Liceo statale “Galileo Galilei”
Indirizzo socio–psico–pedagogico
Classe 5^ H
Le ricadute della guerra
Nei soldati
Di Lisa Bortolozzo
Anno scolastico 2012/2013 1
Indice
Premessa
Capitolo 1: La guerra: introduzione generale
1.1 Diritto bellico
1.2 Significato filosofico
1.2.1 La filosofia antica
1.2.2 Età romantica
1.2.3 Positivismo e Marxismo
1.2.4 Filosofie del Novecento
1.3 La guerra nella letteratura
Capitolo 2: Le ricadute psicologiche della guerra nei soldati
2.1 Disturbi psicopatologici
2.1.1 Manifestazioni individuali
2.1.2 Manifestazioni collettive
2.2 Le condizioni sociologiche causanti l’insorgenza delle psicopatologie
2.3 Il disturbo post-traumatico da stress (PTDS)
2.4 Sindrome dell’arto fantasma
2.5 Mutilati e invalidi di guerra
Capitolo 3: Alcune testimonianze
3.1 Usa, malati di guerra: 18 caduti al giorno tra i reduci
3.2 Intervista all’ex fidanzata di un soldato
3.3 The home of the brave
3.4 Come cambiano gli occhi di un soldato
Capitolo 4: Riflessioni personali
Premessa
Il lavoro presentato in questa tesina si propone di analizzare gli effetti della guerra nei soldati.......... 2
La tesina è organizzata in quattro capitoli. Il primo introduce il concetto di guerra e fa un panorama degli aspetti sociologici, legislativi, filosofici e letterari. Il secondo tratta le ricadute psicopatologiche della guerra nei soldati, descrive la nascita della psicosi e si sofferma sul disturbo post-traumatico da stress e sulla sindrome dell’arto fantasma, si conclude esponendo le leggi varate in Italia a tutela dei reduci di guerra. Il terzo presenta alcune testimonianze .... . Infine, l’ultimo capitolo conclude con alcune riflessioni personali. 3
1 La guerra: introduzione generale
La guerra è un evento sociale e politico generalmente di vaste dimensioni che consiste nel confronto armato fra due o più soggetti collettivi significativi. La guerra in quanto fenomeno sociale ha enormi riflessi sulla cultura, sulla religione, sull’arte, sul costume, sull’economia, sui miti sull’immaginario e collettivo.
Si giunge alla guerra quando il contrasto di interessi economici, ideologici, strategici o di altra natura non riesce a trovare una soluzione negoziata, o quando almeno una delle parti percepisce l’inesistenza di altri mezzi per il conseguimento dei propri obiettivi.
La guerra è preceduta da:
- Un periodo di tensione, che ha inizio quando le parti percepiscono l’incompatibilità dei rispettivi obiettivi;
- Un periodo di crisi, che ha inizio quando le parti non sono più disponibili a trattare tra di loro per rendere compatibili tali obiettivi.
L’inizio della guerra si ha quando si verifica il primo combattimento fra forze contrapposte.
La guerra non si conclude semplicemente con la cessazione dei fatti d’arme; più formalmente è necessario che si verifichi uno dei seguenti eventi:
- Un armistizio, che riguardi cioè tutti i teatri e tutte le forze armate delle parti che lo stipulano;
- La resa incondizionata di una parte;
- La debellatio di una parte, cioè il completo annientamento delle sue forze armate, l’occupazione totale o annessione del suo territorio e la cessazione di ogni attività politica anche interna. 4
1.1 Diritto bellico
Numerose convenzioni, che nel loro insieme costituiscono il diritto bellico, regolamentano il comportamento in guerra. Le più importanti sono le convenzioni dell’Aja del 1899 e del 1907.
Il diritto bellico è affiancato dal diritto umanitario, volto alla protezione delle vittime di guerra. Le più importanti e attuali convenzioni di diritto umanitario sono le convenzioni di Ginevra del 1949 e i suoi protocolli aggiuntivi, due del 1977 e uno del 2005.
Interpretazioni estensive del diritto umanitario hanno portato a considerare legittimo l’intervento dall’esterno in fatti interni di uno Stato quando questi fatti costituiscano violazione evidente dei diritti dell’uomo. L’ingerenza umanitaria ha giustificato nel passato interventi militari consacrati da una risoluzione ONU per costringere i governi a rispettare quei diritti fondamentali. Analoga ingerenza potrebbe essere autorizzata per proteggere beni culturali ritenuti patrimonio dell’umanità.
Le costituzioni di molti Stati ammettono la guerra di sola difesa, vietando alle forze militari del paese di attaccare civili, militari e infrastrutture sul suolo di un altro paese o comunque appartenenti a un altro Stato sovrano. La Costituzione italiana, con l’articolo 11, è una delle più esplicite:
«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.»
Inoltre, lo statuto delle Nazioni Unite consente l’immediata difesa di un paese aggredito, ma vieta l’intervento degli altri Stati membri, per evitare una propagazione incontrollata del conflitto, a meno che non sia in legittima difesa o non ci sia un’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza all’uso della forza o il Consiglio di Sicurezza non decida di prendere azioni in difesa della pace e della sicurezza internazionale, usando contingenti militari messi a disposizione dagli Stati membri e posti sotto il comando del Comitato di Stato Maggiore ONU (articoli 42 e 43 dello Statuto). Questo elemento contrasta con altri accordi militari come quello della NATO, che impongono solidarietà militare nel caso di attacco di uno Stato membro. Tuttavia, in virtù dell’art. 103, le disposizioni dello Statuto delle Nazioni Unite prevalgono su ogni altro obbligo internazionale. 5
1.2 Significato filosofico
Non esiste una filosofia della guerra perciò si può ricorrere alla storia della filosofia dove vari pensatori hanno espresso i loro diversi punti di vista. Molti sono stati i filosofi che hanno tentato di chiarirlo ricorrendo spesso a principi metafisici.
1.2.1 La filosofia antica
Eraclito, considera la guerra elemento necessario per la pace poiché egli è convinto che l’armonia, l’ordine e la stabilità del mondo si basino sull’equilibrio degli opposti senza i quali neppure esisterebbero gli esseri. È pura illusione pensare ad una condizione umana vissuta in un’eterna pace, questa c’è perché vi è anche la guerra che simboleggia nel suo pensiero la fonte di ogni realtà:
«Polemos (guerra), è di tutte le cose padre, di tutte re, e gli uni rivela dei e gli altri uomini, gli uni fa schiavi e gli altri liberi». Il significato metafisico della guerra si accompagna nell’aristocratico Eraclito alla convinzione che la guerra crei anche un ordine sociale dove gli schiavi sono gli sconfitti dagli uomini forti, vincitori consapevoli del logos, dell’ordine razionale fondato sui contrari. Dalla guerra quindi si genera una società gerarchicamente ordinata e giusta poiché «bisogna sapere che, essendo la guerra comune, anche la giustizia è contesa, e tutto nasce secondo contesa e necessità».
Anassimandro contesta il pensiero di Eraclito affermando che l’ingiustizia nasce invece proprio dalla opposizione degli esseri finiti, dal loro volersi distaccare dall’apeiron, dall’infinito, indeterminato, “innocente” e “pacifico”, con il risultato di essere condannati dal tempo, dalla loro stessa esistenza a una lotta, a un’incessante guerra che oppone un contrario all’altro per vincere sull’altro: «... principio degli esseri è l’infinito... da dove infatti gli esseri hanno l’origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo.»
Platone afferma che i sostenitori del bellicismo sono convinti che «Quella che la maggior parte degli uomini chiamano pace non è nient’altro che un nome, ma nella realtà delle cose, per forza di natura, c’è sempre una guerra, se pur non dichiarata di tutti gli stati contro tutti... E’ giusto perciò che lo stato di buona costituzione sia amministrato e organizzato in modo da vincere in guerra tutti gli altri, e tutto il costume la vita pubblica e privata devono essere in funzione della guerra.» A questa concezione sostiene Platone si oppone quella di coloro che invece affermano che la città democratica debba vivere in pace ignorando la guerra che si riduce a un fatto privato che non deve coinvolgere la politica. Ambedue queste visioni che si basano sulla unicità della guerra o della pace portano alla rovina lo stato poiché, sostiene Platone, non si può ignorare la realtà della guerra a cui la politica deve preparare con l’educazione sia alla pace che alla guerra. La guerra è uno strumento per la politica e non deve essere condannata a priori ma usata come mezzo di governo per lo stabilimento dell’ordine e il perdurare della pace nella polis. 6
1.2.2 Età romantica
Nell’età romantica e della Restaurazione si assiste quasi ad una esaltazione della guerra inquadrata in una visione finalistica e provvidenziale della storia. Su questa linea di pensiero della guerra come molla della storia, si muove tutto il pensiero romantico: quello progressivo come in Fichte per il quale la guerra realizza la libertà dei singoli e delle nazioni, a quello reazionario di Joseph De Maistre che nella guerra vede l’intervento apocalittico di Dio nel corso della storia che gli uomini si illudono di dirigere con la loro ragione.
Secondo Hegel, «senza le guerre la storia registra solo pagine bianche», ossia le guerre promuovono il cambiamento e lo sviluppo progressivo della storia. La guerra non è da considerare né come male assoluto né come un’accidentalità meramente esterna, ma è lo strumento con cui i diversi spiriti dei popoli realizzano la missione che l’Assoluto ha a loro affidato: la fiaccola della civiltà conquistata con la guerra passerà quindi da un popolo ad un altro migliore di lui.
1.2.3 Positivismo e marxismo
Con il positivismo evoluzionistico si sostiene che la guerra è destinata a scomparire con l’avvento della economia industriale e con l’affermazione della scienza che metteranno fine agli egoismi razionalizzando i comportamenti e soddisfacendo le passioni umane (Auguste Comte).
Secondo la dottrina marxista, influenzata dal pensiero hegeliano, la guerra, che è nella concorrenza economica, che punta al dominio assoluto dei monopoli, e nella lotta di classe, scomparirà con l’avvento di una società comunistica senza più proprietà e quindi senza più classi.
Positivismo e marxismo coincidono nel considerare la guerra elemento naturale inevitabile, motore dello stesso progresso umano e in questo senso anche il darwinismo condivide con quelle concezioni l’idea di una guerra progressiva all’interno della selezione naturale. 7
1.2.4 Filosofie del Novecento
Strumento di selezione e progresso sono le idee guida che si ritrovano nelle posizioni filosofiche contemporanee sulla guerra. Così per Nietzsche i popoli indeboliti acquisteranno nuovo vigore con la guerra.
Infine secondo Freud, le guerre hanno l’effetto di porre in secondo piano le divisioni della società civile e di rendere una nazione compatta contro un nemico esterno.
1.3 La guerra nella letteratura
Il contesto letterario
La cultura letteraria europea, e in particolare quella italiana del primo decennio del Novecento, furono largamente influenzate dalla cosiddetta filosofia dell’azione, una corrente filosofica eterogenea che convergeva però nell’esaltazione del volontarismo, del vitalismo e dell’attivismo.
In Italia la figura più emblematica di questo clima culturale fu quella di Gabriele D’Annunzio (1863-1938) che, dopo aver incarnato il ruolo di esteta decadente, si trasformò in cantore letterario del superuomo di Nietzsche, interpretandolo però superficialmente come l’individuo superiore capace di imporsi e dominare la massa. E’ in questa fase che D’Annunzio compose alcune poesie per celebrare la guerra di conquista della Libia. Nel maggio 1915, con i suoi infiammati discorsi di piazza, D’Annunzio diede un contributo decisivo al movimento interventista che trascinò l’Italia nella Grande guerra.
E’ quindi nell’ambito della cultura nazionalistica che si manifesta una più decisa adesione alla guerra, non solo come strumento di affermazione della vitalità di un popolo e dello stato, ma anche come manifestazione di volontà, coraggio e grandezza d’animo, se non, addirittura, come fenomeno estetico, secondo cui la guerra consiste in un “male necessario” al progresso economico e all’elevamento morale di un popolo che, senza la sua benefica forza rigeneratrice, ristagnerebbe nella fiacchezza della vita quotidiana, senza essere più in grado di apprezzare la virtù del coraggio.
La tragica esperienza della Grande guerra lasciò un segno profondo nella produzione letteraria di tutti i paesi coinvolti, anche perché molti furono i poeti e gli scrittori che vi parteciperanno in prima persona come soldati. Tra questi 8 spicca, per coinvolgimento e capacità poetica, l’italiano Giuseppe Ungaretti (1888-1970). Egli stesso lasciò scritto di essere divenuto poeta proprio in trincea e che il suo stile gli fu quasi imposto dalle condizioni di vita sperimentate in questa situazione. Le sue due prime raccolte di liriche, Il porto sepolto (1917) e Allegria di naufragi (1919), poi riunite in L’Allegria, furono infatti composte al fronte, prima sul Carso e poi in Francia, dove Ungaretti combatté come soldato semplice nel 19° reggimento di fanteria.
Queste liriche costituiscono un vero e proprio diario poetico di guerra, tanto che ogni componimento porta in calce la data e il luogo di composizione. Ai temi della caducità, della dialettica tra la vita e la morte resi attraverso le metafore del miraggio, del naufragio o di fenomeni naturali di decadimento come l’autunno, corrisponde uno stile rapido ed essenziale, che utilizza il lessico quotidiano e una sintassi elementare, disgrega le forme metriche tradizionali ed enfatizza i vuoti e le pause, producendo un’intensità ritmica, fonica ed emotiva senza precedenti nella letteratura italiana.
2 Le ricadute psicologiche della guerra nei soldati
2.1 Disturbi psicopatologici
Ora è necessario volgere lo sguardo ai combattenti e non più al panorama bellico generale. In loro infatti è stato riscontrata la comparsa frequente di disturbi psicopatologici. Essi possono comparire sia all’inizio del conflitto, sia mentre il conflitto è nel suo pieno svolgimento, sia dopo la fine del conflitto. Di grande importanza in questo senso è il ruolo dell’accumularsi delle emozioni, che in alcuni casi particolari può spiegare la comparsa ritardata di certe reazioni: il tempo di latenza può durare mesi o anni, a seconda delle modalità traumatiche.
I disturbi psicopatologici possono essere raggruppati in due grandi categorie a seconda della quantità di individui coinvolti, cioè in disturbi individuali e/o collettivi.
2.1.2 Manifestazioni individuali
Le manifestazioni individuali sono considerate come reazioni a particolari stati di destrutturazione acuta della coscienza. Se ne possono individuare schematicamente quattro forme elementari.
1) Forme ansiose
Considerata come fenomeno irrazionale, l’ansia è tanto più intensa quanto più il pericolo minacciante è poco conosciuto. L’esperienza avuta in combattimenti precedenti non sempre permette di superarla, anzi spesso può verificarsi il fenomeno opposto. L’ansia può scomparire o diminuire nel corso del conflitto man se una migliore valutazione della situazione permette al soggetto di recuperare il suo sangue freddo.
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