Estratto del documento

La canzone: compagna di viaggio dell’umanità

Indice

Geografia: la canzone nella grande emigrazione italiana – organetti e valigie di cartone.

Storia: le canzoni dei partigiani – i ribelli della montagna.

Diritto: diritti d’autore in Italia – la proprietà intellettuale è un furto?

Economia: la pirateria e il mercato musicale – dischi falsi, mercato vero.

Bibliografia

Marta Cracco

Classe 5° IGEA

Anno scolastico 2007/08

Geografia – La canzone nella grande emigrazione italiana

Organetti e valigie di cartone

“Thousands are sailing across the western ocean

But we dance to the music […]

And I never even got so far

That they could change my name”

(Thousands are sailing – The Pogues)

La partenza

Mamma mia dammi cento lire

che in America voglio andar,

mamma mia dammi cento lire

che in America voglio andar.

Così inizia l’esodo per quasi sedici milioni di italiani negli anni che vanno dalla seconda metà dell’Ottocento fino alla catastrofe della Prima guerra mondiale, tra abbaglianti racconti di un’America mitica e paure primordiali di madri e padri con radici troppo vecchie per essere estirpate.

Cento lire io te li do

ma in America no no no

cento lire io te li do

ma in America no no no.

Suoi fratelli a la finestra

mamma mia lasséla andà,

suoi fratelli a la finestra

mamma mia lasséla andà.

Gli italiani sono stati i protagonisti del più grande esodo della storia moderna: nell’arco di poco più di un secolo, a partire dal 1861, sono state registrate più di ventisette milioni di partenze, un numero quasi equivalente all’ammontare della popolazione al momento dell’unità (si tratta di un dato al lordo dei rientri, ma da solo basta a dare un’idea della vastità del fenomeno).

Quan’ fu stata in mezzo al mare

bastimento si l’è fundà

quan’ fu stata in mezzo al mare

bastimento si l’è fundà.

I miei capelli son ricci e belli

l’acqua del mare li marcirà

i miei capelli son ricci e belli

l’acqua del mare li marcirà.

Il fenomeno non è stato, come alcuni ritengono, uno degli aspetti del ristagno economico del Mezzogiorno, ma ha interessato tutto lo Stato: tra il 1871 e l’inizio del secolo successivo tre regioni del nord, socialmente più progredite e con popolazione più numerosa, Friuli, Piemonte e Veneto, contribuirono all’esodo in maniera massiccia, occupando il 47% del dato migratorio nazionale.

Le parole dei miei fratelli

son quelle che m’han tradì

le parole dei miei fratelli

son quelle che m’han tradì.

Le parole della mia mamma

son venute la verità

le parole della mia mamma

son venute la verità.

La principale causa che spinse questa enorme massa di italiani fu di natura socio-economica: la nuova amministrazione statale dei Savoia, che non fu capace di fare scelte mirate allo sviluppo agricolo, l’unico settore in cui la manodopera era abbondante.

Nelle regioni meridionali, meno densamente popolate, il fenomeno fu per lungo tempo irrilevante, a causa del loro isolamento, della scarsità di mezzi di trasporto, di vie di comunicazione e dell’ignoranza. L’economia del sud e delle regioni del nord-est vennero colpevolmente dimenticate dallo Stato, per garantirsi un “serbatoio” di forza lavoro a basso prezzo e un mercato dove, non esistendo industrie, l’acquisto dei prodotti piemontesi fosse garantito. Questa situazione di arretratezza e di estraniamento dalla vita del resto del Paese continuò per lungo tempo e, senza ombra di dubbio, si può considerare come il residuo del tradizionale attaccamento alla terra e alla casa e di minori necessità economiche, derivanti da una vita esclusivamente agricola.

In pochi decenni, però, il rapporto si invertì, sia a causa dell’intenso ritmo di accrescimento demografico, sia per le poco floride condizioni economiche (in parte dovute alla tariffa protezionistica dell’87, che sacrificò l’agricoltura all’industria), che non permettevano di assorbire l’eccesso di manodopera.

Come evidenziato dalla canzone, l’America apparteneva alla dimensione mitica più che a quella reale: gli italiani erano attratti da un sogno di benessere e ricchezza, alimentati anche dai cosiddetti “arruolati”, uomini pagati dalle industrie americane e dalle società di navigazione che giravano nei paesi per convincere la gente a partire e descrivevano le terre lontane come paesi ricchi, dove per tutti c’erano lavoro e benessere. Completamente opposti erano i racconti dei compaesani già immigrati che cercavano di dissuadere i propri connazionali dal partire, descrivendo loro i rischi e le difficoltà di ogni giorno.

L’immagine dell’America diffusa dagli “arruolati” rimase a lungo l’unica speranza, l’unica alternativa, anche se illusoria, alla grave miseria delle regioni italiane.

Il viaggio

E da Genova il Sirio partivano

per l’America, varcare, varcare

i confin.

Ed a bordo cantar si sentivano

tutti allegri del suo, del suo

destin.

Urtò il Sirio un orribile scoglio

di tanta gente la mise, la

misera fin.

Padri e madri bracciava i suoi

figli che si sparivano tra le onde,

tra le onde del mar.

E tra loro lerì

un vescovo c’era lerà

dando a tutti lerì

la sua be’, la sua benedizion.

E tra loro lerì

un vescovo c’era lerà

dando a tutti lerì

la sua be’, la sua benedizion.

Il battello Sirio lasciò Glasgow, città della Scozia, il 19 giugno 1883 e arrivò a Genova il 27 giugno, dove una processione interminabile di gente si imbarcò impaziente di arrivare nella amata ‘Merica. Contadini sudici, ragazzi, mamme con figli, tutti con in mano una seggiola, la loro valigia di cartone e tra le labbra il biglietto d’imbarco che valeva una vita intera.

Per comprarlo, infatti, gli emigranti vendevano tutto, dalla casa al mulo, spesso finendo nelle mani degli usurai.

Dopo essere saliti vennero riuniti in gruppi a cui fu assegnato un cartellino che serviva per ritirare nelle cucine la razione di cibo giornaliera; pochi giorni dopo, sotto lo stupore e la stanchezza dei passeggeri, il Sirio ripartì per quella che più tardi si trasformò in tragedia.

Le condizioni erano pessime: gli uomini erano costretti in spazi ridotti senza alcuna attenzione sanitaria e molti, per la disperazione, tentavano di gettarsi in mare.

Dopo molti giorni di traversata la nave urtò la scogliera, da tutti ormai conosciuta per la grande pericolosità, di Capo di Palos vicino alle isole Baleari.

Rimase in agonia per ben 16 giorni e la stima dei morti fu di circa 300 persone, tra cui molti italiani, anche se i giornali parlavano di più di 500 dispersi.

Si dice che di tanti morti la maggior parte si sarebbe potuta salvare se solo l’opera di soccorso e di recupero non fosse stata così caotica e disordinata.

Nel piccolo museo a Palos dedicato al Sirio sono conservati ancora volantini che pubblicizzavano soste “fuori programma” per raccogliere i passeggeri clandestini. Molti sostengono che senza queste tappe sottocosta il Sirio non sarebbe mai affondato.

Fu comunque uno sbaglio di rotta e, siccome le vittime furono molte, tra cui il Vescovo di San Paolo del Brasile, questo evento fu una grande croce nera sulla marineria italiana.

Quella del Sirio è solo una delle numerose catastrofi capitate ai convogli marittimi che portavano gli emigranti italiani verso l’America: su quelle stesse secche, ad esempio, era naufragata ventitré anni prima una nave della compagnia genovese “Veloce”. Il Sirio diventò però simbolo e icona delle tragedie che colpivano la massa di disperati in cerca di una nuova vita.

Il mare è stato la tomba più grande di questa pagina di storia italiana.

L’arrivo

Trenta giorni di nave a vapore

fino in America noi siamo tutti

arrivati

fino in America noi siamo tutti

arrivati

abbiam trovato né paglia né

fieno

abbiam dormito sul nudo

terreno

come le bestie abbiamo riposà.

America allegra e bella

tutti la chiamano l’America

sorella

tutti la chiamano l’America

sorella

tialallalà - lalallalà - lalalallalà.

Ci andremo coi carri dei zingari

ci andremo coi carri dei zingari

ci andremo coi carri dei zingari

in America voglio andar.

America allegra e bella

tutti la chiamano l’America

sorella

tutti la chiamano l’America

sorella

tialallalà - lalallalà - lalalallalà.

E l’America l’è lunga e l’è larga

e l’è circondata da monti e da piani

e con l’industria dei nostri italiani

abbiam formato paesi e città.

Il viaggio durava dodici giorni circa, in base alle condizioni del mare. Se l’arrivo era legale gli immigrati erano costretti a rimanere quaranta giorni su Ellis Island per evitare la diffusione di eventuali malattie e per dare il tempo alle autorità americane di controllare i documenti, le generalità e la fedina penale dei nuovi arrivati, per poi eventualmente ricondurli al paese di provenienza.

Una volta arrivati a tutti gli effetti sul territorio americano, gli italiani tendevano a riunirsi in quartieri detti Little Italy, luoghi molto poveri, sporchi e maleodoranti, dove restavano uniti e chiusi nei confronti degli americani.

Conseguenza di questo fu l’incapacità di integrarsi; non impararono mai la lingua, non mandarono mai i bambini a scuola costringendoli a lavorare, non conobbero mai gli usi e la cultura del posto.

Assieme agli organetti e alle valigie di cartone gli italiani esportarono anche la mafia.

Il crimine organizzato si sviluppò in maniera così radicata nel continente a causa anche dell’emigrazione forzata di boss mafiosi dalla Sicilia dovuta alla dura repressione durante il periodo fascista.

L’emigrazione era, per molti mafiosi, una volta individuati, l’unica via di scampo per salvarsi dalla prigione. In ogni caso i motivi della crescita e dello sviluppo di questa organizzazione furono vari, dal pessimo trattamento da parte delle autorità americane della popolazione italiana emigrante, che si vedeva molte volte costretta, suo malgrado, a ricercare altrove assistenza sociale che dovrebbe essere presente in tutti gli Stati, al riconoscimento tardivo del problema mafioso da parte delle autorità americane, che intervennero in modo repressivo accanendosi sui pesci piccoli o sulla popolazione innocente. Si instaurarono mafiosi e camorristi che, con grande abilità, fecero crescere anche in America il fenomeno dell’estorsione e del racket.

Il famoso giornale statunitense New York Times, in un articolo del 1876, scrive:

“Se ci mettiamo ad osservare l’Italia, scopriamo uno stato di cose davanti al quale i nostri racket, le tangenti e gli affari sporchi impallidiscono per un’evidente inferiorità di scelleratezza. Nella misura in cui l’italiano è più pettegolo, più pigro e più adatto agli intrighi rispetto all’americano, è anche più che un’artista a ‘gestire le cose’.”

Molti italiani, appena arrivati, venivano reclutati dagli imprenditori statunitensi per lavorare nelle industrie o nelle miniere, nei campi sotto condizioni di regime mezzadrile e nella costruzione di opere pubbliche come strade e ferrovie. Da un’inchiesta del 1897 risulta che il 22% degli immigrati lavorava sotto costrizione di un padrone e quindi costretti a versare tangenti per mantenere il lavoro e l’abitazione e all’obbligo di acquistare le merci solo nello spaccio del padrone.

Costretti dai loro boss a condizioni disumane, gli italiani lavoravano per oltre 11 ore al giorno con un salario che non superava il dollaro e mezzo all’ora, al contrario di quanto gli arruolati facevano credere al momento della partenza dall’Italia. Dovevano per forza accettare le condizioni orribili a cui erano sottoposti anche perché ogni lavoratore era controllato dai bosses e da guardie armate che erano pronte a colpirli a sangue o addirittura ad ucciderli se solo provavano a scappare.

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