporre le righe. (È importante notare che, secondo il suo stile,

l’autore non si accontenta affatto di sfruttare i vantaggi pratici della propria

straordinaria invenzione, ma pensa bene di renderla di pubblico dominio). Quando

alla fine di novembre del 1921, sarebbe finalmente uscito, il Notturno era già famoso

da cinque anni.

Inizialmente il Notturno era concepito solamente come un testo di

accompagnamento della Leda senza cigno; il che conferma che almeno una parte dei

cartigli è stata con ogni probabilità redatta non durante la cecità ma all’epoca della

composizione della Licenza, quando il poeta aveva già il permesso di guardare.

Con tutti i limiti che la definizione può avere, il Notturno è tutto sommato un

racconto, il cui asse principale, esile e quasi astratto, è costituito dalla cronaca della

malattia. Suddivisa in tre Offerte, secondo un’antica e ricorrente passione dell’autore

per le strutture ternarie, insieme altamente simmetriche e vagamente dotate di un

simbolismo mitico - religioso, l’opera si presenta ulteriormente suddivisa in circa

centoquindici paragrafi o capoversi. Ma questi sono a loro volta suddivisi

internamente in ulteriori frammenti (circa duecentocinquanta in tutto), separati da

stacchi grafici che a volte coincidono con veri e propri stacchi narrativi, altre volte

paiono rispondere unicamente ad esigenze ritmiche, per marcare una pausa.

In tutta l’opera di d’Annunzio l’universo rappresentato è estremamente coerente, e

mostra una sostanziale omogeneità fra diversi livelli di realtà. Le immagini ricorrenti

sono cioè uniformi, indipendentemente dal loro apparire come percezioni attuali o

elementi di ricordi personalmente vissuti, rievocazioni erudite o fantasticherie ad

occhi aperti, sogni o persino comparazioni costruite dal narratore. Ci troviamo di

fronte a prose di confessione e di ricordi, pagine per lo più autobiografiche il cui filo

conduttore è fornito dalla nostalgica rievocazione dell’esperienza trascorsa. Il

linguaggio ivi sperimentato si sporge sull’orlo del silenzio, cade la sonorità un tempo

ancora presente e le parole diventano enigmi, segni indecifrabili.

In teoria l’universo rappresentativo dannunziano è già pronto per dar luogo ad un

interscambio generalizzato tra reale e non –reale; l’allucinazione è descritta sempre

come tale, e la mente del poeta si conserva sempre salda.

Nel suo scrivere sulle striscioline, viene l’immagine del poeta che scrive “sull’acqua”,

i segni paiono come tracciati sulla labile superficie dell’acqua, svaniscono ancora

prima di assumere una loro consistenza: essa è una profetica metafora della

condizione stessa della letteratura contemporanea, costretta ad abbassarsi a pratica

segreta, transitoria, instabile. Il d’Annunzio “esploratore dell’ombra” suscitò al suo

apparire vivo interesse: colui che fu per eccellenza il poeta degli occhi, autore delle

sensazioni splendide e sontuose, adesso è costretto a guardare al buio della propria

coscienza; questa è l’immagine di una debolezza estrema, in cui si può riconoscere il

segno profetico della concezione novecentesca dell’intellettuale, condizione di

instabilità e inutilità, sempre spalancata sull’orlo del silenzio.

In realtà però il vero motivo conduttore del libro resta la scoperta di se come corpo,

della propria fisicità, costretta a letto “come in una bara”. In questo d’Annunzio,

tormentato dal dolore fisico e dall’insonnia, rimane l’attitudine dello scrittore a

proiettare se stesso in un’atmosfera di mito, mentre dalla secchezza e concisione dei

periodi trapela pur sempre una base di retorica militaresca che sembra prospettare la

guerra come sola “idealità del mondo”.

Proprio la Guerra, con la Morte, è il contenuto più frequentemente sollecitato dal

flusso dei ricordi e di apparizioni che si affacciano nel buio ma non c’è mai la

scoperta del dolore universale e fraterno, né ci sono conclusioni filosofiche di tipo

esistenziale,

l’intuizione cioè

della morte come

destino dell’umano

esistere.

Il titolo di questo mio percorso è “l’occhialuto uomo”, tale

espressione si rifà alla pagina finale del romanzo di Svevo

“La coscienza di Zeno”. Zeno si ritiene guarito, o meglio

ha capito di poter convivere con la sua “malattia” e scrive

una lettera al dottor S. in cui fornisce un’immagine che

potrebbe sembrare paranoica. Il mondo è malato, ma un

giorno un occhialuto uomo inventerà una bomba che verrà

rubata e posizionata al centro della Terra, distruggendo

ogni cosa. Il Mondo sarà finalmente libero da parassiti.

Questo scenario apocalittico è assolutamente veritiero,

sembra quasi prevedere lo scoppio della bomba atomica

ad Hiroshima. Italo Svevo

(Ettore Schmitz) nasce a Trieste il 19 dicembre 1861 e muore a Motta di Livenza il 12

settembre 1928 per un incidente d’auto.

1880 – 1885 Scrive vari lavori teatrali, legge Schopenhauer e Darwin, si avvicina al

naturalismo.

1888 Comincia a scrivere un romanzo con il titolo p

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