Estratto del documento

Valeria Benedetto

Tesina Maturità Amministrazione, Finanza, Marketing

La guerra di Valeria

Indice

Introduzione...............................................................................................................................................................................................

La guerra di Valeria......................................................................................................................................................................

Una guerra mondiale....................................................................................................................................................................

Dalla strategia militare alla gestione delle risorse.............................................................................................

La crisi dell’economia..................................................................................................................................................................

Come vivevano i soldati..............................................................................................................................................................

I “War poets” inglesi..................................................................................................................................................................................

Survivors................................................................................................................................................................................................

Sopravvissuti.........................................................................................................................................................................................

L'esperienza francese....................................................................................................................................................................

Carte postale...........................................................................................................................................................................................

Cartolina postale.....................................................................................................................................................................................

Ungaretti, il poeta-soldato......................................................................................................................................................

Soldati.....................................................................................................................................................................................................

San Martino del Carso............................................................................................................................................................................

Fratelli....................................................................................................................................................................................................

Girovago...........................................................................................................................................................................................

La resistenza e la resilienza........................................................................................................................................................................

Bibliografia.....................................................................................................................................................................................................

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2 Introduzione

Io vorrei parlare di qualcosa, o meglio, di qualcuno di cui non si parla mai, o quasi. Non di conflitti, perché se ne parla in continuazione, ma di coloro i quali sono stati coinvolti in prima linea; per rendere la guerra, e in questo caso, la Grande Guerra, “piccola”, e lasciare il giusto spazio a persone spesso dimenticate.

I soldati quindi, gli esseri umani che hanno combattuto nei continui scontri, che hanno patito stenti, umiliazioni, malattie, freddo, fame e soprattutto una perenne tensione psicofisica dovuta alla consapevolezza di sapersi sempre in bilico tra la vita e la morte, in un equilibrio precario ben rappresentato dai versi del poeta-soldato Giuseppe Ungaretti:

Si sta come

d'autunno

sugli alberi

le foglie

Una sola frase, una similitudine che porta gli uomini impegnati in guerra ad essere foglie destinate a cadere per un colpo di fucile, un’immagine scarna e desolante della loro vita, riassunta come l’attesa della “caduta”.

È un’attesa che le parole “si sta” rendono chiara al poeta, la sua “Soldati”, ha un significato universale; è un monito che ci avverte che la nostra vita non è eterna, è una foglia che può staccarsi in qualsiasi momento.

Spesso ho pensato a questa nostra provvisorietà, “caducità”, e può sembrare strano, come può sembrare strano che una ragazza di diciotto anni si interessi ad un argomento così triste e decida di costruire intorno ad esso la propria tesina di Maturità.

Eppure c’è un perché.

Parlo dei soldati e dei reduci perché ammiro la loro forza, il fatto che combattendo in guerra e ad essa siano sopravvissuti mi paragono a loro, perché anche io nel mio piccolo ho combattuto senza tregue contro un nemico silenzioso ed agguerrito: un cancro maligno.

Malgrado dopo tanto tempo e dopo tante terapie molto debilitanti io sia ancora in cura, mi ritengo fortunata ed essere qui; alcuni mi chiamano lungo

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3 sopravvivente, altri con il corrispettivo inglese “cancer survivor” ma queste definizioni non le sopporto e non mi definiscono: io sono una guerriera combattiva, una soldatessa tenace, ma anche una reduce.

Infatti, i reduci di guerra e i reduci di tumore sono un esempio di come si può sopravvivere e ricominciare a vivere, a volte con grandi sforzi e difficoltà, dopo un evento drammatico o comunque tale da cambiare radicalmente la vita di chi si trova ad affrontarlo.

Nel mio caso ad esempio le cure mi hanno portato a dovermi trasferire per necessità, ad abbandonare gli studi che ho ripreso da privatista per potermi diplomare con i miei coetanei, ad adattarmi a situazioni completamente nuove e difficili.

Indubbiamente tutto questo mi ha fatto soffrire ma ha anche contribuito alla mia maturazione e consapevolezza che la vita sì, è una foglia destinata a cadere, ma proprio per questo occorre impegnarsi per migliorarla di giorno in giorno, rendendola unica e apprezzandola in ogni sua sfaccettatura, anche quelle negative perché è da queste che si trova la forza per ricostruire la propria esistenza, proprio dalle macerie, da ciò che resta.

In parallelo mi sono posta degli interrogativi. Mi sono domandata come fa una persona a combattere una battaglia che le è stata imposta, come si fa ad andare incontro a un nemico che non si conosce ma che si deve per forza affrontare e come facessero i giovani che combattevano nelle trincee a sopportare la sofferenza e a essere sempre vicini alla morte. Le risposte le ho trovate nella guerra che ho affrontato battaglia dopo battaglia contro il grande e potente nemico cancro. Un nemico che ti tende gli agguati quando meno te lo aspetti, che ti ferisce, ti umilia e vuole annientarti nel corpo e nello spirito. In un primo tempo le sofferenze si subiscono poi se ne prende coscienza e consapevolezza e si reagisce. La reazione causa anche un cambiamento, il reduce che torna a casa è diverso da com’era prima, ha visto e subito il dolore e quindi il rapporto con la vita diventa umile, diverso da chi non ha visto una guerra. Anche il cancro è una grande guerra, una guerra mondiale, la cui leva è casuale ed è perciò inaspettata e crudele, il “cancer survivor” è umile alla vita, è conscio della brevità delle cose, di cui coglie sempre l’attimo…tutto fugge.

Consapevolezza ribadita da Ungaretti, il poeta soldato sopravvissuto, il quale riesce a cogliere la lacerazione provocata dalla realtà di una guerra sia collettiva sia individuale e tornato a casa ribadisce che l’uomo nella sofferenza è “presente alla sua fragilità” ma da questa cognizione “…subito riprende il viaggio, come dopo il naufragio un superstite lupo di mare…”

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4 Ungaretti reduce, quindi si rende conto che il mondo di prima non gli appartiene più, di ciò che c’era “è rimasto solo qualche brandello”.

Anch’io mi sono sentita così, a brandelli, usata da una guerra, stremata ma anche più forte, anche se la forza non è mai venuta meno. “Fatti forza”, queste sono state le prime parole che ha pronunciato il primo medico che mi ha vista e le ho ripetute spesso nei lunghi mesi delle terapie.

La guerra di Valeria

Se chiudo gli occhi mi rivedo, una sedicenne come tante, con una lunga chioma bionda che aspetta, seduta su di una sedia di un pronto soccorso, in una mattina d’inverno. Mia madre era venuta a prendermi a scuola per portarmi al pronto soccorso perché avevano telefonato dal laboratorio analisi dove avevo fatto il prelievo il giorno prima dicendo che i miei valori del sangue erano sballati e che probabilmente avevo una brutta infezione e dovevo farmi visitare subito. In quel momento le mie uniche preoccupazioni erano che la mia compagna di banco non mi aveva restituito il libro che le avevo prestato e che non sarei andata a pranzo con le amiche.

A mezzogiorno avevo fatto già la TAC e mia madre e mio padre osservavano i medici parlottare animosamente tra di loro dopo avermi visitato. Non avevo soltanto una pallina sul lato sinistro del collo la quale era stata catalogata dal medico di base già un mese prima come innocua ghiandola infiammata ma una massa proprio sopra il cuore che aveva deviato la trachea. Loro sospettavano un linfoma ma dato che l’ospedale era sprovvisto di un reparto di ematologia mi mandarono in un’altra struttura dove sarei stata visitata subito.

L’ospedale era grande strutturato a padiglioni perciò bisognava sapere bene dove entrare perché le strutture non erano in comunicazione fra di loro. Era un luogo triste, che non faceva presagire niente di buono. I miei genitori sembravano due alieni, una iniziava a parlare e poi si interrompeva, incapace di continuare, l’altro ascoltava i medici senza proferir parola, erano inebetiti dalle parole dei medici. Mi ricoverarono per togliere il linfonodo e per fare gli altri esami che confermarono il linfoma, per la precisione Hodgkin con una massa bulky mediastinica. I medici mi dissero in maniera molto chiara in cosa consisteva la mia malattia e che avrei dovuto affrontare dei cicli di chemioterapia ma anche che non potevo essere curata in quella struttura perché ero minorenne e quindi mi mandarono al pediatrico. Ero ancora troppo presa da tutte queste novità, per così dire, che l’unica frase che mi rimase impressa per davvero fu: “Perderai i capelli”. Ma forse è stato meglio così, perché un’altra frase, sicuramente più importante, riguardava il mio iter terapeutico che mi assicurarono, con falsi sorrisi, sarebbe durato 4 mesi. E inutile dirlo, non è andata esattamente così.

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5 L’oncoematologia del pediatrico era strapiena di bambini chiassosi la maggior parte senza capelli e di pochi ragazzi della mia età. Il medico che mi visitò mi disse chiaramente che dopo 20 giorni dall’inizio della terapia avrei perso i capelli e che avrei fatto meglio a tagliarli subito perché erano troppo lunghi. Il giorno d’inizio della chemio dividevo la stanza con una ragazza che era al terzo ciclo per un cancro al colon e aveva una massa di capelli enorme, così mi illusi che anch’io non li avrei persi ma il ventesimo giorno mi svegliai con il cuscino coperto di ciocche, mia madre non riusciva a toccarli così toccò a mio fratello rasarmi completamente la testa. La chemio iniziava a dare gli effetti collaterali, la febbre, la nausea e il vomito erano all’ordine del giorno inoltre in pochi giorni divenni immunodepressa e i medici mi consigliarono di avere l’istruzione domiciliare per non entrare in contatto con possibili veicoli di infezione.

Pensavo che i compagni si sarebbero attivati in una gara di solidarietà invece ci fu da subito molta freddezza nei miei confronti, poche volte mi telefonarono più che altro per commiserarmi, la mia compagna di banco non l’ho mai più sentita, altre persone mi informarono che il mio libro era stato gettato via forse per paura di un ipotetico contagio. Ottenni l’istruzione domiciliare. Studiai praticamente da sola e così finii la terza superiore. Iniziai a capire che avevo iniziato una guerra che avrei combattuto da sola. C’è un film che amo, Hachiko, la storia dell’amicizia di un uomo con un cane, che si trasforma nell’interminabile attesa del padrone che non c’è più e che si può riassumere nella frase del film “la fedeltà di un cane ci insegna che l’amicizia può durare per sempre”. Sacrosante parole che secondo me valgono più per gli animali che per le persone, o almeno per una buona parte di queste. Infatti, della vecchia scuola mi rimane il ricordo di persone superficiali, egoiste incapaci di donare amicizia e sostegno. In ospedale avevo conosciuto dei ragazzi che come me erano in cura, ma non parlavamo molto, eravamo tutti consapevoli che la malattia ci stava cambiando e ci sentivamo diversi dai nostri coetanei.

Sì, stavo cambiando e accettare questo, che era un dato di fatto, non fu facile. Ci impiegai mesi, che vuoi per le terapie, vuoi per gli strani effetti dei farmaci, furono i peggiori di tutta la mia vita.

Richiudo gli occhi e mi rivedo ancora, fragile e arrabbiata, in testa i primi segni di ricrescita. Sempre seduta, sto aspettando ancora. Sono in un grande centro dotato, si dice, di apparecchiature moderne che colpivano la zona da trattare in modo più mirato, perché dopo sei mesi di chemio dovevo affrontare la radioterapia. Era il sesto centro ospedaliero che conoscevo. Qui la maggior parte dei pazienti erano adulti e tutti si prodigavano per farmi sentire a mio agio, conobbi molte persone che mi parlavano volentieri della loro malattia e mi vedevano molto forte nell’affrontare le terapie. Mi sentivo bene, e incominciai a

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6 guardare di nuovo al futuro con più calma, piena di speranza e di volontà di ricominciare.

E con questi buoni propositi come potevano le cose rimettersi nuovamente male? Evidentemente potevano.

Al primo controllo la malattia si era ripresentata, dovevo affrontare la terapia di seconda linea e l’autotrapianto di midollo, questo mi fu detto in maniera molto cruda. Un consulto presso un altro ospedale confermò la recidiva anzi secondo loro ero chemioresistente e radiorefrattaria.

Era stata solo una tregua durata pochi mesi.

Benissimo, mi dissi. Meno male che i medici mi avevano assicurato la remissione, dopo tutte le cure che avevo fatto.

Ma se era così, perché per me era così complicato? Che senso aveva lottare e riempirsi di farmaci che erano veleni e di radiazioni se poi il tumore tornava?

Avevo usato le armi sbagliate? La tattica non era quella giusta?

Comunque, porsi domande a cui nessuno mi avrebbe risposto non serviva. Mi servivano nuovi alleati con i quali coordinare un piano di guerra ben impostato per impegnarsi in una strategia rivolta ad ottenere risultati definitivi. Quindi la mia strategia, proprio come in un conflitto, aveva come fine il conseguimento della vittoria.

Dovevo riprendere la chemio, perciò scelsi un nuovo alleato, un altro centro di cura, questa volta lontano da casa, un ospedale dove c’è molta umanità nei riguardi dei malati e che mi diede fiducia da subito. E dove sono diventata immediatamente la ragazzina da coccolare, la mascotte del reparto, per tutti ero la Vale circondata da mille attenzioni.

Ma nonostante ciò non è stato facile, la chemio non era più la stessa di prima e gli effetti sono stati ben oltre ogni immaginazione, considerando che i primi tempi i miei esami continuavano a dimostrare che Mr. Hodgkin era ancora lì, a formare quel peso sul petto che non voleva abbandonarmi.

Tutte le persone che combattono un cancro dicono le stesse parole dei soldati: “chi non ha visto non può capire, non può immaginare quello che si prova.”

Quante volte ho desiderato essere da un’altra parte così come in trincea nelle pause tra un attacco e l’altro i militari si immaginavano di essere a casa, anch’io nei momenti di dolore più forte sognavo sempre di essere al mare e di farmi cullare dalle onde. Penso che ogni persona più prova dolore più vuole estraniarsi da esso. In ospedale così come tra commilitoni dove si è costretti a seguire le

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7 stesse regole si sperimenta la solidarietà perché si vive la stessa esperienza e ci si fa coraggio gli uni con gli altri.

Ho conosciuto molte persone, adulti e ragazzi con i quali ho stretto amicizia, amicizia vera, quell’amicizia fatta di condivisione e con i quali si è instaurato un rapporto di affetto molto profondo. Solo una circostanza così grave mi ha fatto incontrare delle persone così speciali che mi sono state vicine e mi hanno aiutata ad affrontare le altre terapie.

Il trapianto, la chemioterapia ad alte dosi con i suoi effetti devastanti, le camere sterili, le settimane d’isolamento, sono state una dura prova, un’altra vita. È vero, sono stata supportata non solo dalla mia famiglia, ma proprio da coloro che erano con me in reparto e che mi parlavano dei loro progetti di vita, di studio, di viaggi.

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Sintesi

Introduzione tesina Guerra di Valeria e guerra tesina

Nella mia tesina di maturità io vorrei parlare di qualcosa, o meglio, di qualcuno di cui non si parla mai, o quasi. Non di conflitti, perché se ne parla in continuazione, ma di coloro i quali sono stati coinvolti in prima linea; per rendere la guerra, e in questo caso, la Grande Guerra, “piccola”, e lasciare il giusto spazio a persone spesso dimenticate.

I soldati quindi, gli esseri umani che hanno combattuto nei continui scontri, che hanno patito stenti, umiliazioni, malattie, freddo, fame e soprattutto una perenne tensione psicofisica dovuta alla consapevolezza di sapersi sempre in bilico tra la vita e la morte, in un equilibrio precario ben rappresentato dai versi del poeta-soldato Giuseppe Ungaretti:

Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie

Una sola frase, una similitudine che porta gli uomini impegnati in guerra ad essere foglie destinate a cadere per un colpo di fucile, un’immagine scarna e desolante della loro vita, riassunta come l’attesa della “caduta”.

È un’attesa che le parole “si sta” rendono chiara al poeta, la sua “Soldati”, ha un significato universale; è un monito che ci avverte che la nostra vita non è eterna, è una foglia che può staccarsi in qualsiasi momento.

Spesso ho pensato a questa nostra provvisorietà, “caducità”, e può sembrare strano, come può sembrare strano che una ragazza di diciotto anni si interessi ad un argomento così triste e decida di costruire intorno ad esso la propria tesina di Maturità. Eppure c’è un perché. Parlo dei soldati e dei reduci perché ammiro la loro forza, il fatto che combattendo in guerra e ad essa siano sopravvissuti mi paragono a loro, perché anche io nel mio piccolo ho combattuto senza tregue contro un nemico silenzioso ed agguerrito: un cancro maligno.

Malgrado dopo tanto tempo e dopo tante terapie molto debilitanti io sia ancora in cura, mi ritengo fortunata ed essere qui; alcuni mi chiamano lungo sopravvivente, altri con il corrispettivo inglese “cancer survivor” ma queste definizioni non le sopporto e non mi definiscono: io sono una guerriera combattiva, una soldatessa tenace, ma anche una reduce.

Infatti, i reduci di guerra e i reduci di tumore sono un esempio di come si può sopravvivere e ricominciare a vivere, a volte con grandi sforzi e difficoltà, dopo un evento drammatico o comunque tale da cambiare radicalmente la vita di chi si trova ad affrontarlo.

Nel mio caso ad esempio le cure mi hanno portato a dovermi trasferire per necessità, ad abbandonare gli studi che ho ripreso da privatista per potermi diplomare con i miei coetanei, ad adattarmi a situazioni completamente nuove e difficili.

Indubbiamente tutto questo mi ha fatto soffrire ma ha anche contribuito alla mia maturazione e consapevolezza che la vita sì, è una foglia destinata a cadere, ma proprio per questo occorre impegnarsi per migliorarla di giorno in giorno, rendendola unica e apprezzandola in ogni sua sfaccettatura, anche quelle negative perché è da queste che si trova la forza per ricostruire la propria esistenza, proprio dalle macerie, da ciò che resta.

In parallelo mi sono posta degli interrogativi. Mi sono domandata come fa una persona a combattere una battaglia che le è stata imposta, come si fa ad andare incontro a un nemico che non si conosce ma che si deve per forza affrontare e come facessero i giovani che combattevano nelle trincee a sopportare la sofferenza e a essere sempre vicini alla morte. Le risposte le ho trovate nella guerra che ho affrontato battaglia dopo battaglia contro il grande e potente nemico cancro. Un nemico che ti tende gli agguati quando meno te lo aspetti, che ti ferisce, ti umilia e vuole annientarti nel corpo e nello spirito. In un primo tempo le sofferenze si subiscono poi se ne prende coscienza e consapevolezza e si reagisce. La reazione causa anche un cambiamento, il reduce che torna a casa è diverso da com’era prima, ha visto e subito il dolore e quindi il rapporto con la vita diventa umile, diverso da chi non ha visto una guerra. Anche il cancro è una grande guerra, una guerra mondiale, la cui leva è casuale ed è perciò inaspettata e crudele, il “cancer survivor” è umile alla vita, è conscio della brevità delle cose, di cui coglie sempre l’attimo… tutto fugge.

Consapevolezza ribadita da Ungaretti, il poeta soldato sopravvissuto, il quale riesce a cogliere la lacerazione provocata dalla realtà di una guerra sia collettiva sia individuale e tornato a casa ribadisce che l’uomo nella sofferenza è “presente alla sua fragilità” ma da questa cognizione “…subito riprende il viaggio, come dopo il naufragio un superstite lupo di mare…”

Ungaretti reduce, quindi si rende conto che il mondo di prima non gli appartiene più, di ciò che c’era “è rimasto solo qualche brandello”.

Anch’io mi sono sentita così, a brandelli, usata da una guerra, stremata ma anche più forte, anche se la forza non è mai venuta meno. “Fatti forza”, queste sono state le prime parole che ha pronunciato il primo medico che mi ha vista e le ho ripetute spesso nei lunghi mesi delle terapie.

Collegamenti

Guerra di Valeria e guerra tesina

  • Italiano - Ungaretti.
  • Storia - La Prima Guerra Mondiale narrata dai soldati.
  • Inglese - I War Poets.
  • Francese - Maurice Genevoix et Guillaume Apollinaire.
  • La crisi dell'economia.
  • Matematica - La pianificazione strategica delle risorse, ricerca operativa.
  • Educazione fisica - La resistenza e la resilienza.
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