Capitolo 1 – La psicologia sociale
È il ramo della psicologia sociale che studia l’interazione tra le persone, cioè il modo in cui i nostri pensieri, sentimenti e comportamenti vengono influenzati dagli altri. Non studia l’individuo isolato, ma l’individuo inserito in un contesto sociale.
Una definizione fondamentale è quella di Gordon Allport, secondo cui la psicologia sociale è: “L’indagine scientifica di come pensieri, sentimenti e comportamenti degli individui siano influenzati dalla presenza oggettiva, immaginata o implicita degli altri.”
Questa definizione è centrale perché introduce tre forme diverse di influenza sociale.
La presenza oggettiva si verifica quando le altre persone sono fisicamente presenti. Per esempio, durante un esame orale, il fatto che ci siano altri studenti ad ascoltare può modificare il nostro livello di ansia o il modo in cui parliamo. Qui l’influenza è diretta e concreta.
La presenza immaginata si verifica quando gli altri non sono fisicamente presenti, ma noi immaginiamo il loro giudizio. Ad esempio: quando stiamo per pubblicare una foto sui social, anche se siamo soli nella stanza, pensiamo a come gli altri reagiranno. Questo pensiero modifica il nostro comportamento.
Dunque l’influenza sociale può agire anche solo a livello mentale.
La presenza implicita è ancora più profonda: riguarda il modo in cui l’interazione sociale attribuisce significato alle cose attraverso norme, regole condivise e aspettative sociali. Per esempio, in biblioteca parliamo a bassa voce anche se nessuno ci sta controllando. Questo perché abbiamo interiorizzato una norma. La società è, in un certo senso, “dentro di noi”. Questa è la forma più strutturale di influenza.
La psicologia sociale è considerata una scienza, non tanto per ciò che studia, ma per il metodo che utilizza. Gli psicologi sociali analizzano il comportamento umano utilizzando il metodo scientifico, che richiede che le teorie non siano accettate solo perché sembrano logiche o convincenti, ma perché vengono verificate attraverso prove empiriche.
Per studiare i fenomeni sociali, gli psicologi utilizzano una grande varietà di metodi di ricerca, sia sperimentali sia non sperimentali. Questo approccio, chiamato pluralismo metodologico, permette di studiare uno stesso fenomeno utilizzando strumenti diversi. In questo modo si riduce il rischio che i risultati dipendano solo dal metodo utilizzato.
Il pluralismo metodologico aiuta anche a evitare l’errore di conferma, cioè la tendenza delle persone a cercare, interpretare o creare informazioni che confermino le proprie idee o spiegazioni già esistenti.
Il metodo sperimentale
Uno degli strumenti più importanti della psicologia sociale è il metodo sperimentale. In un esperimento il ricercatore interviene manipolando alcune variabili per osservare gli effetti che producono sul comportamento. → In particolare si distingue tra variabile indipendente e variabile dipendente.
La variabile indipendente è il fattore che il ricercatore modifica intenzionalmente, mentre la variabile dipendente è il comportamento o la risposta che viene misurata per vedere se cambia in seguito alla manipolazione.
Per esempio: uno psicologo potrebbe voler studiare se la presenza di altre persone influenza le prestazioni di un individuo. In questo caso la presenza o assenza di altre persone rappresenta la variabile indipendente, mentre la prestazione dell’individuo rappresenta la variabile dipendente.
Problemi possibili negli esperimenti
Quando si conduce un esperimento è importante prestare attenzione ad alcuni aspetti che possono influenzare i risultati. Uno di questi è rappresentato dalle variabili di confusione, cioè fattori non controllati che possono influenzare il risultato dell’esperimento e rendere difficile capire quale variabile abbia realmente prodotto l’effetto osservato. 1
Un altro problema riguarda le caratteristiche della richiesta, concetto introdotto da Martin Orne. Questo fenomeno si verifica quando i partecipanti cercano di capire quale sia l’ipotesi dell’esperimento e modificano il proprio comportamento per confermarla o per opporsi ad essa.
Un ulteriore rischio è rappresentato dall’effetto pavimento e dall’effetto soffitto. Nel primo caso i risultati si concentrano tutti sui valori più bassi della scala di misurazione, mentre nel secondo caso si concentrano sui valori più alti. In entrambe le situazioni diventa difficile distinguere le differenze reali tra i gruppi studiati.
Infine, negli esperimenti è importante gestire correttamente il realismo. Gli studiosi distinguono tra: realismo mondano e realismo sperimentale.
- Il realismo mondano → riguarda quanto le condizioni dell’esperimento siano simili alla vita quotidiana dei partecipanti.
- Il realismo sperimentale → invece, si riferisce al grado in cui l’esperimento riesce a coinvolgere psicologicamente i partecipanti.
In psicologia sociale è spesso più importante mantenere un alto realismo sperimentale, cioè creare situazioni che abbiano un forte impatto psicologico sui partecipanti, anche se non riproducono perfettamente la realtà quotidiana.
I metodi non sperimentali
Oltre al metodo sperimentale, la psicologia sociale utilizza anche metodi non sperimentali. In questi metodi il ricercatore non manipola le variabili, ma osserva e analizza fenomeni che si verificano naturalmente.
Per questo motivo permettono di individuare relazioni o correlazioni tra variabili, ma non consentono di stabilire con certezza un rapporto di causa-effetto.
Tra i principali metodi non sperimentali troviamo diversi tipi di ricerca:
- La ricerca d’archivio: consiste nell’analizzare dati già esistenti, come documenti, statistiche o registrazioni raccolte in precedenza. Questo metodo permette di studiare fenomeni su larga scala e in periodi di tempo molto lunghi.
- Lo studio di un caso: che analizza in modo approfondito una singola persona, un gruppo o una situazione specifica. Una variante di questo metodo è l’analisi del discorso, che consiste nell’esaminare il linguaggio utilizzato dalle persone per individuare atteggiamenti, opinioni o significati che spesso cercano di nascondere. In questo caso l’interpretazione dipende molto dall’esperienza del ricercatore.
- La ricerca basata sull’inchiesta: che utilizza strumenti come interviste o questionari per raccogliere informazioni su opinioni, atteggiamenti o comportamenti delle persone.
- Infine troviamo la ricerca sul campo: che consiste nell’osservazione diretta dei comportamenti in contesti naturali. In questo caso il ricercatore si inserisce nell’ambiente in modo il meno possibile intrusivo per osservare azioni spontanee. Questo metodo è molto utile per studiare il comportamento reale delle persone, ma può presentare limiti di oggettività e controllo delle variabili.
L’etica nella psicologia sociale
Gli psicologi sociali devono confrontarsi con numerosi problemi etici, perché le loro ricerche coinvolgono direttamente le persone. Per questo motivo, nel 1972, l’American Psychological Association (APA) ha stabilito una serie di principi etici che devono essere rispettati durante gli esperimenti.
Uno dei principi fondamentali è la protezione dal danno → I partecipanti non devono subire danni fisici o psicologici durante lo svolgimento della ricerca.
Quello dell’inganno → In alcuni esperimenti i ricercatori possono fornire informazioni incomplete o non del tutto veritiere ai partecipanti per evitare che questi modifichino il loro comportamento. Anche se questo metodo è controverso, in alcuni casi è considerato necessario per garantire la validità dell’esperimento.
È fondamentale garantire la protezione della privacy → I dati personali e sensibili forniti dai partecipanti devono rimanere riservati e non possono essere divulgati. 2
Un altro principio importante è il consenso informato. → Le persone che partecipano a un esperimento devono sapere che stanno prendendo parte a una ricerca e devono essere libere di ritirarsi in qualsiasi momento.
Infine è previsto il debriefing → cioè una fase finale in cui ai partecipanti viene spiegato il vero scopo dell’esperimento. Questo momento serve a chiarire eventuali dubbi e ad aumentare la consapevolezza dei partecipanti riguardo alla ricerca e alla psicologia sociale.
Le metateorie
Nella psicologia sociale esistono molte teorie diverse che cercano di spiegare il comportamento umano. Per organizzare queste teorie si utilizza il concetto di metateoria, cioè un insieme di concetti e principi che stabiliscono quali tipi di teorie sono più adatti per spiegare un determinato fenomeno.
Tra le principali metateorie troviamo:
- Il comportamentismo → che si concentra sullo studio dei comportamenti osservabili e sull’influenza dell’ambiente sul comportamento.
- La psicologia cognitiva → che studia i processi mentali come percezione, memoria, pensiero e interpretazione delle informazioni.
- La neuroscienza e la biochimica → che cercano di spiegare il comportamento sociale attraverso il funzionamento del cervello e dei processi biologici.
- La prospettiva evoluzionistica → interpreta il comportamento umano alla luce dell’evoluzione e dei meccanismi che hanno favorito la sopravvivenza della specie.
- La personalità → che analizza come le differenze individuali influenzino il comportamento sociale.
- Infine esistono le teorie collettiviste → che danno maggiore importanza ai gruppi, alle relazioni sociali e al contesto culturale nel determinare il comportamento degli individui.
La crisi della psicologia sociale
Nel corso del tempo la psicologia sociale è stata oggetto di diverse critiche che hanno portato a parlare di una vera e propria crisi della disciplina.
Una delle principali critiche riguarda il fatto di essere eccessivamente positivista.
Il positivismo → considera il metodo scientifico come l’unico modo valido per produrre conoscenza.
Tuttavia alcuni studiosi sostengono che il comportamento umano e sociale sia troppo complesso per essere studiato esclusivamente con metodi scientifici rigidi, e che questo renda difficile raggiungere una vera oggettività.
Un’altra critica riguarda l’eccessivo riduzionismo → La psicologia sociale è stata accusata di spiegare il comportamento sociale utilizzando concetti che non sono realmente sociali, come processi individuali o biologici.
Per affrontare questo problema, lo psicologo Willem Doise ha proposto una possibile soluzione: riconoscere che il comportamento umano può essere spiegato attraverso diversi livelli di analisi, come quello individuale, interpersonale e sociale, e cercare di costruire teorie che integrino questi livelli invece di considerarli separatamente.
Capitolo 2 – Cognizione e pensiero sociale
Nel linguaggio comune i termini pensiero e cognizione vengono spesso usati come sinonimi, ma in psicologia indicano due concetti diversi.
Il pensiero → corrisponde al linguaggio interiore e ai simboli che utilizziamo quando ragioniamo. Si tratta quindi di qualcosa di cui siamo consapevoli, o di cui potremmo diventare consapevoli.
Per esempio: quando riflettiamo su una decisione da prendere o ripetiamo mentalmente delle informazioni per studiare, stiamo utilizzando il pensiero. 3
La cognizione → invece, riguarda i processi mentali che avvengono in modo non consapevole. Non possiamo osservare direttamente la cognizione, ma possiamo inferirla a partire dai comportamenti delle persone, dalle loro azioni, dalle espressioni facciali o da ciò che dicono e scrivono.
Per esempio: se vediamo una persona correre verso di noi con il volto preoccupato, il nostro cervello interpreta rapidamente la situazione e puoi pensare che stia succedendo qualcosa di urgente o pericoloso. Questo processo di interpretazione automatica delle informazioni è un esempio di cognizione.
In questo caso non osservi direttamente il processo mentale, ma lo inferisci dal modo in cui la persona reagisce e dalla tua interpretazione della situazione.
Le origini dello studio della cognizione
Già alla fine dell’Ottocento la cognizione iniziò a diventare un importante oggetto di studio per gli psicologi. Uno dei primi studiosi a interessarsene fu Wilhelm Wundt, che cercò di analizzare i processi mentali attraverso il metodo dell’introspezione, cioè l’auto-osservazione dei propri stati mentali.
Tuttavia questo metodo venne presto criticato perché non era considerato scientifico: i risultati dipendevano infatti dalle descrizioni soggettive delle persone e quindi mancava l’oggettività richiesta dalla ricerca scientifica.
Dopodiché all’inizio del Novecento molti psicologi iniziarono a sostenere che la psicologia dovesse basarsi solo su dati osservabili pubblicamente. Per questo motivo gli studi sui processi mentali vennero messi da parte e si sviluppò il comportamentismo, un approccio che si concentra esclusivamente sul comportamento osservabile.
Secondo il comportamentismo, il comportamento umano è una risposta agli stimoli dell’ambiente e viene modellato dalle ricompense e dalle punizioni ricevute in passato.
Con il tempo però questo approccio si rivelò limitato, perché non riusciva a spiegare adeguatamente fenomeni complessi come il linguaggio, il ragionamento e la comunicazione umana.
Il ritorno dell’interesse per la cognizione
Il ritorno dell’interesse per la cognizione.
A partire dagli anni Cinquanta l’interesse per i processi cognitivi tornò a crescere. Un ruolo importante fu svolto da Kurt Lewin, considerato il padre della psicologia sociale sperimentale. Lewin riportò l’attenzione sui processi mentali che influenzano il comportamento delle persone.
Questo rinnovato interesse per la mente fu influenzato anche dalla psicologia della Gestalt, secondo cui il tutto è più della somma delle parti. In altre parole, il modo in cui percepiamo una situazione nel suo insieme influenza il significato delle singole informazioni.
Da questo momento si sviluppa il campo della cognizione sociale, cioè lo studio di come le persone percepiscono, interpretano e comprendono il mondo sociale.
I principali modelli della cognizione sociale
Nel tempo sono stati proposti diversi modelli per descrivere il modo in cui le persone pensano e interpretano la realtà sociale.
– Coerenza cognitiva → Una delle prime idee sviluppate nella cognizione sociale è quella della coerenza cognitiva.
Secondo questa prospettiva, le persone cercano di mantenere coerenza tra i propri pensieri, atteggiamenti e comportamenti. Quando esiste una contraddizione tra questi elementi, si crea una sensazione di disagio psicologico e gli individui tendono a ridurre questa incoerenza.
Per esempio: una persona che pensa che il fumo sia dannoso ma continua a fumare potrebbe provare disagio e cercare di ridurlo cambiando comportamento oppure modificando le proprie convinzioni.
Con il tempo però gli studiosi si resero conto che le persone non cercano sempre la perfetta coerenza, ma spesso tollerano una certa dose di contraddizione tra pensieri e comportamenti. Per questo motivo queste teorie persero popolarità negli anni Sessanta. 4
– Lo scienziato ingenuo → Successivamente si sviluppò il modello dello scienziato ingenuo.
Secondo questa prospettiva, le persone cercano di comprendere il comportamento proprio e degli altri in modo razionale e logico, quasi come se fossero degli scienziati. Gli individui osservano ciò che accade e cercano di individuare le cause dei comportamenti.
Questo modello è alla base delle teorie dell’attribuzione, che studiano il modo in cui le persone spiegano le cause degli eventi e delle azioni.
Ad esempio: se un collega arriva in ritardo al lavoro, potremmo cercare di capire la causa del suo comportamento: forse è una persona poco responsabile oppure potrebbe aver trovato traffico.
In seguito gli studiosi si resero conto che le persone non sono sempre così razionali e precise nel ragionare. Le capacità cognitive sono infatti limitate, e per questo spesso utilizziamo strategie mentali più semplici.
Da questa idea nasce:
– Il modello dell’economizzatore cognitivo → Secondo questa prospettiva, le persone cercano di risparmiare tempo ed energie mentali utilizzando scorciatoie cognitive, cioè modi rapidi per interpretare la realtà.
Ad esempio: quando incontriamo una persona nuova possiamo farci un’idea di lei basandoci su poche informazioni, come il modo di vestirsi o il suo comportamento iniziale. → Questo ci permette di prendere decisioni rapide, anche se a volte può portarci a errori di giudizio.
– Il tattico motivato → Il modello più recente è quello del tattico motivato.
Secondo questa prospettiva, le persone non utilizzano sempre la stessa strategia cognitiva, ma possiedono diversi modi di pensare e di elaborare le informazioni. La strategia utilizzata dipende da vari fattori, come gli obiettivi personali, le motivazioni, il tempo a disposizione e la situazione.
In alcune circostanze possiamo ragionare in modo approfondito e analitico, mentre in altre possiamo utilizzare scorciatoie mentali più veloci.
Per esempio: quando dobbiamo prendere una decisione molto importante tendiamo a riflettere con attenzione, mentre nelle situazioni quotidiane utilizziamo spesso strategie più rapide e automatiche.
La neuroscienza sociale
Uno sviluppo recente nello studio della cognizione sociale è rappresentato dalla neuroscienza sociale, che studia il rapporto tra processi mentali e attività cerebrale.
Grazie a tecniche come la risonanza magnetica funzionale (fMRI), i ricercatori possono osservare quali aree del cervello si attivano quando le persone pensano, prendono decisioni o interagiscono con gli altri.
Questo approccio perme
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.