Estratto del documento

Alla ricerca della felicità

Di:

Sara Picone

VA socio-psico-pedagogico

Liceo Giordano Bruno - Arzano

Anno 2007/2008

Storia

Italiano Latino

La società del

Leopardi e l’utopia Lucio Anneo

benessere.

della felicità. Seneca: la felicità,

Luigi Pirandello e il “De Vita

la “poetica Beata” e il saggio

dell’umorismo”. stoico.

Inglese Biologia

Oscar Wilde: Il sistema endocrino

“The Picture e gli “ormoni della

Alla ricerca

of felicità”.

Dorian Gray”. della

felicità

Matematica Filosofia

L’equazione della Nietzsche:

felicità. l’eterno ritorno.

Metodologia Pedagogia

Amore, felicità e La formula della

salute. felicità.

Teoria triangolare Alexander Neill:

dell’amore di “I ragazzi felici di

Sternberg. Summerhill”.

Introduzione

Le emozioni sono componenti fondamentali della nostra vita.

Da esse, spesso, traiamo gli stimoli che muovono le nostre giornate. Seppure ogni singola emozione sia importante e permetta a chi la sperimenta di sentirsi vivo, l’uomo è soprattutto alla ricerca di quelle sensazioni che lo facciano star bene e lo appaghino. In una parola esso è continuamente “alla ricerca della felicità”.

Quest’ultima è data da un senso di benessere generale e la sua intensità varia a seconda del numero e della forza delle emozioni positive che un individuo sperimenta. Questo stato di benessere, soprattutto nella sua forma più intensa - la gioia - non solo viene sperimentato dall’individuo, ma si accompagna, da un punto di vista fisiologico, ad un’attivazione generalizzata dell’organismo. Molte ricerche, infatti, mettono in luce come essere felici abbia notevoli ripercussioni positive sul comportamento, sui processi cognitivi, nonché sul benessere generale della persona.

La felicità è dunque una condizione di benessere dell’essere umano, ed esso è portato, fin dalla sua comparsa, a ricercare questa condizione.

Questo tema appassiona da sempre l’umanità: scrittori, poeti, filosofi, persone comuni. Ognuno si trova a pensare, descrivere e cercare questo stato di grazia.

Per tentare di definire questa condizione alcuni studiosi hanno posto l’accento sulla componente emozionale, come il sentirsi di buon umore, altri, invece, sottolineano l’aspetto cognitivo e riflessivo, come il considerarsi soddisfatti della propria vita.

Secondo teorie contemporanee, la felicità sta nel provare ciò che di più bello esiste nella vita. Non è un’emozione oggettiva ma una capacità individuale. Non è casuale, come un evento del destino, ma bisogna scoprirla ed impararla. Bisogna, infatti, imparare ad essere felici.

La felicità non è inseguire i sogni ed aspettative di domani, ma al contrario cercare di godere di quello che si ha oggi. Essa, infatti, non è nel futuro, ma solo nel presente.

Italiano

Giacomo Leopardi e “l’utopia della felicità”

Per Leopardi ogni essere è stimolato per natura da un continuo desiderio di piacere, questo desiderio incessante potrebbe essere appagato solo da un piacere infinito. I piaceri che ci offre la realtà sono, però, insufficienti a soddisfare la natura umana che spinge a volere sempre di più senza mai trovare soddisfazione. Il piacere sarà, quindi, sempre minore del desiderio che un uomo prova: è dall’insuperabile distanza tra l’infinità del desiderio e la finitezza della realtà che sorge l’infelicità umana. Tale concetto è ben espresso da Leopardi nella “Teoria del Piacere”: il vivente si ama illimitatamente e prova un desiderio assoluto di felicità, ma non di una felicità qualsiasi, bensì di una felicità immensa, senza limiti. Non esistendo una tale forma di piacere l’uomo non sarà mai soddisfatto, l’umanità intera non sarà mai pienamente soddisfatta. Leopardi afferma che:

“Gli uomini, si combattono continuamente per piaceri che non li dilettano, che non danno piaceri; soffrono per beni inutili, provocando competizioni e mali reciproci, inoltre essi quanto più cercano la felicità più vi si allontanano”.

La concezione di Leopardi è caratterizzata da tre momenti o tre gradi del pessimismo:

  • 1°. Pessimismo personale: egli crede di essere l’unico infelice. Il poeta pensa che la vita sia stata spietata con lui (esperienza personale), ma che altri possono essere felici (pessimismo personale o soggettivo).
  • 2°. Pessimismo oggettivo storico: pensiero secondo cui l’infelicità è sempre esistita. Tuttavia gli antichi non se ne accorgevano perché distratti dalle illusioni e, in virtù di ciò, meno consapevoli della presenza del Male. Gli antichi erano più forti e questo favoriva la loro forza morale; la loro vita era più attiva, e ciò contribuiva a far dimenticare il vuoto dell’esistenza, erano più felici perché erano più vicini alla natura. La natura è ancora vista come benevola, la quale provando pietà per l’uomo, gli fornisce l’immaginazione, ovvero le illusioni, le quali producono nell’uomo una felicità che non è reale, una felicità utopica, perché mascherano la vera realtà che è fatta di sofferenza. Nel mondo dei moderni queste illusioni sono andate perdute perché la ragione ha smascherato il mondo illusorio degli antichi e ridato vita alla realtà nuda e cruda dei moderni. Per Leopardi le epoche passate sono quindi migliori di quelle presenti. La colpa dell’infelicità presente è dunque attribuita all’uomo stesso, che si è allontanato dalla vita tracciata dalla natura benigna attraverso il progresso della civiltà. Questa fase del pensiero leopardiano è definita pessimismo storico, cioè la condizione negativa del presente viene vista come effetto di un processo storico, di una decadenza e di un allontanamento progressivo da una condizione originaria di felicità. Questa concezione di natura benigna e provvidenziale entra in crisi e i colpevoli non sono più gli uomini che hanno deviato volontariamente le leggi naturali; la natura non è più madre amorosa ma meccanismo crudele.
  • 3°. Pessimismo cosmico o universale: il dolore storico volge infine al grado “cosmico” nel quale il poeta si accorge che tutte le creature viventi e non solo gli uomini sono infelici da quando sono nati; la natura non è più madre pietosa ma maligna matrigna perché fornisce lo strumento che toglie il velo alla felicità: la ragione. La natura mettendo gli uomini al mondo, ha fatto sì che in loro nascesse il desiderio del piacere infinito, senza però dargli i mezzi per raggiungerlo e soddisfarlo; per questo motivo essa è incapace di procurare quella felicità che è il fine di ogni vivente. Indifferente se non ostile alla sorte dell’uomo, non vuole più il Bene e la felicità per i suoi “figli”, essa è ora vista come un organismo che svolge incessante e non curante il suo compito di prosecuzione della specie e di conservazione del mondo, in quanto meccanismo indifferente e crudele che fa nascere l’uomo per destinarlo alla sofferenza. Leopardi sviluppa quindi una visione più meccanicistica e materialistica della natura, una natura che egli con disprezzo definisce “matrigna” nel suo penultimo scritto, “La ginestra”, nella quale il poeta propone come unica vera via d’uscita, di fronte ai mali della modernità, la fraternità e l’alleanza fra gli uomini. Egli comunica, inoltre, l’esigenza di costruire un mondo fondato sull’amore e sulla solidarietà. Questa iniziativa si configura però sempre come un’utopia. L’uomo deve perciò rendersi conto di questa realtà di fatto e contemplarla in modo distaccato e rassegnato, come un saggio storico che pratica l’atarassia e la lucida contemplazione del reale. Leopardi ha capito che è inutile ribellarsi, in quanto se l’infelicità è un dato di natura, inutili sono la protesta e la lotta, bisogna invece raggiungere la pace e l’equilibrio con se stessi, in modo da apporre un efficace rimedio al dolore. Questo dolore cosmico sorge dunque nel momento in cui Leopardi arriva ad una conclusione assolutamente negativa: la condizione di infelicità è propria nel genere umano, in quanto tale nessuna cosa è assolutamente necessaria. Afferma così che il principio delle cose è il nulla (teologia negativa). Dall’assoluta negatività dell’esistenza segue poi la constatazione che anche la felicità non esiste, non è. Si identifica con la non-realtà dell’illusione e perciò è solo futura, come sogno o speranza, o solo passata come ricordo delle antiche illusioni. Per il poeta, le illusioni sono proprie solo della giovinezza ossia l’unico momento della vita in cui si guarda la realtà in modo più semplice:

“La felicità non può che consistere nell’attesa e nel sogno, o nella loro ricordanza”.

Silvia rappresenta la giovinezza e le illusioni che sono infrante con la sua morte precoce e a questo proposito lei diviene il simbolo della speranza e del suo cadere. Nel finale c’è l’amara constatazione che la realtà diverge dagli ideali della giovinezza.

L’unica realtà è la non-felicità, il dolore, il male, o la spaventosa sensazione fisica vale a dire la Noia. Per Leopardi “la Noia è il peggiore dei mali” in quanto piena consapevolezza dell’uomo (il più sofferente degli esseri) della sua infelicità.

La vita umana per il Leopardi oscilla tra il piacere ed il dolore, o c’è l’uno o c’è l’altro. Il piacere è raro e quando c’è non è mai intenso quanto il desiderio. Il dolore invece è sempre presente, è addirittura abbondante. Tutto questo non vuol dire che se l’uno non c’è, allora c’è l’altro. Esiste una condizione penosa, intermedia, rappresentata dalla Noia, la quale caratterizza la maggior parte dell’esistenza umana provocando un fortissimo malessere ed inquietudine. La Noia corre sempre a riempire tutti i vuoti, in altre parole tutti quei momenti in cui c’è una situazione di assenza di passioni che il dolore ed il piacere lasciano nell’animo umano. La Noia è come l’aria che corre a riempire lo spazio lasciato libero da un oggetto e non riempito da un altro (similitudine). Per questo nell’animo umano non può esistere il vuoto perché non appena l’uomo abbandona un dolore o una passione, la Noia si intrufola e si stabilisce nel suo animo. È importante sottolineare che la Noia è una passione in quanto tutto ciò che l’uomo prova nel suo animo è tale.

“La Noia è la conseguenza diretta al fatto che l’uomo non può stare senza felicità”.

La Noia non è qualcosa di ben definito e preciso ma semplicemente una passione, uno stato d’animo penoso, né piacevole, né doloroso.

Nell’esistenza in generale predominano il dolore e la sofferenza che spinge a credere impossibile che il fine dell’uomo sia la ricerca della felicità. È evidente, per queste ragioni, una contraddizione spaventosa ma vera: la Natura ha creato l’uomo con un impulso irrefrenabile alla felicità, ma allo stesso tempo ha creato l’esistenza affinché non dia possibilità agli uomini di essere felici. Una sorta di contraddizione avviene anche in Leopardi, il quale, in un primo momento, considera la natura come colei che dà felicità e vita, mentre la ragione come qualcosa che dà infelicità. Ragionando, però, giunge ad una nuova considerazione del rapporto uomo-natura e capovolge la valutazione della ragione, non più facoltà limitatrice e negativa ma unico valore e unica forza a cui l’uomo può appoggiarsi per essere veramente se stesso, fuori dalla paura e dal compromesso. A questo punto la natura diventa nemica e matrigna di tutti: tale concezione emerge anche dalla lettura de “Il dialogo della natura e di un islandese”, una delle operette morali composta dal Leopardi e caratterizzata da vere e proprie favole con personaggi inventati o, se sono reali, trasformati in personaggi di fantasia, delle favole o dei dialoghi attraverso cui il poeta espone le proprie riflessioni sul bene, sul male, sulla felicità e sull’infelicità. In quest’operetta, composta alla fine di Maggio del 1824, Leopardi spiega che l’uomo non riesce ad essere felice e allo stesso tempo non può sperare di evitare il dolore perché, essendo fatto di materia, segue le leggi di natura: “Creazione e Distruzione”. L’uomo deve soffrire. In questo si spiega anche il pessimismo cosmico e materialista secondo cui in tutto l’universo in cui esiste la materia, c’è contemporaneamente la sofferenza. Non si può fuggire dai dolori rinunciando al piacere:

“Non è quindi possibile, in nessun modo, vivere quieti poiché la Natura è nemica di tutto e per abitudine o scelta consapevole è carnefice della propria famiglia”.

Per Leopardi la felicità non esiste, ogni parvenza di essa è un inganno, un’utopia. Questo messaggio è svelato soprattutto nella sua celebre opera “La quiete dopo la tempesta”, nella quale il poeta, rinato e come snebbiato dalla pioggia, descrive il senso di gioia che è nel villaggio dopo la tempesta, quella serenità che subentra nell’animo di tutti, quella maggiore nettezza di colori e di forme. Leopardi ricorda l’entusiasmo e la voglia di vivere della povera gente di Recanati (il paese dove il poeta ha trascorso la sua adolescenza e verso il quale ha provato sentimenti di amore e di odio), che esce dalle strade dopo la tempesta. Il poeta afferma che l’umanità (“umana prole”) deve ritenersi assai felice se le è concesso di “respirare” dopo essere scampati ad una disgrazia. Ogni essere umano è creato per cercare il piacere e fuggire il dolore, dopo il rischio scampato tutti gli esseri viventi esprimono, ognuno a proprio modo, la loro gioia e serenità interiore.

La vita è come un violento temporale che si abbatte sul paesino; in questi momenti tragici va rilevata soprattutto la voglia di vivere del popolo che, passata la tempesta, si accende nei cuori di tutti più ardente che mai. Leopardi esprime poi il fondamentale concetto secondo il quale l’uomo è condannato al dolore e che la felicità, o meglio il “piacere”, è soltanto il sentimento che si prova, quando, per una qualsiasi causa, il dolore spontaneamente cessa; questa condizione di felicità gli appare fragile e provvisoria, confinata nel breve momento che segue alla tempesta e ridotta per di più al solo e mediocre ritorno alle abitudini. La quiete dopo la tempesta simboleggia la tranquillità, il piacere dopo un dolore temporaneo. Non a caso Leopardi pensa che per provare gioia o piacere bisogna necessariamente prima soffrire. Il piacere è quindi frutto del dolore passato che riscuote anche chi prima odiava la vita e voleva morire. Esso è dunque il provvisorio smettere di soffrire. Quel piacere è solo figlio dell’affanno, del dolore, dell’angoscia; esso nasce dalla fine di un timore, dalla cessazione della tempesta.

“Piacer figlio d’affanno” è il motto che si legge a metà della composizione e che costituisce il suo motivo ispiratore. Quel poco di piacere di cui gli uomini si servono non è altro che un piacere effimero.

Per Leopardi la morte rappresenta il momento in cui l’uomo smette di soffrire e pone fine ad ogni male. Essa è dunque il bene più grande.

Nel settembre 1829, a distanza di pochi giorni dalla composizione de “La quiete dopo la tempesta”, il poeta scrive “Il sabato del villaggio”, in uno dei suoi momenti di più felice ispirazione. Anche in questi versi, l’autore, coglie un momento della vita del borgo: le ultime ore del sabato, l’animazione del villaggio alla vigilia della festa, la distensione tranquilla degli animi. Come il precedente, anche quest’idillio è seguito da un commento morale, da una riflessione di natura filosofica. Il sabato è migliore della domenica, il piacere consiste nel futuro. A dare quel tanto di felicità godibile agli uomini è la loro speranza, vale a dire l’attesa del futuro che è sentita non soltanto dai giovani ma da tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro età. Questa speranza così costruttiva della vita degli uomini è inutile, in quanto il bambino deve godere della sua età e non desiderare che presto arrivi la maturità, la quale attesa come momento essenziale si risolve, come la domenica, in un’esperienza di noia e vuoto.

“Il piacere consiste o nella fine del dolore o nell’attesa di un bene mai nel presente effettivo: è nell’attesa la gioia più vera ed intensa”.

Il carattere puramente negativo del piacere è mostrato dalla realtà che perennemente delude riducendolo ad una “pausa tra due dolori”.

Anteprima
Vedrai una selezione di 16 pagine su 71
Felicità - Alla ricerca della felicità Pag. 1 Felicità - Alla ricerca della felicità Pag. 2
Anteprima di 16 pagg. su 71.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Felicità - Alla ricerca della felicità Pag. 6
Anteprima di 16 pagg. su 71.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Felicità - Alla ricerca della felicità Pag. 11
Anteprima di 16 pagg. su 71.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Felicità - Alla ricerca della felicità Pag. 16
Anteprima di 16 pagg. su 71.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Felicità - Alla ricerca della felicità Pag. 21
Anteprima di 16 pagg. su 71.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Felicità - Alla ricerca della felicità Pag. 26
Anteprima di 16 pagg. su 71.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Felicità - Alla ricerca della felicità Pag. 31
Anteprima di 16 pagg. su 71.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Felicità - Alla ricerca della felicità Pag. 36
Anteprima di 16 pagg. su 71.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Felicità - Alla ricerca della felicità Pag. 41
Anteprima di 16 pagg. su 71.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Felicità - Alla ricerca della felicità Pag. 46
Anteprima di 16 pagg. su 71.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Felicità - Alla ricerca della felicità Pag. 51
Anteprima di 16 pagg. su 71.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Felicità - Alla ricerca della felicità Pag. 56
Anteprima di 16 pagg. su 71.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Felicità - Alla ricerca della felicità Pag. 61
Anteprima di 16 pagg. su 71.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Felicità - Alla ricerca della felicità Pag. 66
Anteprima di 16 pagg. su 71.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Felicità - Alla ricerca della felicità Pag. 71
1 su 71
Sintesi

In questa tesina vengono abbracciate materie come:

  • Italiano
  • Storia
  • Pedagogia
  • Metodologia
  • Filosofia
  • Latino
  • Matematica
  • Inglese
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi