Introduzione
Dato un mio forte interesse per la psicologia, vorrei affrontare il tema dell’inconscio attinente alle varie materie studiate nel mio liceo.
È mia intenzione prendere in considerazione cinque materie: storia, storia dell’arte, filosofia e letteratura italiana ed inglese. Ho cercato, inoltre, di trovare collegamenti tra tutte queste materie.
L’argomento trattato in storia è il personaggio di Hitler, non tanto su quanto si legge sui libri attraverso una visione oggettiva dei fatti, ma partendo dalle radici della sua vita, in modo da cercare di capire non il ‘cosa’, ma il ‘perché’. Argomento collegabile con la storia dell’arte, in quanto il quadro preferito di Hitler era l’“Isola dei morti” di Boecklin, il quale, nonostante fosse dell’800, fu un’opera precoce che non si può inquadrare solo come simbolista, perché è stata creata dall’artista per un motivo molto più profondo, che trova forma nell’inconscio di ognuno di noi.
Grazie alla sua particolarità, questo quadro lega personaggi completamente differenti tra loro, oltre a Hitler; ad esempio Freud, lo psicoanalista il cui pensiero ha capovolto la concezione della psicologia e, con essa, dell’inconscio, agli inizi del ‘900. Naturalmente portò nuove conoscenze, nuovi contrasti e nuove influenze, come nel caso di Italo Svevo.
Tratterò di quest’ultimo per quanto riguarda la letteratura italiana, il quale proprio grazie a Freud e a Joyce, troverà nuovi spunti e nuovi incoraggiamenti per riprendere a scrivere, dopo un silenzio lungo molti anni. Joyce sarà, appunto, l’ultima personalità analizzata nella mia tesina.
Tutti questi argomenti sono stati oggetto di studio durante l’ultimo anno di superiori, da me trattati con lo scopo di essere coerente e di approfondire quanto studiato nell’arco di quest’ultimo periodo scolastico.
Cos’è l’inconscio?
Per poter affrontare questo concetto dobbiamo prima prendere in considerazione una parte più ampia: cioè il nostro cervello.
Esso è diviso in due parti, chiamate emisferi: l’emisfero sinistro, al quale appartiene la parte logica del nostro cervello, e l’emisfero destro occupato dall’inconscio.
La definizione storica del termine deriva dal latino “scire” che significa conoscere. Da qui provengono i due vocaboli protagonisti della psicologia dell’era moderna: “conscious”, cioè consapevole, e “inconscious”, cioè inconsapevole o incosciente.
Entrambi gli aggettivi entrarono nella storia dal Trecento e, grazie ad una serie di studi ed al progresso della psicologia e della psicoanalisi, possiamo dare una definizione abbastanza precisa dell’inconscio. Esso è quella parte del nostro cervello che elabora pensieri che noi possediamo ma dei quali non abbiamo conoscenza.
Tutto ciò che è noto nella nostra mente, concetti, ricordi, sensi del dovere e di responsabilità, ecc., appartengono alla sfera razionale. Mentre lapsus, ricordi rimossi, istinti, emozioni, sogni, sono racchiusi nella faccia più nascosta del nostro cervello: l’inconscio.
Al contrario del conscio, l’inconscio non si esprime in maniera chiara e precisa, ma attraverso segni ed emozioni che noi dovremmo riuscire ad interpretare e a soddisfare.
Nel momento in cui l’inconscio necessita di qualcosa che gli viene negato, sentiamo i suoi effetti di conseguenza, ma spesso non avvengono nello stesso ambito, in quanto si esprimono sotto forma di malessere, ansia, emicranie, stanchezza, sogni, ecc. Perciò non è facile riuscire a comprenderlo.
Freud
Per poter comprendere meglio la distinzione dei due emisferi appena descritti si può prendere in esempio il paragone che ci offrì sull’argomento: egli mise a confronto il nostro cervello con un iceberg, evidenziando la suddivisione del conscio dall’inconscio, come l’estremità visibile e la base nascosta dell’iceberg. La punta di quest’ultimo è la nostra parte razionale, quella di cui abbiamo coscienza e che ascoltiamo ogni giorno.
Ma non prendiamo in considerazione la parte sottostante, la base dell’iceberg, infinitamente più grande e rilevante. Essa è, infatti, la base di tutto, fondamentale per lo spostamento dell’iceberg nell’acqua. E lo stesso accade al nostro cervello.
La parte razionale ci impone di prendere una decisione che bene o male ci angoscerà. Ma sarà difficile mantenerla perché un’altra parte di noi ci spinge a trasgredire la nostra scelta. Ad esempio se noi decidessimo di non sentire più una determinata persona che ci fa soffrire, qualcos’altro ci spingerebbe invece a comportarci al contrario.
Si dice sia il cuore, ma è ovvio che sia scientificamente impossibile. Questa imponente parte di noi è l’inconscio, che spesso ci guida quando invece noi pensiamo di aver ragionato con razionalità.
La parte logica del nostro cervello è solo una minuscola parte in confronto alla parte irrazionale. Ecco perché spesso è quest’ultima quella che decide. La prima spesso fa da intoppo, ci fa credere che sia meglio una cosa quando invece noi ne vogliamo un’altra.
E nell’inconscio lo sappiamo, ma preferiamo ascoltare l’unica parte che tutti prendono in considerazione. Questo problema nasce dalla nostra stessa società, la quale impone regole e schemi fissi che troppo spesso non lasciano libertà di agire, fissando dei limiti che noi crediamo corretti, ma che influiscono sul nostro sistema immunitario, causandoci stress, nervosismo, malessere.
Questo accade perché una parte di noi viene repressa, o comunque accantonata e sottovalutata. Così finiamo per non accontentare la nostra parte creativa, emozionale, quella che più influisce sulle nostre decisioni e sui nostri stati d’animo.
Materia: storia
Introduzione
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, tutti gli avvenimenti accaduti nell’arco di tutti questi secoli, hanno le loro radici nella matrice psicologica dell’uomo.
Guerra, sofferenza, odio, insicurezza, distruzione... ma anche amore, pace, empatia, arte, sono tutti prodotti dell’uomo, da sempre. Gli effetti che ne derivano sono proprio gli avvenimenti che si verificano nella storia.
Ecco perché ho deciso di esaminare la mente di colui che è diventato il simbolo della pazzia e della crudeltà umana: Adolf Hitler.
La vita del Führer: dall’infanzia al suicidio
Adolf Hitler nacque il 20 aprile 1889, nella città austriaca di Braunau. Quarto figlio di Alois Schickelgruber e di Klara Hitler, perse due dei suoi fratelli morti da piccoli di difterite, e un altro fratello, ancora neonato.
Fu accudito amorosamente dalla madre. Qualcuno sostiene che il padre fosse molto severo e che lo percuotesse regolarmente durante l’infanzia, ma si trattava, comunque, di un provvedimento disciplinare molto comune all’epoca.
Aveva un fratellastro ed una sorellastra, nati dal matrimonio precedente del padre. La famiglia si trasferì, quando Hitler aveva due anni, oltre il confine, a Passau. Dopo due anni nacque un altro fratello, Edmond. Traslocarono nuovamente nel 1895, nel paesino di Hafeld. Un anno dopo nacque un’altra sorella, Paula, molto cara a Hitler.
In seguito ad un nuovo trasloco, Hitler frequentò il monastero benedettino del luogo, caratterizzato da uno stemma con una svastica. Il suo sogno a quel tempo era di diventare sacerdote.
Sogno che cambiò forma nell’arco di poco tempo, quando iniziò a coltivare una forte passione per il disegno. Intorno al 1900, infatti, cominciò ad emergere il suo talento pittorico, ma dal momento in cui si iscrisse alla scuola tecnica-scientifica Realschule per decisione del padre, cominciò ad avere un rendimento sempre peggiore.
Il padre morì tre anni dopo, a causa di un’emorragia pleurica. La salute dello stesso Hitler non era delle migliori: soffriva di infezioni polmonari, che lo convinsero, anche su detta del suo medico, a lasciare la scuola che neanche lo soddisfaceva.
Nel 1906 si trasferì, quindi, a Vienna, convinto di riuscire ad ottenere un posto presso una prestigiosa scuola d’arte. Ma con sua grande delusione dovette rimettere nel cassetto quei sogni che per poco tempo lo avevano fatto sperare.
Questa scuola rifiutò i suoi disegni, sostenendo che fossero troppo architettonici, non pittorici: inadatti al tipo di studi della stessa. Come se non bastasse, due anni più tardi del suo spostamento, sua madre morì a causa di un tumore maligno al seno.
Fu curata invano dal dottor Eduard Bloch, un medico ebreo che curava i poveri. In seguito ad un trattamento estremamente doloroso e all’assunzione di un farmaco costoso e molto pericoloso, morì nel 1907.
“Io avevo onorato mio padre ma amavo mia madre”, queste le parole di un ragazzo solo e dal cuore distrutto, che non disponeva che di un piccolo lascito ricevuto alla morte del padre e di una pensione da orfano.
Visse per sei anni a Vienna, durante i quali, dal 1909, girava per la città come un vagabondo, in quanto non aveva più neanche un soldo. Dormiva, quindi, nei dormitori pubblici, nei bar, negli ostelli malridotti, alcuni dei quali finanziati da solidali ebrei.
Nonostante i suoi due migliori amici fossero di razza ebrea e ammirasse i mercanti d’arte, i cantanti ed i produttori ebrei che lavoravano nell’opera lirica, questo fu proprio il periodo in cui Hitler andò formando il suo risentimento per la razza semitica, l’interesse per la politica e le capacità oratorie.
Questo cambiamento fu possibile in quanto a Vienna l’antisemitismo era molto diffuso e la stampa ritraeva gli ebrei come i colpevoli di molti problemi: pensiero che interessò e influenzò lo stesso Hitler.
Nel momento in cui scappò a Monaco di Baviera, grazie ad un lascito da parte della zia, per sfuggire al servizio militare nel maggio 1913, venne trovato e minacciato dalla polizia che se si fosse rifiutato nuovamente di arruolarsi, avrebbe dovuto pagare una salata sanzione e sarebbe stato condannato ad un anno di prigione.
Per ironia della sorte dopo la visita medica venne giudicato troppo debole per combattere. Venne quindi lasciato in libertà.
Ma la sua carriera militare non si concluse qui: l’attentato alla vita dell’erede al trono austriaco, Francesco Ferdinando, da parte di uno studente serbo, a Sarajevo – che portò allo scoppio della prima guerra mondiale – creò in lui un più forte risentimento nei confronti degli slavi. Si trovò, così, volontario ad entrare nell’esercito bavarese.
Combatté con merito per la prima volta contro inglesi e belgi a Ypres. Fu insignito di due Croci di ferro per il suo coraggio. Inoltre, fu promosso appuntato. In seguito ad una ferita a causa di una bomba nemica fu evacuato a Berlino.
Si trasferì a Monaco nel marzo 1919, alla vigilia della proclamazione della Repubblica dei Consigli, dove si attivò in varie questioni politiche antirivoluzionarie.
Dalla primavera del 1920 si dedicò unicamente alla propaganda in favore del “Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori”
NSDAP
La sua ascesa, legata alla crisi della Repubblica di Weimar sotto i colpi della grande depressione, fu agevolata anche dall’acquisizione della cittadinanza tedesca, nel febbraio del 1932, grazie alla nomina di funzionario del governo del Braunschweig.
Il 30 gennaio 1933, il feldmaresciallo Hindenburg lo incaricò cancelliere del Reich. Da questo momento Hitler non lavorò più solo per rafforzare gli ideali della Germania nazista, ma soprattutto per il proprio potere personale.
Capo dello Stato alla morte di Hindenburg, il 2 agosto 1934, dopo essersi sbarazzato anche del suo antico amico e ora pericoloso rivale, il capo delle SA Ernst Röhm, assunse anche il comando diretto della Wehrmacht.
Scoppiò la Seconda guerra mondiale che, con l’ulteriore esaltazione dell’unità nazionale intorno al Führer, accrebbe la concentrazione dei poteri nelle sue mani.
Dai circoli militari, cioè alcuni settori dell’amministrazione e della diplomazia, scaturì l’attentato del 20 luglio 1944, al quale Hitler sopravvisse scatenando una sanguinosa repressione, ordinando la resistenza ad oltranza e la “terra bruciata” dinanzi al nemico, che ormai invadeva la Germania da est e da ovest.
Prima di suicidarsi nel bunker della Cancelleria di Berlino assediata dai soldati dell’Armata rossa, il 30 aprile 1945, pronunciò un’ultima professione di fede antibolscevica e antisemita all’atto di cedere i poteri all’ammiraglio Karl Dönitz.