La ripresa della classicità e il cambiamento nel ’900
di Francesco Partanna
V-A CAT
A.S. 2014/15
L’analisi storico-stilistica, se da una parte ha portato a una maggiore precisazione storica dei periodi a cui si riferisce, dall’altra ha consentito anche il suo uso in senso extratemporale. Il ripetersi di tendenze ispirate al classico ha reso possibile infatti che esso venisse eletto a rappresentare una polarità dello spirito dell’arte occidentale da contrapporre ora al barocco e ora al romantico. Il classico viene così identificato nella tendenza alle forme razionali, statiche e limpide di contro a quelle irrazionali e dinamiche rappresentate dalle seconde.
A partire dalla fine del XIX secolo, la nozione di avanguardia era stata usata metaforicamente per caratterizzare i movimenti letterari ed artistici che volevano essere più “avanti” rispetto ai contemporanei. In particolare ritenevano “moderno” rompere con la tradizione e criticare chi imitava i “classici”.
Il primo ventennio del XX secolo ha visto il susseguirsi di fenomeni artistici di avanguardia, che attraverso i loro manifesti proponevano nuove forme pittoriche e plastiche, in sintonia con il mutare dei tempi. I movimenti di avanguardia erano formati da gruppi spesso in polemica tra loro, ma dalla critica e dal contrasto scaturiva una grande spinta creativa. Che si chiamassero cubisti, futuristi, espressionisti, metafisici, surrealisti, dadaisti, gli artisti di questa generazione volevano cambiare tutto.
Le loro battaglie artistiche diedero una nuova impronta a tutta l’arte del Novecento.
Uno degli scopi dei movimenti di avanguardia è la “morte dell’arte” tradizionale e canonica, realizzabile attraverso l’annullamento del momento comunicativo o con l’identificazione dell’espressione artistica con un’altra azione del fare umano, come ad esempio l’urlo degli Espressionisti, l’impiego improprio di alcuni oggetti, il ribaltamento di ogni scala di valori.
I gruppi di avanguardia attuano una opposizione alla cultura dominante o appartandosi aristocraticamente o partecipando rumorosamente al dibattito pubblico.
Giosuè Carducci e Italo Svevo
Dalla tradizione classicistica al romanzo d’avanguardia.
Carducci e la tradizione classicistica italiana
La vita
Giosuè Carducci nasce a Valdicastello, in Versilia, nel 1835, trascorse l’adolescenza e l’infanzia nella Maremma pisana, e a contatto con la natura aspra e selvaggia, formò il suo carattere fiero e intransigente, sdegnoso della viltà e dei compromessi. Dopo aver frequentato le scuole degli Scolopi a Firenze ed essersi laureato in lettere alla normale di Pisa, iniziò ad insegnare nelle scuole medie.
Gli anni 1857-58 furono turbati da due gravi lutti: prima morì il fratello Dante, non è chiaro se per suicidio o perché ucciso involontariamente durante una lite con il padre, che morì a sua volta pochi mesi dopo. Nel 1860 Carducci venne chiamato dal ministro dell’istruzione a ricoprire la cattedra di eloquenza, cioè di letteratura italiana, all’Università di Bologna: ebbe così inizio un lunghissimo periodo di insegnamento, durato fino al 1904, caratterizzato da una fervida e appassionata attività filologica e critica.
Negli anni ’60, lo scontento provocato in lui dalla debolezza dimostrata, a suo giudizio, in più occasioni dal governo postunitario, la questione romana, l’arresto di Garibaldi, sfociò in un atteggiamento filo-repubblicano e addirittura giacobino: ne risentì anche la sua attività poetica, caratterizzata in quest’epoca da una ricca tematica sociale e politica.
Negli anni successivi, con il mutare della realtà storica italiana, Carducci passò da un atteggiamento violentemente polemico e rivoluzionario a un ben più tranquillo rapporto con lo stato e la monarchia, che finì per l’apparirgli la migliore garante dello spirito laico del Risorgimento e di un progresso sociale non sovversivo, contro al pensiero socialista. La nuova simpatia monarchica culminò nel 1890 con la nomina a senatore del regno.
Nel 1906 fu insignito del premio Nobel per la letteratura; morì a Bologna nel 1907.
Inquadramento storico
Giosuè Carducci rappresenta un terzo, diverso aspetto della reazione al secondo Romanticismo, accanto a quella degli scapigliati e dei veristi; fu infatti avversario, oltre che dei romantici, anche degli scapigliati e dei veristi.
Combatté i romantici per i loro languori sentimentali che contrastavano con il suo temperamento gagliardo e virile; osteggiò gli scapigliati per le loro eccentricità e sregolatezze di vita oltre che per la loro avversione alla tradizione culturale italiana; avversò, infine, anche i veristi per il loro gusto di ritrarre la vita degli umili con i loro ambienti squallidi, e per la lingua sciatta e dialettale, tutte cose che egli riteneva assolutamente impoetiche, grazie a un concetto aristocratico della poesia e dell’arte, che lo portava a ripristinare il culto del classicismo, dei suoi valori di razionalità, di ordine, di disciplina artistica, di forza morale, di equilibrio interiore.
La personalità
Il Carducci ebbe una forte personalità, sensibile ai più nobili sentimenti umani, tra i quali spiccò l’amor di patria, che lo portò a diventare il poeta-vate della terza Italia. Egli credette sinceramente a questa sua missione e la svolse con assoluta dedizione. Per essa si lasciò spesso trascinare dal temperamento battagliero a polemiche aspre: nel campo sociale contro la politica pavida e rinunciataria dei moderati e gli intrallazzi del trasformismo; nel campo morale contro la corruzione, l’affarismo e le ipocrisie; nel campo letterario contro le nefaste mode straniere.
Per quanto riguarda le idee e la concezione della vita, egli fece propria la concezione materialistica della realtà propria della poesia positivistica, secondo la quale il mondo è regolato da leggi fisiche, senza l’intervento di forze soprannaturali. Perciò egli non giunse mai a considerare la morte come l’inizio di una nuova vita, ma come vanificazione dell’essere nel nulla. Per quanto riguarda le idee politiche, il Carducci fu negli anni giovanili giacobino, ma dopo l’unità d’Italia si avvicinò gradualmente alla monarchia, considerandola come la sola forza capace di tenere unita la nazione.
Quanto all’atteggiamento verso il Cristianesimo e la Chiesa, il Carducci, seguace della filosofia materialistica, non poteva che avversare il Cristianesimo, ispiratore di una concezione della vita rinunciataria. Questi sentimenti anticristiani e anticlericali sono espressi specialmente nell’Inno a Satana, considerato simbolo della ragione e del progresso umano. Per quel che riguarda la concezione della storia, Carducci si discostò dal Romanticismo, perché non vide in essa lo svolgimento progressivo dell’umanità, ma la concepì un po’ semplicisticamente come rassegna della lotta dei popoli per gli ideali di libertà, giustizia e progresso, e come risultato del conflitto perenne fra libertà e tirannide.
Da Thiers, Hugo e Cattaneo derivò poi il concetto della Nemesi storica, trattata poeticamente in due celebri odi barbare, Per la morte di Napoleone Eugenio e Miramar. Esso è una sorta di Provvidenza laica, la vendetta della storia che colpisce i tiranni per le loro colpe, o direttamente nella loro persona o indirettamente nei loro discendenti.
La poetica
Per Carducci la poesia deve celebrare i più alti ideali umani, che concorrono allo sviluppo della civiltà e del progresso: la patria, la libertà, la giustizia, la bellezza, l’amore, la gloria, la fede e l’eroismo degli individui e dei popoli che combattono per questi ideali.
Per questo immaginò il poeta come un grande artigiano, che getta nella fiamma della fornace gli elementi dell’amore e del pensiero, e ne trae scudi per la libertà e diademi per la bellezza. E la poesia non solo deve celebrare quegli ideali, ma deve esortarli e coltivarli, perché l’umanità possa ascendere sempre più in alto. Sul piano formale riteneva che la poesia deve avere un tono elevato, una purezza e un’armonia di linguaggio, che solo un lungo e severo tirocinio nello studio dei classici può fornire all’artista.
Il Carducci, oltre che poeta, fu anche un critico letterario e, come tale, fu seguace della critica positivistica, detta anche “scuola storica” o del “metodo storico”: studiando l’opera d’arte come un prodotto dei tempi e degli ambienti.
Le opere
È per le raccolte poetiche che il Carducci viene maggiormente ricordato. I suoi primi componimenti poetici furono “Levia Gravia”, componimenti a carattere leggero insieme a contenuti più seri ed impegnativi, 1861-1871, e “Juvenilia”, poesie della giovinezza, 1850-1860. Inoltre dal 1867 al 1879 si dedicò ad una raccolta di poesie politiche e morali, “Giambi ed Epodi”, titolo che richiamava due forme metriche usate nella letteratura classica. In queste poesie Carducci assunse il ruolo di poeta-vate, nel senso di guida per il popolo e portavoce della verità, della libertà e del progresso.
Dal 1861 al 1887 compose le “Rime Nove”; il poeta attenua ed a poco a poco abbandona l’irruenza della polemica per celebrare la vita e la sua bellezza. All’interno di questa raccolta, egli si abbandona alla contemplazione della natura che a volte gli appare selvaggia come il suo temperamento brusco e scontroso; a volte però gli appare luminosa e ricca di sole, di luce e di serenità. All’interno delle rime assume una certa importanza la ricostruzione storica: si tratta di quei periodi che per Carducci furono esemplari perché simbolo di patria, fierezza, coraggio, amore di libertà. Tali caratteristiche furono ritrovate nell’antica Roma, nel Medioevo comunale, nella Rivoluzione francese, nel Risorgimento. Questa ricostruzione storica per Carducci fu intesa come un ripensamento nostalgico di un tempo eroico ormai trascorso.
Tra il 1877 e il 1889 scrisse le “Odi barbare”, due raccolte di componimenti in cui il poeta manifestò il suo amore per la classicità, cercando di riprodurre versi latini e greci, da qui il nome di “barbare” per queste poesie che tali dovevano sembrare all’orecchio tanto degli antichi quanto dei contemporanei. Nelle “Odi barbare” troviamo fra le più belle ricostruzioni storiche soprattutto della grecità e della romanità accanto a liriche a carattere intimo e personale.
Ma il Carducci è stato anche un ottimo prosatore: ricordiamo i discorsi celebrativi, i saggi critici. “Confessioni e battaglie” e L’“Epistolario”. In quest’ultimo, uscito postumo, scopriamo un’immagine del Carducci molto diversa da quella celebrata da Mario; ne viene fuori un’altra realtà: biografica, gli amori, e quella politica, che seguì appassionatamente e non senza penetrazione. La sua adesione alla monarchia non fu solo opportunismo, ma più semplicemente il poeta anticipò certe decisioni del suo partito. E forse per questo che l’uomo e l’artista centrò in pieno il suo tempo, epoca del trasformismo, ed è perciò i più rappresentativi di esso.
Le poesie del Carducci sono raccolte in sei volumi: Juvenilia (1850-1860), Levia Gravia (1861-1871), Giambi ed Epodi (1867-1879), Rime Nuove (1861-1887), Odi barbare (1877-1889). Juvenilia («poesie giovanili») e Levia Gravia («cose leggere per sentimento e per stile, mescolate ad altre gravi per le stesse ragioni»: è la definizione dello stesso Carducci) contengono le poesie giovanili; in esse il Carducci imita i grandi italiani, Dante, Petrarca, Alfieri, Parini, Monti, Foscolo e Leopardi, e i poeti classici, latini e greci. Pur di scarso valore poetico, esse sono importanti, perché fu grazie alla loro composizione che il poeta acquistò una notevole abilità tecnica e metrica.
Una svolta nella poesia carducciana è segnata dall’Inno A Satana (1863), pubblicato con lo pseudonimo di Enotrio Romano. In esso è esaltato Satana non come nemico di Dio, ma come simbolo della ragione umana, che si ribella al misticismo e ad ogni forma di oppressione, lottando per la libertà e il progresso simboleggiato dalla vaporiera, come allora si chiamava la locomotiva a vapore.
Juvenilia
L’opera raccoglie anche le Rime di San Miniato oltre alle poesie composte tra il 1850 e il 1861 ed è formata in totale da cento poesie divise in sei libri. Ad leve rursus
Il titolo deriva dal verso 339 tratto dal II libro dei Tristia di Ovidio: “opus iuvenilia carmina, veni”. Con quest’opera il Carducci dà il via alla sua milizia come scudiero dei classici.
L’amore, uno dei temi della raccolta, appare caratterizzato da molteplici richiami, da quelli stilnovistici a quelli leopardiani, e trova posto anche l’amato Orazio, presenza costante nell’opera del Carducci, e riferimenti al Foscolo e all’Alfieri. È viva la polemica contro il romanticismo: la satira non risparmia i suoi avversari romantici o pedanti che siano. Un altro tema che ricorre nell’opera è l’anticlericalismo che a suo parere è uno dei responsabili anche della ritardata unità. Il tema politico è centrale nell’ultimo libro della raccolta e si divide tra l’esaltazione delle figure che hanno permesso l’unità, Vittorio Emanuele II e Garibaldi.
Le Odi barbare
G. Carducci, Nevicata. Autografo della poesia che chiude le Nuove odi barbare (1882), composta il 28 gennaio, rielaborata tra l’11 e il 24 marzo 1881.
Il classicismo letterario e la professione di docente di Carducci trovano una loro realizzazione nel progetto delle Odi barbare, che consolidano la fama dello scrittore quale poeta nazionale, capace cioè di recuperare e rielaborare la prestigiosa tradizione latina e di fonderla con il culto del passato e con l’affermazione del valore atemporale della poesia.
Le “barbare”, che vedono Carducci pubblicare tre volumi nel 1877, nel 1882 e nel 1889, più un quarto, riassuntivo e diviso in due tomi, nel 1893, nascono insomma come operazione tanto contenutistico-ideologica, che mira a restaurare lo spirito e il valore della “lezione” dei classici, quanto tecnico-formale, tesa a “tradurre” nel sistema ritmico moderno, basato sugli accenti, la metrica quantitativa della poesia latina, basata sull’alternanza di sillabe lunghe e brevi. Com’è noto, il titolo della raccolta allude proprio alla percezione che un ascoltatore latino avrebbe dei versi carducciani, che provano sì a mimare la prosodia classica, ma che risultano inevitabilmente delle copie impure ed imperfette dell’originale, per i romani, “barbaro” era appunto colui che non parlava bene il latino, ed anzi lo balbettava.
Per godere a pieno della poesia “barbara” carducciana è dunque necessario, si capisce, e questo è proprio l’intento dell’autore, una determinata competenza tecnica e una formazione culturale e letteraria non indifferente. Ma la sostenutezza della forma si sposa bene con le tematiche eterogenee della penna del poeta. Il rilievo filologico, che è ovviamente in stretta connessione il culto della forma che anima le Odi, si salda alla rievocazione della grandiosità della Roma caput mundi in toni enfatizzati e retorici, come nei primi versi de Nell’annuale della fondazione di Roma:
Te redimito di fior purpurei
april te vide su ’l colle emergere
da ’l solco di Romolo torva
riguardante su i selvaggi piani:
te dopo tanta forza di secoli
aprile irraggia, sublime, massima,
e il sole e l’Italia saluta.
te, Flora di nostra gente, o Roma
Altrove i versi delle Odi barbare celebrano il mondo medievale, visto come la culla di vitalità e rettitudine morale, riprendono temi civili, rievocano nostalgicamente il mondo d’infanzia, oppure cantano l’armonia tra l’io poetico e la natura. I testi più noti della raccolta sono tuttavia quelli il cui il tema carducciano della morte si proietta nel paesaggio e nell’intimità del poeta oppure si salda con la tematica amorosa.
Ma se la Roma di oggi è l’erede della dea Roma di un tempo, questa non è però un’eredità pacifica o scontata. Dall’una all’altra lirica questo motivo viene infatti a simboleggiare ora la decadenza del presente rispetto all’antico splendore, ora le speranze e i germi di riscatto. In questa prospettiva si intendono le venticinque composizioni della prima edizione della raccolta: per esempio, le odi Alle fonti del Clitumno del 1876 e Dinanzi alle Terme di Caracalla del 1877, in cui sono ritratti i ruderi, le sterminate vestigia di Roma. Le liriche più moderne della raccolta sono però quelle della seconda sezione, pure articolata in venticinque testi. Da molte di esse trapela una stanchezza spirituale nuova, per Carducci, un senso malinconico della fugacità della vita che ci porta lontani dallo spirito classico più eroico e olimpico, in cui il bello viene contemplato senza inquietudini. Ma un po’ in tutte le Odi barbare si accrescono, rispetto alle Rime nuove, l’ansia, lo sgomento, l’irrequietezza, cantate con toni morbidi e sensuali, che richiamano Baudelaire e i parnassiani francesi.
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Introduzione Cambiamento '900, tesina
La seguente tesina tratta del cambiamento nel '900.
Collegamenti
Italiano
- La classicità di Carducci
- Il romanzo di avanguardia di Svevo
Storia
- La simbologia del Fascismo e del Nazionalsocialismo
- La Storia dell'Unione Europea
Storia dell'architettura
- Louis Kahn: L'architetto della monumentalità
- Richard Meier: tra passato e innovazione
Inglese
- The contrast between the old and the new
Estimo
- La storia del Catasto
Topografia
- La storia dell'Agrimensura