Maddalena Ravasi, VD
Non sono solo parole
Liceo scientifico Einstein, Milano
A.S. 2013/2014
Sommario
Introduzione: Le parole e la progressiva perdita di significato; cenni e curiosità relativi alla genesi della parola, al rapporto che intercorre tra parola e oggetto da essa rappresentato e tentativo di risalire alla prima lingua parlata 1
Potere evocativo delle parole 3
1984
George Orwell, 4
LTI, La lingua del Terzo Reich
Victor Klemperer, 4
Neologismo 6
Per concludere 8
Bibliografia 9 1
Introduzione
“Le nostre parole sono spesso prive di significato. Ciò accade perché le abbiamo consumate, estenuate, svuotate con un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole. Le abbiamo rese bozzoli vuoti. Per raccontare dobbiamo rigenerare le nostre parole. Dobbiamo restituire loro senso, consistenza, colore, suono, odore. E per fare questo dobbiamo farle a pezzi e poi ricostruirle. Nei nostri seminari chiamiamo "manomissione" questa operazione di rottura e ricostruzione. La parola manomissione ha due significati, in apparenza molto diversi. Nel primo significato essa è sinonimo di alterazione, violazione, danneggiamento. Nel secondo, che discende direttamente dall'antico diritto romano (manomissione era la cerimonia con cui uno schiavo veniva liberato) essa è sinonimo di liberazione, riscatto, emancipazione. La manomissione delle parole include entrambi questi significati. Noi facciamo a pezzi le parole (le manomettiamo, nel senso di alterarle, violarle) e poi le rimontiamo (le manomettiamo nel senso di liberarle dai vincoli delle convenzioni verbali e dei non significati). Solo dopo la manomissione, possiamo usare le nostre parole Ragionevoli dubbi) per raccontare storie.”
Così Carofiglio cita se stesso (La manomissione delle parole, nell’incipit della sua opera indicando nella mistificazione e confusione di significato delle parole uno dei grandi mali dell’epoca in cui viviamo. Dietro a una successione apparentemente innocua di lettere si nascondono e tramano inganni che il più delle volte, se non siamo dotati di un occhio critico particolarmente attento, subiamo passivamente ogni giorno. Le parole sono infatti parte integrante della vita quotidiana e, sebbene spesso siano date per scontate, la loro forza non è da sottovalutare.
Occorre dunque, per mantenersi integri e liberi, ricondurre le parole al loro significato primo e affrancarle da qualunque tipo di manipolazione cui siano andate incontro nel tempo. “Le parole – cariche di significato e dunque di forza” nascondono “in sé un potere diverso e superiore rispetto a quello di comunicare, trasmettere messaggi, raccontare storie”. Hanno, cioè, “il potere di produrre trasformazioni” e possono “essere letteralmente lo strumento per cambiare il mondo”.
Proprio per la loro influenza e per l’alone di mistero che vi aleggia intorno, negli anni milioni di linguisti, filologi, filosofi, scrittori e altri personaggi più o meno influenti hanno speculato sulle parole e il linguaggio, indagandone origini e peculiarità, intraprendendo spesso sentieri tortuosi al limite della metafisica.
Attualmente si è propensi ad affermare che il linguaggio verbale sia una caratteristica propria dell’uomo; sebbene alcuni animali possano infatti apprenderne i rudimenti non posseggono però quelle proprietà creative che lo contraddistinguono e l’antica leggenda secondo cui gli oranghi non parlano solamente per paura di essere utilizzati come forza lavoro si fonda su ingiustificati e fantasiosi espedienti per essere oggi presa in considerazione.
Tra i temi che più hanno affascinato nel tempo si colloca il problema della genesi della parola. Sovente si è infatti discussa l’ipotesi per cui il linguaggio sia stato donato all’uomo da una qualche divinità e sia quindi connaturato alla nostra specie o sia piuttosto frutto dell’imitazione dei fenomeni naturali.
Studi recenti sembrano confermare la congettura innatistica secondo cui basi universali e biologiche del linguaggio esistono radicate nell’uomo e che questi dunque non impari a parlare per semplice esposizione. I risultati delle analisi svolte dalla Sissa, la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste, su più di 70 neonati dai due ai cinque giorni di vita sembrano confermare il fatto che “i bambini vengano al mondo in grado distinguere parola da “non” parola, indipendentemente dalla lingua che poi impareranno”.
Infatti ai neonati (scelti appositamente tanto piccoli perché “non fosse neppure possibile sospettare una qualche forma di apprendimento”) è stata fatta indossare una “cuffia” che ha consentito, rilevando il consumo più o meno intenso di ossigeno e dunque di attività a livello del lobo sinistro del cervello (deputato al linguaggio), di osservare le reazioni cerebrali a combinazioni di suoni molto frequenti all’inizio di parola e di sillaba in tantissime lingue (come “bla”) confrontando queste reazioni con quelle ad altre sequenze di suoni poco usuali (“lba”), notando quanto queste fossero diverse.
[1] (Ibidem) Il linguista inverosimile,
[2] Aneddoto tratto da S. Ceccato e C. Oliva 1
[1] (Ibidem) Il linguista inverosimile,
[2] Aneddoto tratto da S. Ceccato e C. Oliva 2
Il rapporto tra parola e oggetto
Un altro importante aspetto riguarda il rapporto che intercorre tra la parola e l’oggetto rappresentato da essa. Nel dialogo di Platone, Cratilo, considerata l’opera più antica di linguistica occidentale a noi pervenuta, la questione assume i toni di una disquisizione teoretica; il dialogo vede fronteggiarsi due teorie all’epoca diffuse: da un lato si schiera Ermogene e l’idea sofistica che considera la parola alla stregua di una mera convenzione, essendo l’uomo misura di tutte le cose.
Contrariamente Cratilo espone, in termini naturalistici, l’ipotesi secondo cui tra nome e oggetto vi è completa identità. Una posizione intermedia è invece assunta dal saggio Socrate il quale asserisce che, sebbene non vi sia mezzo migliore per conoscere dell’osservare le cose, tuttavia le parole, assegnate agli oggetti da legislatori, contengono e riflettono parte dell’essenza dell’oggetto (più o meno a seconda che il legislatore sia più o meno intelligente e acuto) secondo il principio di somiglianza.
Segue infatti una disquisizione sui suoni delle lettere che si addicono secondo la sonorità a rappresentare la natura di un oggetto, ma non è di questo che si vuol parlare ora. La questione è stata in seguito ripresa da De Saussure (linguista di notoria fama) che, definendo le parole nulla più che segni che uniscono a un concetto un’immagine acustica, si allontana dalla tesi di Cratilo e similmente si discosta da quella di Ermogene quando specifica che non è concepibile parlare di un significato scisso da un significante, concludendo dunque che il collegamento tra la lingua e gli oggetti non è naturale, ma culturalmente determinato.
La prima lingua parlata
Si è poi cercato di capire quale fosse stata la prima lingua parlata al cui proposito sono stati fatti negli anni interessanti esperimenti.