Influenza delle organizzazioni criminali sul tessuto socio-economico italiano
Percorso
Introduzione pag. 1
Storia
- Le origini della mafia siciliana pag. 4
- Nel ventennio fascista e nel secondo dopoguerra pag. 5
- Dal controllo degli appalti al traffico degli stupefacenti pag. 5
- La lotta alla mafia pag. 6
Economia aziendale
- Mafia spa pag. 7
- Bilancio di Mafia spa (XI rapporto SOS Impresa Confesercenti) pag. 9
- Organizzazione interna delle mafie pag. 10
- Alcune strategie aziendali adottate pag. 12
- Comparti economici scelti dalle mafie per gli investimenti pag. 13
Matematica
- Problemi di scelta pag. 14
- Problemi di scelta in condizioni di certezza con effetti differiti pag. 16
Scienza delle finanze
- Incidenza dell’economia criminale sul PIL pag. 17
- Evasione fiscale pag. 19
- Impossibilità di ridurre il debito pubblico pag. 20
- Infiltrazione mafiosa nei monopoli di Stato pag. 21
Italiano
- Il Positivismo pag. 22
- Naturalismo e Verismo pag. 23
- Rapporti tra Naturalismo e Verismo pag. 25
- Giovanni Verga (cenni biografici) pag. 26
- Lo stile, le tecniche e i temi verghiani pag. 27
- L’ideale dell’ostrica e i Malavoglia pag. 28
- Una novella che parla della mafia siciliana (La chiave d’oro) pag. 29
Diritto
- La Magistratura pag. 30
- Principi generali in materia di giurisdizione pag. 31
- Organi della giurisdizione ordinaria pag. 32
- Il CSM e la Corte Costituzionale pag. 33
- La giustizia amministrativa pag. 34
Inglese
- The British Banking System pag. 35
- Services of banks pag. 36
Parte conclusiva
- Peppino Impastato pag. 37
- I cento passi (Modena City Ramblers) pag. 38
Influenza delle organizzazioni criminali sul tessuto socio-economico italiano
- È normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti. (Paolo Borsellino)
- La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni. (Giovanni Falcone)
Introduzione
Affronto il colloquio dell’Esame di Stato trattando uno dei temi che ha stimolato la mia curiosità di conoscere le vicissitudini che hanno modificato profondamente la storia della nazione italiana e la sua economia negli ultimi cinquant’anni. Frequentando un Istituto Tecnico Commerciale, ho dunque deciso di parlare dei gruppi a stampo mafioso presenti sul territorio italiano, valutandone per quanto possibile il loro potere economico e la loro importante influenza sulla nostra società.
Occorre innanzitutto dare un significato concreto al termine organizzazione criminale, si tratta di un sistema intricato e profondamente radicato nell’economia del Paese, un male difficilmente estirpabile. Ho voluto definire tali organizzazioni con il termine “sistema”, più persone che si uniscono in un solo gruppo e si riconoscono in un’unica denominazione. L’organizzazione improntata quasi esclusivamente su scala gerarchica è tipica del sistema.
Le economie criminali compiono azioni, avverse alla legge, di varia natura con un unico scopo, il profitto. Spesso si trovano intricate in molteplici attività illecite: traffico internazionale degli stupefacenti, degli alimenti, dei rifiuti, delle armi, sfruttamento della prostituzione; sono questi solo alcuni degli intangibili ma profondamente influenti reati riconducibili alle cosche.
Esempi noti di organizzazioni criminali presenti sul nostro territorio sono quelle a stampo mafioso, come Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta, rispettivamente site nel territorio della Sicilia, Campania e Calabria ma non relegate al solo territorio nazionale bensì estese a quello internazionale.
Una delle caratteristiche principali delle odierne mafie è quella di non avere più dei confini geografici ben definiti in cui muoversi. Da tempo - sicuramente dal momento in cui sono iniziati i traffici legati agli stupefacenti - la mafia è diventata un problema nazionale e internazionale.
Non solo, ma essa oggi minaccia settori, attività e persone che fino a qualche decennio fa si ritenevano fuori dal suo raggio d’azione (oggi persino un insegnante o un pensionato rischia di pagare il “pizzo”).
Come si è giunti a tutto questo? Per quanto riguarda la mafia siciliana le cause storiche sono note più o meno a tutti: la mafia si è impadronita con la forza e l’inganno del plurisecolare sentimento di ribellione del popolo nei confronti di ogni forma di potere statale. Un sentimento alimentato dalla lunga catena di torti e soprusi compiuti dai diversi dominatori dell’isola.
All’inizio la mafia cercò di difendere questo sentimento, poi se ne è servita. La mafia così è diventata il modo d’emanciparsi economicamente della borghesia meridionale impedita nel suo sviluppo dall’Unità d’Italia, la quale avvenne all’insegna dell’alleanza tra la borghesia industriale del Nord e i ceti agrari latifondisti del Sud.
La mafia ha smesso di funzionare come organizzazione meramente parassitaria e ha cominciato a influire sulla produzione economica. Ciò è stato reso possibile dalla rapida accumulazione di capitali realizzata a partire dalla seconda metà degli anni ’70, con il commercio mondiale dell’eroina.
I profitti qui sono enormi poiché è molto grande il dislivello fra il prezzo d’acquisto della materia prima e il prezzo di vendita del prodotto. La mafia siciliana controlla il commercio dell’eroina in tutta l’Europa occidentale e nel mercato USA ne controlla almeno il 30%.
Pur continuando con i soliti sistemi delle estorsioni, dell’usura, dell’omertà, degli omicidi, ecc., essa dal dopoguerra ha cominciato a gestire nuovi settori commerciali: l’edilizia, i lavori pubblici, gli appalti statali o degli enti locali, ecc.
La grande occasione tuttavia le è stata offerta dalla droga e ultimamente anche dal commercio delle armi.
Procedo con una primissima breve analisi strettamente economica delle suddette organizzazioni a stampo mafioso:
1) Cosa Nostra
Secondo recenti stime fornite dall’Eurispes (istituto privato di studi politici, economici e sociali) sembra che il giro d’affari di Cosa nostra ammonti a quasi 13 miliardi di euro l’anno, così suddivisi:
- 8,005 miliardi di euro l’anno dal traffico di droga;
- 2,841 miliardi da crimini legati ad imprese (appalti truccati, aziende che lavorano per il riciclaggio di denaro sporco, ecc...);
- 1,549 miliardi dal traffico di armi;
- 351 milioni dall’estorsione e dall’usura;
- 176 milioni dalla prostituzione.
2) Camorra
Sempre secondo i recenti dati forniti dall’Eurispes sembra che la Camorra guadagni:
- 7,230 miliardi di euro dal traffico di droga;
- 2,582 miliardi da crimini legati all’imprenditoria (appalti truccati, riciclaggio, ecc);
- 258 milioni dalla prostituzione;
- 2,066 miliardi dal traffico delle armi;
- 362 milioni dall’estorsione e dall’usura.
Il giro d’affari complessivo è stimabile attorno ai 12 miliardi e mezzo di euro. A questo elenco vanno aggiunti gli introiti derivanti dallo smaltimento illegale dei rifiuti, attività estremamente lucrosa che alcuni esperti ritengono stia conducendo verso il progressivo degrado ambientale vaste zone di campagna nelle province di Napoli e Caserta.
3) ‘Ndrangheta
Nel 2008 l’ultimo rapporto dell’Eurispes rivela un giro di affari riconducibili alla ‘Ndrangheta di circa 44 miliardi di euro. Pari al 2.9% del PIL italiano, una fetta di economia del nostro Paese, il 62% degli introiti deriva dal traffico internazionale degli stupefacenti.
- 27,240 miliardi di euro dal traffico di droga;
- 5,775 miliardi da imprese e appalti pubblici;
- 5 miliardi di euro da estorsione e usura;
- 3 miliardi di euro dal traffico delle armi;
- 2,867 miliardi di euro dallo sfruttamento della prostituzione.
Questi guadagni rendono la ‘Ndrangheta una delle mafie più ricche del mondo.
Considerando il totale dei capitali riscossi annualmente da queste tre organizzazioni, stimato in 70 miliardi di euro credo sia facile immaginare la reale influenza esercitata sull’economia pubblica e su quella privata.
Storia
1. Le origini della mafia siciliana
La mafia è una forma di criminalità organizzata che non solo è attiva in molteplici campi illegali, ma tende anche ad esercitare funzioni di sovranità, normalmente riservate alle istituzioni statali, su un determinato territorio.
Si tratta quindi di una forma di criminalità che presuppone alcune condizioni: l’esistenza di uno Stato di tipo moderno, la rivendicazione del monopolio legittimo della violenza, un’economia libera da vincoli feudali, l’esistenza di individui in grado di poter operare “in proprio”, imponendo anche alle classi dirigenti la propria mediazione violenta.
La definizione riportata descrive le condizioni nelle quali viene a trovarsi la Sicilia dopo l’abolizione del sistema feudale, proclamata dal Parlamento siciliano nel 1812.
Il trasferimento di gran parte della proprietà terriera alla “borghesia”, e quindi il nascente accentramento amministrativo, indusse i nuovi proprietari ad organizzare “bande” o “squadre” indispensabili per la realizzazione del controllo territoriale.
Compiti di queste ultime erano: l’offerta di “mediazione” fra ladri e derubati e, più in generale, fra i braccianti, i contadini e i nuovi proprietari, la protezione degli affiliati, e la corruzione dei funzionari pubblici.
Inoltre le “cosche” si affermarono progressivamente come “istituzioni di soccorso”, capaci di superare con successo ogni conflitto anche con gli organi statali.
Nel periodo seguente l’Unità d’Italia, cioè a partire dal 1860, si videro i primi esperimenti di coordinamento fra cosche; la sottovalutazione del fenomeno mafioso da parte del governo centrale, restio ad avviare un’efficace azione repressiva, consentì la penetrazione della mafia nelle istituzioni legali, contribuendo a legittimare ulteriormente il potere mafioso agli occhi dei siciliani.
2. Nel ventennio fascista e nel secondo dopoguerra
La campagna repressiva contro la mafia, voluta da Benito Mussolini (1883-1945) dopo un viaggio in Sicilia nel maggio del 1925 e affidata al prefetto Cesare Mori (1872-1942), si articolava su un piano sia repressivo che sociale: sotto il primo profilo, si faceva ricorso a misure di polizia che si proponevano di sradicare i mafiosi dai territori controllati e di attaccarne il prestigio presso le comunità; dal punto di vista sociale, l’azione era rivolta a neutralizzare il peso del ceto intermedio, abolendo le elezioni politiche e amministrative e riservando allo Stato le funzioni di protezione e di regolamentazione economica.
“Entro breve tempo - constatò il sociologo tedesco Henner Hesse - con queste misure si riuscì a spezzare il potere dei mafiosi, da un lato perseguitandoli, dall’altro rendendoli superflui”.
Con la caduta di Mussolini, alla fine della seconda guerra mondiale, la mafia riapparve come per magia. Gli “uomini d’onore”, tutti antifascisti convinti, passarono direttamente dal carcere alle cariche pubbliche: in realtà, gran parte dei mafiosi era sfuggita alla repressione fascista rifugiandosi negli Stati Uniti d’America, dove dettero vita all’Unione siciliana, che più tardi assumerà il nome di Cosa nostra.
Ora alleandosi col fronte separatista, ora sostenendo la proprietà agraria, ora schierandosi con il movimento contadino, essa si confermò compagine multifunzionale e interclassista, legata ad un determinato ambito territoriale, pur se la parentesi americana l’aveva munita di una preziosa rete di collegamenti internazionali.
3. Dal controllo degli appalti al traffico degli stupefacenti
Con l’espansione dell’intervento dello Stato nell’economia (1950), la mafia da “rurale” diventò “urbana”, attirata da nuove fonti di profitto: l’edilizia, i mercati generali e gli appalti.
In questi settori, essa si presentò dapprima nelle vesti tradizionali di protettrice, imponendo tangenti agli imprenditori, finendo poi per gestire in proprio l’iniziativa imprenditoriale, che poteva contare su efficaci metodi di “scoraggiamento” della concorrenza e sull’accaparramento dei finanziamenti pubblici.
Nel frattempo la mafia appoggiò il movimento indipendentista siciliano e per ribadire la propria egemonia sull’isola intervenne nella repressione delle proteste contadine fino a commissionare al bandito Salvatore Giuliano la strage di Portella della Ginestra (1947), quando decine di braccianti riuniti per festeggiare il Primo maggio vennero sterminati da colpi di arma da fuoco.
Sono questi gli anni in cui divenne particolarmente intenso il rapporto fra cosche mafiose e partiti politici, per i quali la mafia non mostrava alcun interesse “ideologico”, limitandosi a indirizzare il consenso verso lo schieramento in grado di fornire le maggiori garanzie di conservazione del proprio potere, anche economico.
Dopo aver superato, senza subire danni strutturali, i primi processi (alla fine degli anni ’60), la mafia durante tutto il decennio successivo, anche approfittando dell’impegno dello Stato sul fronte del terrorismo, svolse un’opera d’imponente rafforzamento del proprio tessuto organizzativo allo scopo di renderlo adeguato ai mutati scenari criminali.
Infatti, in quegli anni, prima il contrabbando di tabacchi lavorati esteri e poi il traffico degli stupefacenti, comportando un massiccio afflusso di liquidità, imposero alle cosche mafiose la necessità di un raccordo operativo, indispensabile per evitare “conflitti di competenza”.
Le singole “famiglie” - governate da un “rappresentante” - vennero raggruppate e affidate al controllo di “capi-mandamento”, a loro volta facenti parte della “Commissione” o “Cupola”.
Il rapporto con le istituzioni incominciò a farsi più conflittuale, prevedendo, come unica alternativa alla corruzione dei rappresentanti dei poteri statali, l’eliminazione degli stessi, con metodologie di tipo terroristico, per rendere sempre più palese l’incontrollabilità del territorio da parte dello Stato.
Contemporaneamente, Cosa Nostra strinse rapporti con organizzazioni criminali straniere, fra cui la “mafia” russa, quella turca, le triadi cinesi e la yakuza giapponese, nei confronti delle quali la mafia siciliana si pose come elemento organizzativo.
4. La lotta alla mafia
Nel 1962 venne istituita la prima Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia in Sicilia, nota anche come Commissione antimafia, che però non diede risultati apprezzabili; per rendere più efficienti le misure di prevenzione furono varate nuove leggi che introdussero il reato di “associazione di stampo mafioso” e definirono giuridicamente il delitto di mafia (1982).
Le forze dell’ordine e la magistratura potevano sequestrare i patrimoni dei mafiosi e sciogliere i consigli comunali e provinciali sospettati di collusione (intesa segreta, accordo) ed esercitavano un maggiore controllo sul riciclaggio del denaro.
Nel 1982 nacque l’Alto commissariato per la lotta alla mafia e nel 1983 la nuova Commissione parlamentare antimafia, che è tuttora in funzione. Tutte queste misure culminarono nel 1986 nel primo maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone.
Nel frattempo si scatenò una violenta offensiva mafiosa contro i rappresentanti del governo o più in generale contro chi ostacolava le alleanze politiche e mafiose: nel corso degli anni Ottanta e nei primi anni Novanta furono uccisi il deputato democristiano Piersanti Mattarella, il deputato comunista Pio La Torre, il prefetto di Palermo generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il giudice Rocco Chinnici, il giornalista Giuseppe Fava, il giudice Rosario Livatino.
Infine, con l’omicidio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (1992), i due giudici che con più successo avevano combattuto il fenomeno mafioso, la sfida delle cosche raggiunse il suo culmine.
Nel 1991 per reprimere le alleanze mafiose, fu istituita una Direzione investigativa antimafia (DIA) e una Direzione nazionale antimafia (DNA) diretta dal 1996 dal procuratore Pier Luigi Vigna.
Consistenti successi giudiziari si registrarono solo col ricorso sistematico ai cosiddetti “pentiti” o “collaboratori di giustizia” (tra cui l’ex boss Tommaso Buscetta), i quali consentirono agli investigatori di penetrare all’interno dell’organizzazione di Cosa Nostra.
Le varie sconfitte giudiziarie della mafia (ottenute anche con l’arresto dei famosi boss latitanti Salvatore Riina e Nitto Santapaola) indussero la stessa Cosa Nostra a cercare nuove figure politiche, apparendo quelle fino ad allora utilizzate non più in grado di assicurare l’“aggiustamento” dei processi.
Il fenomeno del “pentitismo” è diventato però oggetto attuale di polemiche per il rischio di un suo possibile uso strumentale a fini politici.
Economia aziendale
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.