Cap. 1 Psicologia di comunità: identità e obiettivi
Comunità: etimologia
Possiamo riscontrare 3 significati:
- Communis = il bene comune
- Commoenia = avere mura comuni (sta sia per innalzare mura che distinguere meglio ciò che sta dentro da fuori)
- Communia = avere doveri comuni - stessi diritti e doveri. Rimanda al concetto di reciprocità e fiducia.
Il prefisso cum sottolinea il carattere di relazione, di contesto condiviso.
La comunità può consistere in un particolare luogo. Piero Amerio nel 2000 dà una definizione: geografico oppure in una rete di relazioni che forniscono amicizia, stima e sostegno tangibile.
Dato geografico: parlare di comunità oggi non fa più rif. solo al dato geografico in senso fisico ma anche a quello virtuale. Perché ci sia comunità si forma un capitale sociale di rete, un senso di vicinanza e reciprocità con l’altro, ci deve essere condivisione e scambi di informazioni e senso di comunione e accettazione dell’altro.
Rete di relazioni: le comunità comunque sono dei sistemi complessi dentro le quali ci sono forze della stessa origine o contrarie. (litigo o no).
Excursus storico
Come è cambiato il senso di comunità negli anni?
Pensiero classico: la comunità garantisce libertà individuale ma anche appartenenza (poleis: i cittadini partecipano alla vita della comunità trovandosi nell’agorà).
Rinascimento: l’attenzione si sposta al singolo, in particolare con Cartesio e il cogito ergo sum. Individuo è visto come soggetto attivo capace di decidere per il suo destino.
Pensiero giusnaturalistico: sono i membri della comunità che stipulano un contratto tra di loro per avere diritti senza ledere la libertà degli altri.
Pensiero romantico: la comunità è legata da un sentimento di appartenenza. Viene dunque esaltato il sentimento.
Definizioni di comunità pt. 2
Ferdinand Tonnies: dice che la comunità è diversa dalla società perché la comunità è basata più su un modo di sentire comune e sulla comprensione dell’altro mentre la società è il prodotto di egoismi umani.
Max Weber: dice che la comunità è orientata all’azione e si fonda sul senso di appartenenza che ciascun individuo sente. Mentre l’associazione si poggia su interessi comuni. (collegamento mio con alcolismo).
Tonies e Weber hanno in comune:
- Le persone che vi appartengono hanno uno scambio di relazioni e di reciproco sostegno = interdipendenza.
- Chi vi appartiene (non scrivere cittadini) condivide gli stessi valori e norme.
- Norme e valori non sono formalmente espressi ma sono piuttosto interiorizzati.
- C’è più senso dell’ingroup rispetto all’outgroup.
Cos’è il senso di comunità
Seymour Sarason: la persona si percepisce come simile agli altri ed è disposta a mantenere una interdipendenza con gli altri facendo o offrendo quello che ci si aspetta dagli altri.
David W. McMilan: il senso di comunità è sentimento che i membri hanno di appartenere e di essere importanti gli uni per gli altri. Si basa su una fiducia reciproca nella quale i bisogni dei membri saranno soddisfatti dall’impegno di tutti.
Gli elementi che fondano il senso di comunità x Mc. Millan e David M. Chavis sono:
- Senso di appartenenza: il sentirsi parte di una unità. I rituali per esempio garantiscono questa appartenenza. Gli immigrati faticano ad avere questo senso di appartenenza perché non condividono le stesse cose.
- Influenza: la percezione dell’importanza di ogni singolo individuo e la sua capacità di modificare la struttura della società. In comunità grandi è facile cadere nell’anonimato.
- Integrazione dei bisogni: l’aspettativa che i propri bisogni vengano soddisfatti attraverso la comunità.
- Connessione emotiva condivisa: l’insieme di valori, credenze e aspettative comuni.
Senso di comunità e capitale sociale
- Il senso di comunità è collegato al benessere perché funge da fattore di protezione per la salute in rif. sia agli aspetti fisici che psicologici.
- È collegato anche al capitale sociale cioè al grado di coesione sociale di una comunità e alle relazioni che si instaurano tra i soggetti sia in strutture formali che informali (fam, lavoro, ecc).
Nascita della psicologia di comunità
Negli anni 50-60 si sviluppa una tensione all’origine dei problemi sociali che viene legittimata nel convegno del 1965 sulla formazione degli psicologi per l’igiene mentale della comunità. Dove il focus è appunto il disagio mentale.
- Si fa strada una nuova concezione di malattia e una nuova modalità di cura che parte da un approccio multidisciplinare. Il disagio non appartiene più all’individuo ma alla relazione che si instaura all’interno della comunità.
- L’istituzionalizzazione e la cura dentro i manicomi e gli ospedali psichiatrici non è più ritenuta idonea.
- C’è una nuova concezione di individuo che non può che essere considerato all’interno del proprio sistema di vita.
È allora importante un tipo di ricerca collegata al cambiamento sociale. Non deve servire solo a conoscere la comunità ma deve attivarne i membri. Ci deve essere una forte relazione tra azione pratica e ricerca.
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Collegamento prevenzione
David Rappaport 1977 definisce la psicologia di comunità come un’ideologia, un insieme di valori che promuovono le competenze del soggetto. È definito un approccio ecologico-sistemico.
Non c’è più attenzione al deficit ma alle risorse. Questo è considerato un atteggiamento di tipo preventivo.
In questa nuova visione la psicologia cambia identità: lo psicologo diventa un professionista calato nel sociale che si impegna attivamente per la promozione del cambiamento sociale. Fa ricerca continua in collegamento con i servizi e le strutture del territorio. Lavora in rete e si cala nel sociale con l’intento di cambiarlo attraverso una ricerca continua.
Kenneth Heller dice che la psicologia di comunità è un orientamento rivolto più alla prevenzione che al trattamento. Non deve incentrarsi sul deficit ma sulle competenze e sui modi per rafforzare il soggetto. Diventa qui fondamentale la relazione tra la persona e l’ambiente.
L’oggetto di studio dunque cambia, non è più l’individuo ma la relazione tra individui e contesto di rif.
È un approccio sistemico – ecologico = (approccio circolare). Il disagio non è più nell’individuo né nella struttura sociale ma all’interno della relazione.
- Jim Orford: 1995 dice che la psico di comunità è un’area di intervento, una disciplina accademica che forma una professione di aiuto.
- Piero Amerio (definisce anche la comunità, ma qui è diverso) 2000 la definisce un’area di ricerca e di intervento sui problemi umani e sociali si rivolge all’interfaccia tra la sfera individuale e collettiva, tra la sfera psicologica e sociale.
La psico di comunità coniuga quindi gli aspetti conoscitivi teorici con un agire pratico e pragmatico dentro la comunità stessa.
Disagio
Ci sono 3 teorie che spiegano il disagio psicologico e sociale:
- Teoria eccezionalista o della selezione naturale: considera il disagio causato da fattori individuali e quindi va curato con un intervento di tipo riparativo incentrato sulla persona (farmacologico, psicoterapeutico, riabilitativo).
- Teoria universalista: dice che il disagio è una conseguenza della distribuzione delle risorse della comunità. È quindi necessario un intervento a livello sociale (PREVENZIONE).
- La psicologia di comunità: sono sia le variabili ambientali che sociali a concorrere alla strutturazione del disagio.
Es. tossicodipendenza.
- Teoria eccezionalista ci direbbe che l’individuo inizia ad usare la sostanza perché è fragile e la terapia sarà allora individuale con colloqui, farmacologica ecc.
- La teoria universalista ci dirà che la causa è una condizione di anomia, una mancanza di risorse, una condizione svantaggiata, mancanza di lavoro. Allora bisognerà intervenire su queste.
- La teoria di comunità ci dirà invece che le due visioni, individuo, ambiente sono complementari.
Obiettivi della psico di comunità sono:
- La prevenzione.
- La promozione della salute e del benessere e il miglioramento della qualità di vita.
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La prevenzione è legittimata dalla riforma sanitaria 833 del 1978. Nell’articolo 1…
- Art. 1 promozione e mantenimento e recupero della salute psichica di tutta la popolazione.
- Art. 2 prevenzione di malattie infortuni in ogni ambito di vita e di lavoro.
Prevenzione
Korchin e Caplan parlano di 3 tipi di prevenzione:
- Primaria: che riduce la possibilità di malattia in una popolazione (es. vaccini).
- Secondaria: diminuisce diffusione e cronicizzazione della malattia quando si è già espressa nella popolazione (es. con diagnosi precoce – campagne a favore di screening).
- Terziaria attenua le conseguenze di una malattia in chi l’ha già avuta. È incentrato sulla cura e riabilitazione (es. protesi ad amputato).
Altre definizioni prendono in considerazione solo il gruppo target identificando gli interventi a livello:
- Universale cioè rivolti a tutti.
- Selettivi solo rivolti a persone a rischio.
- Individuali rivolti alle persone nello specifico.
Altre definizioni più complesse mettono insieme anche il livello di intervento e sono stati identificati 5 livelli di intervento:
- Individuale.
- Microsistema.
- Organizzazione.
- Comunità.
- Macrosistema (sono le leggi).
Gli interventi preventivi agiscono prima che il disagio si manifesti agendo quindi su rischio e protezione.
Resilienza: è un concetto molto importante per la psico di comunità - è la capacità di resistere ai fattori di rischio e agli eventi stressanti integrandoli positivamente nella propria vita.
In fisica è la capacità di un corpo di resistere agli urti.
La psicologia di comunità ha dunque 2 orientamenti:
- Preventivo: prevenire il verificarsi della patologia e il suo cronicizzarsi.
- Promozione della salute: realizzare interventi di promozione della salute e benessere psico.
Si parte dunque dal positivo, dalle risorse e si lavora su ciò.
Permangono però degli ostacoli alla realizzazione dell’ottica preventiva perché la concezione eccezionalista la fa ancora da padrone: è più difficile intervenire sui rischi che non sul singolo soggetto.
In psicologia di comunità è necessario intervenire in due direzioni:
- Attuando azioni di prevenzione proattiva per eliminare i fattori di stress ambientale.
- Realizzare interventi di natura reattiva aumentando le competenze del singolo di fronte agli eventi stressanti.
Cos’è il benessere?
Dipende dai criteri utilizzati x definirlo.
Se uso criteri esterni: benessere oggettivo: condizione di vita ottimale. È il possesso di qualità ottimali in relazione al sistema di valori condiviso.
Criteri interni: benessere soggettivo: benessere in base ad un vissuto soggettivo di appagamento personale.
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Benessere psicologico: quello soggettivo è definito instabile perché varia da momento a momento. Si fa quindi maggior rif. ad un contesto di benessere psicologico.
Benessere psicologico
Carol Ryf ne sottolinea 6 caratteristiche:
- Relazioni positive con le altre persone.
- Accettazione di sé.
- Autonomia.
- Padronanza dell’ambiente.
- Avere uno scopo nella vita.
- Crescita personale.
Cap. 2 La storia della psicologia di comunità
3 grandi rivoluzioni avvenute nel campo della salute mentale hanno rappresentato la storia della psico di comunità:
Prima rivoluzione
Nel periodo della rivoluzione francese, un medico, Pinel scarcerò soggetti detenuti psichiatrici poiché i soggetti con sofferenza psichica secondo Pinel non erano antisociali o posseduti dal demonio ma portatori di una sofferenza che necessitava di una modalità diversa dal carcere.
Le sue concezioni vennero riprese 50 anni dopo da Eli Todd, psichiatra americano che vedeva nella comunità l’origine dei problemi della malattia mentale. È la società porta ad aspettative di una qualità di vita molto alta dell’individuo e concorre alla malattia stessa. La società deve quindi occuparsi della cura.
Entrambi questi autori affermavano la necessità di un trattamento umanitario.
Alla fine dell’800 questa visione però fallisce a causa del periodo legato all’industrializzazione in America e il prevalere di un’ottica individualistica. La maggior parte degli psicologi erano impegnati in selezioni di reclute per la guerra o all’interno delle scuole per la selezione di bambini particolarmente dotati o con problematiche che necessitavano di sostegno.
Un’unica eccezione è data dal movimento delle Settlement houses all’inizio del XX sec: case che sorgono per dare una risposta al fenomeno delle melting pot cioè delle mescolanze di etnie dovute ai movimenti migratori, per assicurare l’inclusione sociale di questi individui.
Seconda rivoluzione
La seconda rivoluzione è operata da Sigmund Freud che, con la nascita della psicanalisi, postulava che le cause delle nevrosi dell’individuo erano da ricercare dentro l’individuo stesso.
Nel suo pensiero è possibile distinguere due concezioni diverse, che si ritrovano nella prima e seconda topica.
- Prima topica: il disagio è visto come conseguenza di un evento traumatico in connessione con la vita sessuale.
- Seconda topica: individua la nevrosi come conseguenza di un conflitto intrapsichico tra es le forze provenienti dalla parte più pulsionale ed istintiva = e le forze provenienti dall’organo di coscienza = io.
La cura secondo Freud avviene attraverso un processo di psicanalisi, in particolare l’analisi dei sogni e del transfert.
L’attenzione con Freud è totalmente incentrata sull’individuo.
Terza rivoluzione
La terza rivoluzione parte con la dichiarazione dell’APA (associazione di psicologia), attorno agli anni 50: la psicologia deve essere una disciplina finalizzata alla promozione del benessere della persona e del suo contesto.
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Si iniziano quindi i lavori della joint commition (commissione interdisciplinare per la salute e malattia mentale) che realizza uno studio nel quale si sottolinea la necessità di una nuova pratica sia teorica che operativa rispetto alla cura della malattia mentale. Non si possono più curare questi individui dentro istituti manicomiali ma è la società che se ne deve fare carico.
Si dà avvio inoltre al movimento di igiene mentale di comunità, formalizzato nel 1963 attraverso la legge community menthal health centers act. Si riducono di molto i ricoveri dentro le comunità e vengono istituiti nuovi servizi.
Dopo le 3 rivoluzioni
- Ci si muove in direzione della promozione di interventi preventivi.
- Si interviene sull’interazione tra singolo e contesto.
- Si sviluppa un approccio multidisciplinare al disagio mentale e sociale.
Si arriva all’idea di sofferenza e problematica mentale con origine biopsicosociale.
Servizi
I servizi offerti da questo punto in poi, oltre alla cura dei ricoverati sono:
- Servizi di ospedalizzazione parziale e di emergenza.
- Servizi di consulenza.
- Servizi di formazione ai professionisti.
- Servizi di riabilitazione.
- Continua ricerca e valutazione.
Legittimazione della disciplina di psico di comunità
Avviene nel convegno di Swampscott (1965). Si adotta un modello multidisciplinare e cambia il ruolo dello psicologo, non più chiuso nel suo studio ma che lavora attivamente nella comunità. Hobbs (psicologo intervenuto al convegno) definisce la malattia mentale non una sofferenza personale dell’individuo ma un problema sociale, etico e morale, una responsabilità che ricade su tutta la comunità.
Nel 1966 nasce l’APA (divisione di psicologia di comunità).
- Si ribadisce la differenza tra strategia preventiva e riparativa.
- Si ribadisce che i centri devono operare mediante diagnosi e trattamenti precoci.
- Si sottolinea che gli psicologi devono coordinare i servizi e porre attenzione alle dinamiche sociali.
Anni 70 comincia la lotta alla deistituzionalizzazione: si aprono esperienze di self-help (auto aiuto).
In una conferenza ad Austin nel 1975 vengono ribaditi i punti fondamentali della disciplina.
- Trattamento di prevenzione.
- Promozione di competenze nell’individuo.
- Ottica sistemica (individuo in relazione con ambiente).
- Attivazione di ricerche multidisciplinari.
- Approccio empirico, pragmatico.
Anni 80 scontri di nuovo tra area radicale e moderata si ottiene:
- Maggiore identità alla disciplina.
- Ampliamento del campo di intervento (psicologo dentro le aziende).
- Servizi di rete.
Anni 90 consolidamento della disciplina: l’attività si concentra ora su tre concetti fondamentali.
- Empowerment: capacità dell’individuo di sentire di avere potere, di conoscere come funzionano le strutture della comunità e di poter agire dentro di esse per modificarle. Si rende necessaria la partecipazione di tutta la cittadinanza per migliorare la qualità di vita.
- 6 Mutuo aiuto: porta ad accrescere il senso di empowerment. Si formano gruppi a base volontaria, caratterizzati dalla possibilità di ciascuno di essere helper attraverso la
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