Liceo scientifico “A. Volta” - Torino, classe V D
Anno scolastico 2015/2016
Esame di Stato
Tesina introduttiva al colloquio orale
Dogville
Dell’ospitalità corrotta. Candidato:
Tommaso Sgrizzi
1
Dell’ospitalità corrotta
Indice
3 Introduzione
5 L’opera e l’autore
1. Sulla struttura del film
8 - Cinema fusionale
9 - I debiti di Lars Von Trier verso Bertolt Brecht
2. Grace è lo straniero
13 - Jacques Derrida e l’ospitalità
15 - Sui diritti umani
18 - Breve digressione sulle recenti migrazioni
3. Dogville è la comunità
20 - Sull’etica del lavoro e la schiavitù
21 - Universo concentrazionario
23 - Il giudizio a Dogville e il ruolo della notizia
24 - Grace è oltre Cristo
27 4. Conclusioni
30 Bibliografia e sitografia
2
Introduzione
Dogville è un film che mi ha profondamente colpito, uno dei pochi che ho con piacere riguardato più e più volte.
Questo perché al termine di ogni nuova visione nasce la sensazione di aver tralasciato qualcosa, un’interpretazione, un messaggio o anche un solo riferimento, utile a dare origine ad un’idea del film completamente nuova.
La trama semplice, la spoglia scenografia e il ridotto numero di attori nascondono una fitta e complessa rete di significati che rende Dogville un labirinto di interpretazioni.
La mia passione per il cinema del resto è sorta in seguito alla visione di Mulholland Drive (2001) di Lynch, un film ad orologeria nel quale ogni scena e il suo preciso significato sono incastrati perfettamente nel disegno complessivo, disegno che nel finale viene stravolto, trovando il suo scopo proprio nel suo ribaltamento.
Così, ma se Lynch esplora la dimensione onirica, Von Trier indaga invece la realtà concreta, fatta di rapporti umani, di ingiustizie e ipocrisia.
In particolare ciò che mi ha colpito tanto di questo film è la complessa evoluzione della protagonista e della sua condizione.
Ancora, al profondo sviluppo della personalità di Grace ed al radicale stravolgimento della sua situazione, da donna libera a prigioniera in catene, corrisponde una semplicità di narrazione che mi ha sconvolto.
Tutto questo avviene infatti quasi alle spalle dello spettatore, il quale si trova alla fine del film spaesato e confuso a chiedersi come tutto ciò fosse accaduto.
Così è stato per me, tanto che al termine della prima visione di Dogville e con la necessità di trovare un po’ di chiarezza, ho voluto cercare qualche parere e interpretazione sul film.
L’infinità di materiale che ho trovato mi ha fatto capire la grande ricchezza di contenuti dell’opera, che ho deciso per questo motivo di approfondire in questa sede.
Data la particolare struttura formale del film ho ritenuto interessante approfondire la concezione dell’arte che ha l’autore per confrontarla con quella di Bertolt Brecht (1898-1956), importante drammaturgo tedesco la cui teoria estetica ha influenzato molto il cinema di Von Trier.
In seguito ho diviso la trattazione in due nuclei tematici fondamentali, Grace in quanto straniero, e Dogville in quanto comunità, per uno sviluppo parallelo di tematiche che seppur diverse sono strettamente legate tra loro.
Ho iniziato così affrontando la concezione dell’ospitalità di Jacques Derrida (1930-20014), importante filosofo francese, padre del decostruzionismo e autorevole voce pubblica nel panorama intellettuale europeo in merito a temi come il cosmopolitismo, la natura della democrazia, i diritti umani e animali, l’idea di Europa e la crisi della sovranità.
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Prendendo poi spunto dalla condizione di prigionia di Grace e dalle violenze che le vengono mosse, ho proseguito con l’esaminare il concetto di “diritti umani”, evidenziandone le contraddizioni attraverso le riflessioni della filosofa tedesca Hanna Arendt e del pensatore sloveno Slavoj Zizek, ponendole come punto di partenza per un’analisi sul fenomeno migratorio che dal Medioriente sta investendo in questi anni l’Europa.
Terminato il primo nucleo tematico e collegandomi con il ruolo che il lavoro, nel film, riveste nella vita della protagonista, ho esaminato le contraddizioni dei rapporti che intercorrono tra gli abitanti di Dogville, analizzando proprio come il lavoro sia l’origine dell’individualismo di ogni singolo abitante e non solo.
Nel lavoro infatti il paese trova uno strumento utile alla coercizione di Grace, alla quale verrà negata anche la possibilità di fuggire, rendendola a tutti gli effetti una prigioniera.
Una situazione riconducibile alle narrazioni di Saramago e Camus, importanti autori del Novecento ed entrambi premi Nobel per la letteratura, i quali seppur in forme diverse, hanno affrontato l’atroce realtà dell’universo concentrazionario.
Richiamandomi alle riflessioni di Gunther Anders (1902-1992), filosofo e scrittore tedesco, ho trattato poi il tema della giustizia e del ruolo che ha in essa il pregiudizio, specialmente a Dogville dove la notizia assume pretesa di verità e perciò di realtà, influenzando in modo radicale gli abitanti e di conseguenza indirizzandone le azioni.
Ho concluso poi con l’interpretazione così detta metafisica del film, riprendendo l’analisi svolta da Alessandro Alfieri, attualmente dottorando in Filosofia e Scienze Sociali presso l’Università di Roma Tor Vergata, secondo la quale l’intera opera può essere vista come un’allegoria del tentativo di Cristo di trasmettere il suo messaggio e redimere l’umanità.
Tentativo che nell’ottica che ci propone Lars Von Trier, è miseramente fallito.
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L’opera e l’autore
Lars Von Trier (Copenaghen, 30 aprile 1956) è considerato uno degli autori cinematografici più innovativi ed influenti del cinema contemporaneo.
Divenuto celebre per i suoi comportamenti controversi e anticonformisti (durante il Festival di Cannes del 2011 venne espulso in seguito ad alcune sue affermazioni sul nazismo, giustificandole più tardi come uno scherzo per i giornalisti), è stato promotore, insieme a Thomas Vinterberg, del manifesto Dogma 95, il cui obiettivo era di “purificare” il cinema dalla “cancrena” degli effetti speciali e dagli investimenti miliardari: niente luci, nessuna scenografia, assenza di colonna sonora e rifiuto di ogni espediente al di fuori di quello della camera a mano.
Al di là del Dogma, firmato nel 2005 e interrotto dieci anni dopo, l’apporto di Lars Von Trier al cinema internazionale è sancito da un’originale interpretazione dell’arte, che lo spinge a sperimentare il musical, la commedia, il dramma, stravolgendo le comuni accezioni di genere e spingendosi ai limiti dell’arte totale.
Il cinema di Von Trier è spesso segnato dalla provocazione, dall’indisponenza e da una critica pungente, a volte persino difficile da accettare.
Sin dagli esordi nel mondo della regia, al centro del suo giudizio c’è sempre stata l’America, che appare più o meno esplicitamente con tutte le sue ombre e contraddizioni.
Nel 1984 esce nelle sale cinematografiche L’elemento del crimine, come il primo tassello di una trilogia (a completarla Europa (1988) ed Epidemic (1991)) che vuole mettere in luce la decadenza sociale del continente del secondo dopoguerra.
Sin dall’ultimo capitolo emerge l’innata attrazione che Von Trier ha per gli Stati Uniti, esplicitata poi in Dancer in the Dark (2000), dove il regista danese non si fa scrupoli nell’evidenziare l’ipocrisia delle istituzioni americane e degli americani stessi.
Nel 2003 esordisce il primo capitolo della trilogia USA - Terra delle opportunità, che sancisce ancora una volta il successo di Von Trier, il quale tra i vari riconoscimenti ottiene anche il David di Donatello.
Secondo capitolo della saga è Manderlay (2005), mentre sul terzo non sappiamo ancora niente, se non che si chiamerà Washington.
Lars Von Trier non è però mai stato in America, e alla domanda:
“Come mai un film sull’America, un paese in cui lei non è nemmeno mai stato?”
Risponde:
Questo film è molto simile agli altri che ho girato. Sono film pessimistici e sarcastici.
“
L’America è un ottimo soggetto perché molto delle nostre vite ha a che fare con essa.
Non si può negare il suo ruolo di dominio sul resto del mondo. Per questo sto facendo questi film sull’America, perché riempie il 60% del mio cervello.
Le parole che ho immagazzinato, le esperienze della mia vita, almeno il 60% di esse – e non ne sono certo felice – è americano.
Quindi di fatto io sono americano, ma non posso andare là a votare, non posso cambiare le cose perché vengo da un piccolo Paese come la Danimarca.
Quindi faccio film sull’America e non ci vedo niente di strano. 1
”
Insomma, siamo tutti americani nostro malgrado e, più o meno indirettamente, subiamo questa condizione.
Ma partecipare della cultura americana e allo stesso tempo restarne fuori consente uno sguardo distaccato che permette a Lars Von Trier di affondare la lama del suo giudizio ancora più profondamente.
Questo è quantomeno ciò che accade con Dogville, con il quale la realtà americana è completamente messa a nudo da tutte le sue ipocrisie.
Inizi degli anni Trenta.
Una giovane donna, Grace, è in fuga da alcuni gangster ma trova rifugio in una sperduta cittadina americana, Dogville.
La comunità, sotto il forte invito di Tom, presunta guida morale della cittadina, accoglie la fuggitiva, la quale, sentendosi in debito nei confronti del paese, si mette al servizio dei suoi pochi abitanti.
Questi tuttavia in un primo momento rifiutano con pudore l’aiuto di Grace, per poi accettarlo raggiungendo quello che sembra un equilibrio tra l’ospite e la comunità, ma così non è.
La donna sarà progressivamente vittima di ricatti, di sfruttamenti e di ogni genere di violenze, e le piccole mansioni diventeranno sempre più uno stato di schiavitù che culminerà nell’apposizione di una catena al collo di Grace in seguito ad un suo tentativo di fuga dalla cittadina.
Nel finale gli abitanti di Dogville, aspettandosi una ricompensa per la sua cattura, decidono di chiamare i gangster dai quali la loro prigioniera si stava nascondendo, ma quando questi arrivano in paese ecco la scoperta: a cercare Grace era suo padre, un boss della malavita da cui lei era fuggita per non condividerne lo stile vita.
Dopo un dialogo tra i due, la donna comprende l’infondatezza del suo precedente comportamento, segnato da una profonda pietà e compassione per i suoi aguzzini, decidendo di mettere tutta Dogville dinanzi alle sue responsabilità.
Ne uccide così gli abitanti e la rade al suolo.
1 Cinema del Silenzio - Rivista di Cinema, http://cinemadelsilenzio.it/index.php?mod=interview&id=1443, consultato il 20/04/2016
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La vendetta, il problema dell’ospitalità, quello della giustizia e dei valori. Sono molte le problematiche che propone Dogville.
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1. Sulla struttura del film
Cinema fusionale
La peculiarità forse più caratteristica di Dogville e che per prima salta all’occhio dello spettatore, è la sua struttura formale.
La scenografia è completamente ricostruita in studio, gli attori si muovono nello spazio limitato del set e le pareti delle case non esistono, al loro posto contorni bianchi sul pavimento.
Tutto, con queste premesse, farebbe pensare a un’opera teatrale, non di certo al cinema.
Von Trier in questo modo viene meno al principio fondamentale della settima arte, negando, attraverso la scarna scenografia, il realismo.
Non solo, la costante presenza degli stessi protagonisti lungo tutta la durata del film ribadisce ancora una volta l’impianto teatrale, contraddistinto da un numero ridotto di personaggi in grado di essere compatibile con lo spazio limitato di un palco, negando, apparentemente, l’essere cinema del film.
Anche la suddivisione in capitoli (frequente nella cinematografia di Von Trier) e la presenza del punto di vista esterno di una voce narrante rappresentano un’ulteriore “contaminazione artistica”, è infatti il lato più spiccatamente letterario dell’opera.
Ma a questo punto cos’è che permette a Dogville di diventare cinema e che lo rende diverso da quella che potrebbe essere la sterile ripresa di uno spettacolo teatrale?
È l’occhio sempre presente del regista attraverso la sua macchina da presa, la quale è in grado di affrontare le angolazioni necessarie a trattare i fatti di Dogville ed ha la forza di rendere il primo piano per mezzo dell’inquadratura, montando, oltretutto, le diverse sequenze per la realizzazione di diversi punti di vista.
Ecco dunque quello che la critica chiama cinema fusionale, una modalità espressiva che resta cinema, negando il cinema, per mezzo del teatro che, a sua volta, nega nel suo “ridichiararsi cinema.”
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Una struttura formale così particolare e caratteristica ha come risultato quello di rendere Dogville un apologo, ovvero di caricarlo di significati allegorici al fine di trasmettere un messaggio etico che sia universale e rivolto a tutti in ogni luogo.
Questo avviene spogliando la cittadina di ogni rimando geografico reale, Dogville è un qualsiasi paese americano, un microcosmo senza accezioni specifiche in grado di fare riferimento all’intero macrocosmo culturale della nazione.
Von Trier vuole infatti attaccare gli Stati Uniti ed evidenziarne i lati oscuri, ma anche rappresentare una realtà diffusa, che va oltre ogni confine o cultura.
Dogville dichiara quindi fin da subito la sua falsità, il suo essere finzione, e non si preoccupa di far credere allo spettatore che gli eventi narrati sono reali, come la logica del cinema suggerisce.
Nella vita reale anzi gli eventi non sono mai disposti in maniera così simmetrica e chiara come avviene nel film, diviso in capitoli con tanto di prologo iniziale, tuttavia l’ipocrisia che racconta è la stessa presente nella vita e nella società contemporanea.
L’apologo sta in questo: parla di noi, raccontandoci la storia di una città mai “esistita e che non esisterà mai.”
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Tornabuoni Lietta, “A Dogville abita la malvagità”, Tutto Libri
2 La Stampa, 2004, 1401, p.8
3 Alfieri Alessandro, Dogville, Della Mancata Redenzione, Milano, 2008
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I debiti di Lars Von Trier verso Bertolt Brecht
La critica è concorde nell’affermare come per la realizzazione di Dogville Von Trier si sia ispirato a Bertolt Brecht.
Egli stesso ne parla in più d’un’intervista, dichiarando non solo la vicinanza del suo lavoro a Madre Courage e all’Anima buona di Sezuan, ma anche e soprattutto alla Canzone di Jenny dei Pirati, tratta da L’opera da tre soldi.
“I listened to that a lot and was really seduced by the great revenge [song] motif in the song: “And they asked me which heads should fall, and the harbour fell quiet as I answered ‘All’.” 5
Nella realtà la storia delle due donne è molto diversa, poiché Jenny trama la sua vendetta sin dall’inizio, vivendo in condizioni di schiavitù nei confronti della classe benestante e attendendo il giorno della resa dei conti.
Grace invece subisce una trasformazione radicale solo alla fine del film, mettendo da parte la pietà arrogante e riappropriandosi della sua natura umana.
Al di là di questo, è indubbio comunque, che il confronto tra le opere e le teorie dei due registi sia un punto d’inizio fondamentale per comprendere Dogville.
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Introduzione Dogville, dell'ospitalità corrotta tesina
Dogville è un film che mi ha profondamente colpito, uno dei pochi che ho con piacere riguardato più e più volte, per questo motivo ho deciso di scriverne una tesina. Questo perché al termine di ogni nuova visione nasce la sensazione di aver tralasciato qualcosa, un’interpretazione, un messaggio o anche un solo riferimento, utile a dare origine ad un’idea del film completamente nuova. La trama semplice, la spoglia scenografia e il ridotto numero di attori nascondono una fitta e complessa rete di significati che rende Dogville un labirinto di interpretazioni.
La mia passione per il cinema del resto è sorta in seguito alla visione di Mulholland Drive (2001) di Lynch, un film ad orologeria nel quale ogni scena e il suo preciso significato sono incastrati perfettamente nel disegno complessivo, disegno che nel finale viene stravolto, trovando il suo scopo proprio nel suo ribaltamento. Così Dogville, ma se Lynch esplora la dimensione onirica, Von Trier indaga invece la realtà concreta, fatta di rapporti umani, di ingiustizie e ipocrisia.
In particolare ciò che mi ha colpito tanto di questo film è la complessa evoluzione della protagonista e della sua condizione. Ancora, al profondo sviluppo della personalità di Grace ed al radicale stravolgimento della sua situazione, da donna libera a prigioniera in catene, corrisponde una semplicità di narrazione che mi ha sconvolto. Tutto questo avviene infatti quasi alle spalle dello spettatore, il quale si trova alla fine del film spaesato e confuso a chiedersi come tutto ciò fosse accaduto.
Così è stato per me, tanto che al termine della prima visione di Dogville e con la necessità di trovare un po’ di chiarezza, ho voluto cercare qualche parere e interpretazione sul film. L’infinità di materiale che ho trovato mi ha fatto capire la grande ricchezza di contenuti dell’opera, che ho deciso per questo motivo di approfondire nella mia tesina di maturità.
Data la particolare struttura formale del film ho ritenuto interessante approfondire la concezione dell’arte che ha l’autore per confrontarla con quella di Bertolt Brecht (1898-1956), importante drammaturgo tedesco la cui teoria estetica ha influenzato molto il cinema di Von Trier. In seguito ho diviso la trattazione in due nuclei tematici fondamentali, Grace in quanto straniero, e Dogville in quanto comunità, per uno sviluppo parallelo di tematiche che seppur diverse sono strettamente legate tra loro.
Ho iniziato così affrontando la concezione dell’ospitalità di Jacques Derrida (1930-2004), importante filosofo francese, padre del decostruzionismo e autorevole voce pubblica nel panorama intellettuale europeo in merito a temi come il cosmopolitismo, la natura della democrazia, i diritti umani e animali, l'idea di Europa e la crisi della sovranità.
Prendendo poi spunto dalla condizione di prigionia di Grace e dalle violenze che le vengono mosse, ho proseguito con l’esaminare il concetto di “diritti umani”, evidenziandone le contraddizioni attraverso le riflessioni della filosofa tedesca Hannah Arendt e del pensatore sloveno Slavoj Zizek, ponendole come punto di partenza per un’analisi sul fenomeno migratorio che dal Medio Oriente sta investendo in questi anni l’Europa.
Terminato il primo nucleo tematico e collegandomi con il ruolo che il lavoro, nel film, riveste nella vita della protagonista, ho esaminato le contraddizioni dei rapporti che intercorrono tra gli abitanti di Dogville, analizzando proprio come il lavoro sia l’origine dell’individualismo di ogni singolo abitante e non solo. Nel lavoro infatti il paese trova uno strumento utile alla coercizione di Grace, alla quale verrà negata anche la possibilità di fuggire, rendendola a tutti gli effetti una prigioniera.
Una situazione riconducibile alle narrazioni di Saramago e Camus, importanti autori del Novecento ed entrambi premi Nobel per la letteratura, i quali seppur in forme diverse, hanno affrontato l’atroce realtà dell’universo concentrazionario.
Richiamandomi alle riflessioni di Gunther Anders (1902-1992), filosofo e scrittore tedesco, ho trattato poi il tema della giustizia e del ruolo che ha in essa il pregiudizio, specialmente a Dogville dove la notizia assume pretesa di verità e perciò di realtà, influenzando in modo radicale gli abitanti e di conseguenza indirizzandone le azioni.
Ho concluso poi con l’interpretazione cosiddetta metafisica del film, riprendendo l’analisi svolta da Alessandro Alfieri, attualmente dottorando in Filosofia e Scienze Sociali presso l’Università di Roma Tor Vergata, secondo la quale l’intera opera può essere vista come un’allegoria del tentativo di Cristo di trasmettere il suo messaggio e redimere l’umanità. Tentativo che nell’ottica che ci propone Lars Von Trier, è miseramente fallito
Collegamenti
Filosofia - Le idee di Derrida, Bauman, Zizek, Anders, Arendt e Marx.
Letteratura: La peste di Camus, Cecità di Saramago.
Arte: L'estetica del teatro di Brecht, il cinema fusionale.