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Utopia e distopia

Opposti che diventano sinonimi

Paola Perdoncin

Classe Val - liceo scientifico “Sereni”

A.S. 2015/2016

Indice

  • Introduzione
  • Capitolo 1: l’utopia
  • 1.1: Definizione e nascita del termine;
  • 1.2: Dove affondano le radici dell’utopia;
  • 1.3: Utopia e filosofia;
  • 1.4: Utopia e letteratura;
  • Capitolo 2: la distopia
  • 2.1: Definizione e nascita del termine;
  • 2.2: Distopia e letteratura;
  • Capitolo 3: la sottile differenza tra utopia e distopia
  • Capitolo 4: finzione o realtà?
  • 4.1: Un Nazismo fantascientifico;
  • 4.2: La distopia nella storia: i regimi totalitari del ventesimo secolo;
  • 4.3: Quanto è facile creare una distopia;
  • 4.4: Come siamo messi?
  • Conclusione

Introduzione

Quanto è labile il confine tra realtà e finzione letteraria?

È questa la domanda che mi ha portata a scegliere "distopia e utopia" come tema per la mia tesina.

Mi è capitato tante volte di scorgere, tra le righe di un romanzo, elementi che mi ricordavano qualcosa del mondo in cui vivevo e vivo tuttora. Non parlo di denuncia sociale, ma di vere e proprie analogie che, a volte, mi hanno anche spaventata.

In questi ultimi tempi questa sensazione mi è arrivata in modo particolare, specie quando ho avuto l’occasione di leggere i cosiddetti romanzi distopici.

Da pochi anni c'è stato un vero e proprio "boom" di questo genere letterario: è cominciato tutto a partire dal 2012 circa con l'uscita, nelle sale cinematografiche, di un film tratto da uno di questi romanzi, dal titolo The Hunger Games – primo capitolo di una fortunata saga.

Da qui in poi, complice il successo di questa saga, in Italia abbiamo assistito ad una grande crescita delle vendite di opere di questo genere, cosa che ha portato anche alla riscoperta di alcune distopie più “antiche”, ad esempio 1984 di George Orwell, tanto per citare un pilastro della letteratura europea.

Il fattore comune di questi romanzi è il mondo che presentano: la società è distrutta, spesso divisa in fazioni in lotta; le nazioni sono governate da dispotici leader che impongono severe regole ai cittadini, di solito regrediti alla mera condizione di sudditi. Per non citare, poi, le nefaste condizioni del nostro meraviglioso pianeta Terra: inquinamento che ha rovinato qualunque cosa, foreste rase al suolo, città sull'orlo del decadimento più totale, mari che hanno inondato gran parte delle terre emerse.

Tutto il contrario, insomma, del mondo che spesso ci capita di sognare: una società senza più guerre, senza regole ferree, dove tutti convivono felici e in armonia. Un'utopia in tutto e per tutto; non a caso, distopia e utopia sono proprio due termini opposti, anche se coniati in epoche ben differenti.

In ogni caso, quello che mi ha colpita di più leggendo i romanzi distopici è il fatto che, laddove l'utopia è difficilissima da realizzare, la distopia è la perfetta rappresentazione di come potrebbe essere il nostro mondo di qui a qualche anno, e forse - anche se non del tutto e non catastroficamente - ci siamo già dentro e ci siamo già stati (basti pensare al periodo dei Totalitarismi).

Questa riflessione mi ha lasciata senza fiato: ho sempre amato leggere e considero la letteratura un po' come un mostro sacro, ma non mi sono mai resa conto di come potesse essere così vicina alla realtà, specie in un periodo come questo in cui essa è più uno svago che un modo di denunciare la società attuale o, in ogni caso, qualcosa di simile ad un mezzo di comunicazione. Difatti, gli stessi romanzi distopici non sono più uno strumento di satira come nell’immediato secondo dopoguerra, ma sono diventati una sorta di moda passeggera, come qualche anno fa lo erano stati i libri sui vampiri. C’è stata una sorta di “svalutazione” del potere che romanzi di questo genere possono avere; eppure, il loro valore non va preso sottogamba: la letteratura non è pura astrazione, ma è più concreta di quel che possa sembrare.

Ho riflettuto a lungo su tutto ciò, e ho voluto approfondire i miei pensieri in questa tesina. In particolare, vorrei parlare di distopia e di utopia attraverso la letteratura, mostrandone diversi esempi. Partirei con una prima definizione di entrambi i termini, passando poi ad un altro elemento che reputo interessante: l'utopia è praticamente impossibile questo è assodato ma se invece lo fosse, sotto forma di distopia? Una società perfetta, infatti, non rischia di diventare troppo difficile da sopportare, a lungo andare? Non impone anch'essa delle regole troppo rigide, pur mostrandosi come perfetta agli occhi dei suoi stessi cittadini?

Infine, ultimo punto che vorrei toccare è quello citato all'inizio: utopia e distopia nella finzione, ma anche nella realtà, mostrando come esse non siano poi tanto lontane dal mondo che tutti noi conosciamo.

Capitolo 1: l’utopia

1.1 Definizione e nascita del termine

Cominciamo il percorso con quello che tra i due è il concetto più antico: l'utopia.

Il termine è ormai entrato nel linguaggio comune; risulta quasi scontato utilizzarlo al giorno d'oggi. Per noi, “utopia” è qualcosa di difficile da realizzare; un desiderio che è, con ogni probabilità, destinato a rimanere tale, un semplice sogno.

E questa non è nient'altro che la seconda delle possibili accezioni dell'utopia. In realtà, se analizziamo l'etimologia della parola, possiamo comprendere meglio il significato con cui venne coniata.

Utopia è una parola che deriva dall'unione οὔ (“non”) e τόπος (“luogo”). Alla lettera, quindi, vuol dire "non-luogo". In origine, il termine venne coniato da Thomas More, che previde però un secondo significato, dovuto ad un gioco di parole con l'inglese, eutopia, alla lettera "luogo buono". Peraltro, i due termini in lingua inglese vengono pronunciati allo stesso modo.

Quindi, l'utopia può essere intesa nel senso più generale del termine come un luogo bello, buono, ma allo stesso tempo inesistente.

Ed è proprio con questo iniziale significato che veniva intesa dai contemporanei di More. L'umanista inglese, difatti, presentò il termine per la prima volta nella sua opera dal titolo omonimo L'utopia dove, in perfetta antitesi con le sue critiche all'Inghilterra del sedicesimo secolo, egli raccontava di una società perfetta. Chi la componeva abitava l'isola di Utopia, fondata dal re Utopo, un luogo in cui vigeva la libertà di pensiero, opinione e religione, dove gli abitanti si impegnavano a lavorare per contribuire al buon andamento economico dell'isola; non esisteva la proprietà privata e fine ultimo della produzione non era il commercio, bensì il semplice consumo.

« Così facilmente s'acquisterebbe il vivere, se il desio di accumulare denari non impoverisse gli altri. »

• Thomas More; “L’utopia”

Pertanto, il termine nasce proprio in relazione all'ideale di una società perfetta, dove tutto funziona senza intralci, dove vige la giustizia e tutti hanno un posto dove stare, oltre che adempiere al loro dovere. Un ideale, però, che non trova corrispondenza nella realtà ed è praticamente impossibile da realizzare.

Se si scava più a fondo in questo concetto, però, ci si rende conto che ciò che More ha fatto non è stato altro che dare un nome a un ideale già presente fin dai tempi più antichi.

1.2 Dove affondano le radici dell’utopia

(Il giardino delle delizie di Hyeronimus Bosch)

Un primo esempio di utopia possiamo infatti trovarlo nell'ambito religioso: esso affonda quindi le radici in un tempo antico, antichissimo.

In ambito escatologico sono diverse le religioni che interrogandosi su quello che accadrà dopo la morte propongono come soluzioni a questo enigma che da sempre accompagna l'uomo l'idea di mondi perfetti in cui si ritroverà la pace. Da citare è sicuramente l'esempio di due delle religioni più diffuse al mondo: il Cristianesimo e l'Islam. Nonostante spesso si parli di "aldilà" a livello popolare, indicando un luogo in cui si andrà dopo la morte se ci si è comportati come dei giusti in vita, è innegabile che questo insegnamento che fin da bambini ci viene ripetuto contenga un importante contenuto di stampo utopico.

Nell'immaginario collettivo, il Paradiso è spesso legato all'idea di un luogo perfetto, in cui gli esseri vivono in armonia tra di loro e con la natura; un'armonia garantita dal perdono di tutti i loro peccati commessi in vita.

Il discorso sulle religioni permette un collegamento ad un aspetto chiave dell'utopia: l'idealizzazione di un luogo che possa sostituire quello attuale, insufficiente a soddisfare ciò che vorrebbe chi ci vive.

A tal proposito, sono innumerevoli le figure di spicco della cultura che si sono poste più o meno esplicitamente il problema dell'utopia: dai filosofi ai letterati, dai teologi agli artisti, tutti alla ricerca di un mondo perfetto che possa risanare le ferite di una società logorata o vicina ad un'incrinatura.

Tra i primi testi di stampo utopico anche se all'epoca non si sarebbe potuto definire così possiamo sicuramente inserire La Repubblica di Platone. In questo dialogo, il filosofo greco definisce le caratteristiche di uno stato ideale dominato dall'idea di giustizia virtù cardinale realizzabile solo, a parere di Platone, all'interno dello Stato.

« Ciascun governo istituisce leggi per il proprio utile; la democrazia fa leggi democratiche, la tirannide tiranniche e allo stesso modo gli altri governi. E una volta che hanno fatto le leggi, eccoli proclamare che il giusto per i governati si identifica con ciò che è invece il loro proprio utile, e chi se ne allontana lo puniscono come trasgressore sia della legge sia della giustizia. In ciò consiste, mio ottimo amico, quello che dico giusto, identico in tutte quante le poleis, l'utile del potere costituito. Ma, se non erro, questo potere detiene la forza. Così ne viene, per chi sappia ben ragionare, che in ogni caso il giusto è sempre identico all'utile del più forte.»

• Platone; “La Repubblica”

Non fu l'unico, però. I filosofi sono di sicuro la categoria che meglio ha portato in scena questo dilemma: dall'Antica Grecia fino al ventesimo secolo.

1.3 Utopia e filosofia

Nomi di spicco sono tra i tanti Hegel e Marx. Entrambi non hanno parlato in modo esplicito di utopia, ma è innegabile che alcuni tratti delle società da loro idealizzate abbiano quello stampo di perfezione e funzionamento tipico di una società ideale. Hegel delineò la concezione dello Stato, la sintesi dello spirito oggettivo che si manifesta all'interno delle istituzioni. Lo Stato hegeliano è almeno nella concezione del pensatore di Stoccarda un luogo perfetto, al cui interno si ritrova l'armonia della famiglia aldilà della dispersione della società civile, dove le leggi sono le stesse per tutti, e spetterà ai funzionari pubblici dotati del potere governativo di tradurle dall'universale al particolare. Inoltre, tali leggi possono essere decise dal potere di molti, quello legislativo, che concerne non solo pochi eletti. Il tutto governato da un monarca che sarà la perfetta incarnazione dello Stato, il quale è fondato su un concetto di Bene Universale.

« Der Staat ist die Wirklichkeit der konkreten Freiheit; die konkrete Freiheit aber besteht darin, dass die persönliche Einzelheit und deren besondere Interessen sowohl ihre vollständige Entwicklung und die Anerkennung ihres Rechts für sich […] haben. »

• Georg W. F. Hegel; “Enzyklopädie der philosophischen Wissenschaften im Grundrisse”

« Lo Stato è la realtà della Libertà concreta. Ora, la Libertà concreta consiste nel fatto che la singolarità personale e i suoi interessi particolari, per un verso, hanno il loro sviluppo completo e il riconoscimento del loro diritto per sé. »

• Georg W. F. Hegel; “Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio”

Diversa invece la concezione di Karl Marx: sono pochi gli anni che li separano, eppure i due progetti di un mondo nuovo e perfettamente funzionante appaiono molto distaccati l'uno dall'altro.

Per Marx, la società doveva essere comunista. Un comunismo si noti bene che non deve scadere nella "brama di livellamento" o nell'invidia, ma un comunismo che sappia mettere in primo piano sia i bisogni che le capacità dei suoi cittadini. Infatti, prima di giungere alla perfetta funzionalità, essa avrebbe attraversato almeno una fase di transizione, sebbene Marx abbia indicato due possibili vie: nei Manoscritti propone l’idea del “comunismo rozzo”, mentre nella Critica al programma di Gotha propone una fase transitoria caratterizzata da un livellamento totale:

« In einer höheren Phase der kommunistischen Gesellschaft, nachdem die knechtende Unterordnung der Individuen unter die Teilung der Arbeit, damit auch der Gegensatz geistiger und körperlicher Arbeit verschwunden ist; nachdem die Arbeit nicht nur Mittel zum Leben, sondern selbst das erste Lebensbedürfnis geworden; nachdem mit der allseitigen Entwicklung der Individuen auch ihre Produktivkräfte gewachsen und alle Springquellen des genossenschaftlichen Reichtums voller fließen - erst dann kann der enge bürgerliche Rechtshorizont ganz überschritten werden und die Gesellschaft auf ihre Fahne schreiben: Jeder nach seinen Fähigkeiten, jedem nach seinen Bedürfnissen! »

• Karl Marx; "Kritik des Gothaer Programms"

« In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni! »

• Karl Marx; "La critica al programma di Gotha"

Assieme a Marx, bisogna allora citare il cosiddetto socialismo utopico rappresentato da personaggi quali Saint-Simon, Fourier e Owen. Lo stesso padre del comunismo li criticò, sostenendo che essi si fossero mossi su un piano prettamente ideale, cercando di proporre delle riforme che su un piano realistico non si sarebbero mai potute realizzare.

Eppure, Marx e i socialisti avevano in comune la lotta contro la borghesia.

Questo, oltre che la sopracitata teoria di Hegel, mostra come l'utopia non sia solo qualcosa di difficile da realizzare e un concetto puramente ideale, ma anche come l'utopia sia qualcosa di essenzialmente relativo. L'ideale di un certo tipo di società, infatti, dipende in modo stretto da chi concepisce le sue caratteristiche. Infatti, se per Hegel appartenente alla corrente dell'Idealismo lo Stato era la società perfetta, per Marx comunista lo Stato doveva essere estinto e sostituito da una società senza proprietà privata, dove tutti avrebbero potuto fare propria la frase degli Atti degli Apostoli: « Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni! »

A questo punto sorge spontanea la domanda: se ognuno crea la propria utopia personale, com'è possibile avere una società perfetta? Come si può combattere il relativismo?

1.4 Utopia e letteratura

Questo concetto diviene sempre più facile da trovare se cerchiamo l'utopia anche in ambito letterario.

In questo caso, vediamo ovviamente un mischiarsi di finzione e realtà: l'utopia è un luogo inventato dove i protagonisti arrivano per caso come aveva scritto Thomas More nella sua opera e anche Jonathan Swift ne I viaggi di Gulliver oppure lo sfondo della vicenda fin dal principio; spesso viene presentata come contrapposizione alla reale società in cui gli scrittori che l'hanno inventata si trovano.

In tale ambito possiamo anche inserire il nome di Hermann Hesse, il noto scrittore tedesco, autore del romanzo utopico Das Glasperlenspiel, in Italia conosciuto come Il giuoco delle perle di vetro.

L'opera dell'autore premio Nobel (vittoria a cui peraltro questo libro contribuì) mostra una società futura; quella contemporanea all'autore gli anni trenta del Novecento viene semplicemente descritta come un passato oscuro e decadente. Inutile specificare che "anni trenta" per la Germania è sinonimo di "Nazismo".

Che sia un caso, quindi, il fatto che Hesse abbia presentato un’opera utopistica proprio in un periodo della storia tanto critico ed oscuro?

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Sintesi

Introduzione: utopia e distopia, tesina

Quanto è labile il confine tra realtà e finzione letteraria? È questa la domanda che mi ha portata a scegliere "distopia" e "utopia" come tema per la mia tesina di maturità. Mi è capitato tante volte di scorgere, tra le righe di un romanzo, elementi che mi ricordavano qualcosa del mondo in cui vivevo e vivo tuttora. Non parlo di denuncia sociale, ma di vere e proprie analogie che, a volte, mi hanno anche spaventata.

In questi ultimi tempi questa sensazione mi è arrivata in modo particolare, specie quando ho avuto l’occasione di leggere i cosiddetti romanzi distopici.

Da pochi anni c'è stato un vero e proprio "boom" di questo genere letterario: è cominciato tutto a partire dal 2012 circa con l'uscita, nelle sale cinematografiche, di un film tratto da uno di questi romanzi, dal titolo The Hunger Games – primo capitolo di una fortunata saga. Da qui in poi, complice il successo di questa saga, in Italia abbiamo assistito ad una grande crescita delle vendite di opere di questo genere, cosa che ha portato anche alla riscoperta di alcune distopie più “antiche”, ad esempio 1984 di George Orwell, tanto per citare un pilastro della letteratura europea.

Il fattore comune di questi romanzi è il mondo che presentano: la società è distrutta, spesso divisa in fazioni in lotta; le nazioni sono governate da dispotici leader che impongono severe regole ai cittadini, di solito regrediti alla mera condizione di sudditi. Per non citare, poi, le nefaste condizioni del nostro meraviglioso pianeta Terra: inquinamento che ha rovinato qualunque cosa, foreste rase al suolo, città sull'orlo del decadimento più totale, mari che hanno inondato gran parte delle terre emerse.

Tutto il contrario, insomma, del mondo che spesso ci capita di sognare: una società senza più guerre, senza regole ferree, dove tutti convivono felici e in armonia. Un'utopia in tutto e per tutto; non a caso, distopia e utopia sono proprio due termini opposti, anche se coniati in epoche ben differenti.

In ogni caso, quello che mi ha colpita di più leggendo i romanzi distopici è il fatto che, laddove l'utopia è difficilissima da realizzare, la distopia è la perfetta rappresentazione di come potrebbe essere il nostro mondo di qui a qualche anno, e forse - anche se non del tutto e non catastroficamente - ci siamo già dentro e ci siamo già stati (basti pensare al periodo dei Totalitarismi).

Questa riflessione mi ha lasciata senza fiato: ho sempre amato leggere e considero la letteratura un po' come un mostro sacro, ma non mi sono mai resa conto di come potesse essere così vicina alla realtà, specie in un periodo come questo in cui essa è più uno svago che un modo di denunciare la società attuale o, in ogni caso, qualcosa di simile ad un mezzo di comunicazione. Difatti, gli stessi romanzi distopici non sono più uno strumento di satira come nell’immediato secondo dopoguerra, ma sono diventati una sorta di moda passeggera, come qualche anno fa lo erano stati i libri sui vampiri. C’è stata una sorta di “svalutazione” del potere che romanzi di questo genere possono avere; eppure, il loro valore non va preso sottogamba: la letteratura non è pura astrazione, ma è più concreta di quel che possa sembrare.

Ho riflettuto a lungo su tutto ciò, e ho voluto approfondire i miei pensieri in questa tesina. In particolare, vorrei parlare di distopia e di utopia attraverso la letteratura, mostrandone diversi esempi. Partirei con una prima definizione di entrambi i termini, passando poi ad un altro elemento che reputo interessante: l'utopia è praticamente impossibile ‒ questo è assodato ‒ ma se invece lo fosse, sotto forma di distopia? Una società perfetta, infatti, non rischia di diventare troppo difficile da sopportare, a lungo andare? Non impone anch'essa delle regole troppo rigide, pur mostrandosi come perfetta agli occhi dei suoi stessi cittadini?

Infine, ultimo punto che vorrei toccare è quello citato all'inizio: utopia e distopia nella finzione, ma anche nella realtà, mostrando come esse non siano poi tanto lontane dal mondo che tutti noi conosciamo.

Collegamenti

Utopia e distopia, tesina

  • Italiano: Pirandello e "Nuova Colonia".
  • Inglese: George Orwell con "1984" e "Animal Farm"; William Golding e "Lord of flies"; alcuni riferimenti a Thomas More e Jonathan Swift.
  • Tedesco: Hermann Hesse e "Das Glasperlenspiel"; Erich Kästner e la concezione dell'infanzia nelle sue opere.
  • Filosofia: Hegel e lo Stato; Marx e la società comunista.
  • Storia: i regimi totalitari del ventesimo secolo, Fascismo, Nazismo e Stalinismo.
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