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“I limiti del mio linguaggio”

Significano i limiti del mio mondo

Ludwig Wittgenstein

Loquor ergo sum

Prospettive scientifiche, letterarie e filosofiche sull’origine e sulla concezione della facoltà di linguaggio

Tesina d’esame

Esame di Stato

Corso d’ordinamento Liceo Scientifico

Anno Scolastico 2013/2014

Giovanni Fanni

Classe 5BLS

Istituto d’Istruzione Superiore “Fermi Galilei” di Ciriè

Premessa

In questa breve trattazione, si vuole discutere intorno al linguaggio, inteso come capacità specifica dell’essere umano di comunicare in modo ricco, complesso ed espressivo, ma anche inteso come strumento indispensabile per la comprensione del mondo, dell’uomo e quindi dei suoi caratteri più peculiari.

Più precisamente, la trattazione si sviluppa su due nuclei tematici. Il primo intende prendere in considerazione alcune delle numerose e variegate teorie circa la genesi di questa facoltà straordinaria nel processo evolutivo della nostra specie, adottando un approccio il più scientifico possibile. Successivamente, ci si concentra sull’evoluzione della concezione del linguaggio nel pensiero umano, attraverso una trattazione più storico-filosofica e letteraria.

L’origine del linguaggio

Discutere sopra l’origine del linguaggio, inteso come la capacità complessa di comunicazione tra gli umani, è un’impresa ardua e densa di ostacoli. In primo luogo, perché il linguaggio non lascia tracce fossili, il che rappresenta un problema di portata non indifferente. In secondo luogo, la ricerca dell’origine di questa stupefacente facoltà è un’autoricerca, perché non può prescindere dal linguaggio stesso per la sua analisi, ma è anche una metaricerca, perché tenta di andare oltre allo sperimentabile, in un campo dove non esistono evidenze né certe né probabili.

Per questi motivi, la speculazione sulle origini del linguaggio è sempre stata oscura e poco proficua, al tal punto che nel 1866 la Società Linguistica di Parigi mise al bando qualunque comunicazione dei soci che avesse come tema l’origine del linguaggio. Analogamente si comportò sei anni dopo la Società Filologica di Londra. Oggi, l’approccio multidisciplinare alla questione, in cui l’indagine linguistica viene integrata dalle sempre più avanzate conoscenze di anatomia comparata e paleontologia, ha permesso la formulazione di ipotesi interessanti sia dal punto di vista scientifico, sia dal punto di vista linguistico.

A mio avviso, cercare di comprendere il linguaggio significa cercare di capire cosa rende noi umani realmente tali. Già Cartesio infatti, nel suo celebre Discorso sul metodo, asseriva:

«È assai noto che non c'è uomo tanto ebete e stupido, neppure un pazzo, che non sia capace di mettere insieme diverse parole e farne un discorso per comunicare il suo pensiero; e che al contrario non c'è altro animale, per quanto perfetto e felicemente creato, che possa fare lo stesso»

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La differenza della comunicazione umana da quella animale

È risaputo ed universalmente accettato che tutte le specie animali possiedono sistemi di comunicazione più o meno sviluppati. Ma che cosa differenzia questi sistemi di comunicazione dal linguaggio umano, ciò che ci permette di affermare orgogliosamente di essere davvero gli unici esseri parlanti del nostro pianeta?

Cartesio e Darwin: due presupposti contrastanti

Per il filosofo René Descartes la differenza tra i sistemi di comunicazione animali ed il linguaggio umano segna un salto qualitativo. Egli propone una tesi ampiamente supportata dall’illustre linguista americano Noam Chomsky nel suo Linguistica cartesiana, che infatti afferma con decisione che:

«il linguaggio umano si basa su un principio interamente differente da qualsiasi altro sistema di comunicazione animale».

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Sul versante opposto vi è la prospettiva evoluzionistica darwiniana, che muove da presupposti diametralmente opposti a quelli dell’ideologia cartesiana. Secondo Darwin, infatti:

1 Cartesio, Discorso sul metodo.

2 Noam Chomsky, Linguistica cartesiana, 1988. 1

«l’uomo è sottoposto a variazioni numerose, leggere e diversificate, che sono indotte dalle stesse cause generali e sono regolate e trasmesse secondo le stesse leggi generali valide per gli animali inferiori».

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In tale prospettiva, tutte le differenze esistenti tra gli umani e gli altri animali sono differenze solo quantitative, e tra queste anche la più affascinante, ossia il linguaggio, inteso, secondo Darwin, come un’evoluzione (e pertanto non basato sul principio interamente differente cartesiano) dei sistemi di comunicazione animale.

Nella presente trattazione si partirà dal presupposto che il linguaggio umano non introduce una discontinuità nel mondo naturale poiché nasce e si sviluppa da capacità comunicative e mentali già presenti (seppur in grado diverso) in altre specie (secondo moderni studi di anatomia, neurologia e paleontologia comparate). Si ritiene, pertanto, che il linguaggio costituisca senz’altro una grande differenza che gli esseri umani presentano rispetto agli altri animali, ma che tale differenza non giustifichi la collocazione di Homo sapiens su un gradino superiore e distinto rispetto al resto della natura.

Noam Chomsky

L’unicità del linguaggio umano

Ma cosa rende, di fatto, il sistema di comunicazione umano davvero differente dagli altri? Le risposte più soddisfacenti giungono da Chomsky. La prima grande differenza, secondo Chomsky, sta nel fatto che tutti i sistemi di comunicazione animale siano in grado di esprimere solamente semplici messaggi circostanziali, ineluttabilmente legati al qui ed ora. Al contrario, il linguaggio umano permette all’uomo di esprimere concetti complessi in grado di fornire rappresentazioni totalmente svincolate dal qui ed ora.

In altre parole, il linguaggio umano è l’unico sistema di comunicazione che permette di descrivere oggetti, situazioni, ambienti, pensieri lontani nello spazio, nel tempo, ma anche irreali o inesistenti (Cartesio avrebbe definito tali enti idee fattizie). Per esempio, è possibile parlare di un cavallo alato o di un uomo tricefalo, entità di cui nessuno sulla Terra può avere esperienza, ma ad ogni modo facilmente raffigurabili nell’immaginazione di chiunque.

Dal punto di vista grammaticale, il linguaggio umano è l’unico dotato di capacità deittica, ossia la facoltà di collocare gli enunciati in un determinato spazio-tempo e di fare riferimento all’emittente o al destinatario del messaggio.

Questo accade perché il linguaggio umano è l’unico regolato da una struttura precisa, ma duttile (la sintassi), che permette la costruzione di rappresentazioni e messaggi complessi attraverso la combinazione creativa di parole, tale da rendere possibile la creazione di infinite frasi capaci di concretizzare agevolmente tutto ciò che la nostra mente può produrre.

Il linguista e neuroscienziato italiano Andrea Moro offre un esempio concreto di quanto finora detto:

«Noi esseri umani abbiamo dizionari di parole. Il nostro cervello prende queste parole e costruisce un’infinità di frasi. Gli animali hanno invece dizionari di frasi, fisse, non scomponibili né ricombinabili»

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E pertanto limitati, potremmo concludere.

Perché si sviluppò il linguaggio

Le teorie a questo riguardo sono molteplici, talvolta, ma tutte equidistanti da un’eventuale verità, motivo per cui non si può dare una risposta convincente alla nostra domanda. Tutte le teorie partono, però, dal presupposto che:

«Ad un certo punto del processo evolutivo gli umani abbiano acquisito un cervello più sofisticato che rese la nascita e l’apprendimento del linguaggio possibile».

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3 Charles Darwin, L’origine delle specie, 1859.

4 Citazione dalla conferenza Parlo dunque sono. Il linguaggio attraverso i secoli di Andrea Moro, tenutasi in occasione del Festival della Mente di Sarzana, 2012.

5 Edward Vajda, The origin of language, traduzione del redattore. 2

Tra le ipotesi più significative (la cui valutazione di plausibilità rimane al lettore), figurano:

  • La teoria dell’avvertimento: il linguaggio potrebbe essersi sviluppato da segnali di avvertimento come quelli utilizzati dagli animali. Questo avrebbe poi portato all’estensione della facoltà di linguaggio a fini didattici, per esempio per l’insegnamento di tecniche di caccia o di costruzione di utensili.
  • La teoria dello sforzo: il linguaggio potrebbe essersi sviluppato sulla base di sforzi cooperativi di gruppi di uomini. Questa tesi presuppone che le prime tracce di linguaggio fossero essenzialmente cori che stimolassero lo sforzo collettivo.
  • La teoria della bugia: questa ipotesi dissonante, teorizzata dal linguista americano Edgar Sturtevant, afferma che, dal momento che tutte le intenzioni o le emozioni vengono involontariamente espresse dai gesti, dall’aspetto o da suoni, la comunicazione volontaria deve essere stata introdotta allo scopo di mentire o nascondere. Anche Italo Calvino, nel suo romanzo Le città invisibili, diceva «non c’è linguaggio senza inganno».

Le teorie sul perché sia nato, o si sia evoluto il linguaggio, sono tante quante sono le persone che si occupano di linguistica, tutte prive ovviamente di qualsiasi evidenza scientifica. Ne sono state citate tre a puro scopo esemplificativo.

Come si sviluppò il linguaggio

Prescindendo dai motivi che portarono allo sviluppo del linguaggio nell’uomo, ci si propone ora di studiare i meccanismi biologici, fisiologici e sociali che hanno portato l’uomo ad essere il vero ed unico animale parlante del globo.

Per questa trattazione, si fa ampio riferimento all’opuscolo Origine del linguaggio di Ines Adornetti, pubblicato nel gennaio 2012 sul portale di filosofia analitica aphex.it.

L’origine vocale

«Il linguaggio articolato deve la sua origine all’imitazione ed alla modificazione dei vari suoni naturali, delle voci di altri animali e delle grida istintive dell’uomo, aiutato dai segni e dai gesti».

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L’idea di un’origine prevalentemente vocale del linguaggio venne ipotizzata e ampiamente trattata da Darwin nella sua opera Origine dell’uomo. Ivi, l’illustre scienziato inglese elaborò una teoria sul processo di nascita ed evoluzione del linguaggio attraverso tre fasi:

1. Alla base del processo vi fu un miglioramento delle capacità cognitive dei primati (al di sopra di quello delle altre scimmie), che innescò un processo di imitazione dei suoni naturali rappresentanti pericolo (per esempio, il ruggito di una belva) come strumento di avvertimento dei propri compagni.

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2. La seconda fase vide, dunque, un incremento ed un miglioramento della capacità di imitazione vocale, che portò alla nascita delle prime vocalizzazioni finalizzate all’espressione delle emozioni, in cui la voce veniva usata in modo creativo e melodico, «per produrre vere cadenze musicali». Questo portò, in seguito, ad un perfezionamento dell’apparato fonatorio degli antenati umani.

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3. Infine, nella terza fase, questa facoltà, definibile protolinguaggio, divenne abbastanza sofisticata da retroagire sulla mente «mettendola in grado di formulare lunghe catene di pensieri».

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6 Charles Darwin, Origine dell’uomo, 1871.

7 Partendo da questa ipotesi, Darwin ipotizza, più o meno volontariamente, anche un perché dell’origine del linguaggio.

8 Citazione testuale dall’opera sopraccitata. 3

Studi etologici del secolo scorso hanno dimostrato che la maggior parte delle scimmie non antropomorfe possiede un apparato fonatorio piuttosto complesso ed utilizza richiami d’allarme acusticamente differenti per segnalare la presenza di diversi tipi di predatori. Tali suddetti richiami possono essere considerati olistici (rappresentano, cioè, messaggi completi non scomponibili né ricombinabili come, per esempio, le parole che costituiscono le frasi di ogni lingua umana) e manipolativi (ossia non finalizzati a comunicare informazioni in senso stretto, ma a condizionare il comportamento altrui).

In tempi recenti, lo studioso inglese Steven Mithen, partendo dai presupposti darwiniani, ha sostenuto l’origine vocale del linguaggio umano, sottolineando come l’abbassamento della laringe nell’uomo rispetto ai primati (trasformazione avvenuta con l’avvento di Homo erectus) abbia permesso a questo di produrre una gamma di vocalizzazioni più ampia ed articolata.

Lo stesso studioso aggiunge che, con la comparsa di Homo neanderthalensis (collocabile intorno ai 400 000 anni fa), il sistema di comunicazione si arricchì anche della caratteristica della mimesi, definita dal neuroscienziato canadese Merlin Donald come la «capacità di produrre atti rappresentazionali coscienti ed autoindotti».

Il punto chiave sta in atti rappresentazionali: attraverso la mimesi, infatti, un sistema di comunicazione si arricchisce esponenzialmente attraverso la capacità rappresentazionale.

Innanzitutto, la comunicazione fuoriesce all’ambito prettamente istintuale, per entrare in una dimensione che implica la coscienza di sé e trasformarsi quindi in un linguaggio vero e proprio. Ma soprattutto questa svolta fu fondamentale perché rese possibile la trasformazione del sistema di comunicazione da manipolativo a informativo, cioè finalizzato alla comunicazione di messaggi od informazioni.

Secondo quest’ottica, infatti, fu proprio la capacità di mimesi nel sistema di comunicazione a stabilirne l’allontanamento dalla limitatezza circostanziale del qui e ora suggerita da Chomsky. Sempre la mimesi, secondo Mithen, segnò l’inizio della trasformazione del protolinguaggio da olistico a creativamente assemblabile, cioè formato da singole rappresentazioni (le parole) componibili e relazionabili tra loro per formare concetti più complessi attraverso le strutture sintattiche di sintagmi, frasi e periodi.

Ad ogni modo, le ipotesi di Mithen, come fu successivamente riconosciuto dallo stesso studioso, vanno incontro a contraddizioni con le evidenze scientifiche, soprattutto in ambito anatomico e filogenetico.

Nel mondo animale, infatti, i sistemi di vocalizzazione migliori sono quelli delle scimmie non antropomorfe, mentre sorprendentemente le scimmie antropomorfe presentano sistemi fonatori molto limitati dal punto di vista strettamente anatomico, pur essendo filogeneticamente più vicine agli esseri umani ed avendo capacità cognitive decisamente più sviluppate rispetto alle scimmie non antropomorfe.

Inoltre, studi biologici hanno reso noto che le vocalizzazioni delle scimmie, sia antropomorfe sia non antropomorfe, sono per la maggior parte determinate geneticamente e quindi congenite, a differenza del linguaggio umano che invece è notoriamente appreso ed aperto all’esperienza. Altre evidenze neuropsicologiche sembrano suggerire che le vocalizzazioni di questi animali siano prevalentemente legate a stati emotivi e non sottoposte al controllo volontario.

L’origine gestuale

A differenza delle vocalizzazioni, gran parte del repertorio gestuale delle scimmie, soprattutto antropomorfe, viene appreso individualmente ed utilizzato in modo intenzionale, volontario e flessibile. Esiste, infatti, un alto grado di variabilità individuale nella produzione e nell’uso dei gesti.

Tra i primi sostenitori dell’ipotesi dell’origine gestuale del linguaggio vi fu il filosofo francese Étienne de Condillac (1747). A causa del veto della Società Linguistica di Parigi (1866), ma anche a causa dell’elevata oscurità dell’argomento e della mancanza di approcci scientifici efficaci, le speculazioni sull’origine del linguaggio andarono incontro ad un arresto quasi totale fino agli anni ’70 del Novecento, periodo in cui l’avvento degli studi comparati di psicologia, neuroscienze e paleoantropologia ha permesso ai ricercatori di lavorare finalmente su fonti e dati più solidi ed affidabili. 4

L’ipotesi di Michael Corballis

Tra le ipotesi più moderne ed accreditate oggi figura quella del neuroscienziato neozelandese Michael Corballis, pubblicata nel 2002 nell’opera Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio.

La tesi di Corballis, riassunta in un enunciato, sostiene che il linguaggio umano si è sviluppato prevalentemente tramite i gesti manuali a partire da 2 milioni di anni fa, con la comparsa dei primi esemplari di genere Homo.

L’elemento chiave di questa teoria è stato la scoperta, risalente a poco più di vent’anni fa, dei neuroni specchio, così definiti perché permettono un rispecchiamento tra percezione ed azione.

3 M C

ICHAEL ORBALLIS

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Sintesi

Introduzione facoltà di linguaggio tesina

In questa tesina si vuole discutere intorno al linguaggio, inteso come capacità specifica dell’essere umano di comunicare in modo ricco, complesso ed espressivo, ma anche inteso come strumento indispensabile per la comprensione del mondo, dell’uomo e quindi dei suoi caratteri più peculiari. Più precisamente, la tesina di maturità si sviluppa su due nuclei tematici. Il primo intende prendere in considerazione alcune delle numerose e variegate teorie circa la genesi di questa facoltà straordinaria nel processo evolutivo della nostra specie, adottando un approccio il più scientifico possibile. Successivamente, ci si concentra sull’evoluzione della concezione del linguaggio nel pensiero umano, attraverso una trattazione più storico-filosofica e letteraria.

Collegamenti

Facoltà di linguaggio tesina

  • Letteratura inglese: Newspeak by George Orwell.
  • Filosofia: Storia della filosofia del linguaggio, Strutturalismo, Ferdinand de Saussure e Noam Chomsky.
  • Matematica: La matematica e l’informatica come linguaggi formali.
  • Letteratura latina: Lucrezio, il linguaggio come facoltà naturale.
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