Concetti Chiave
- Priamo, nonostante la sua debolezza e l'età avanzata, decide di indossare le armi e affrontare i Greci, vedendo la sua città distrutta.
- Ecuba cerca disperatamente di convincere Priamo a non combattere e a rifugiarsi presso l'altare sacro per cercare protezione.
- Il figlio di Priamo, Polite, fugge da Pirro per salvarsi, ma viene ferito e ucciso davanti ai suoi genitori, scatenando l'ira del re.
- Priamo esprime la sua indignazione e maledice Pirro per la sua crudeltà, rievocando il rispetto mostrato da Achille nei confronti della sua famiglia.
- Il tragico destino di Priamo culmina con la sua morte, ucciso da Pirro, che lo trascina all'altare tra il sangue del figlio, un tempo grande re ora ridotto a un corpo anonimo.
Il destino di Priamo
Qual di Prĩamo fosse il fato estremo, Egli, poscia che presa, arsa e disfatta
Vide la sua cittade, e i Greci in mezzo
Ai suoi più cari e più riposti alberghi;
Ancor che vèglio e debole e tremante,
L’armi, che di gran tempo avea dismesse,
Addur si fece; e d’esse inutilmente
Gravò gli omeri e ’l fianco; e come a morte
Devoto, ove più folti e più feroci
Vide i nemici, incontr’a lor si mosse.
Era nel mezzo del palazzo a l’aura
Scoperto un grand’altare, a cui vicino
Sorgea di molti e di molt’anni un lauro
Che co’ rami a l’altar facea tribuna.
E con l’ombra a’ Penati opaco velo.
Qui, come d’atra e torbida tempesta
Spaventate colombe, a l’ara intorno
Avea le care figlie Ecuba accolte;
Ove agl’irati Dei pace ed aita.
Chiedendo, agli lor santi simulacri
Stavano con le braccia indarno appese.
Qui poichè la dolente apparir vide
Il vecchio re giovenilmente armato, O, disse, infelicissimo consorte,
Qual dira mente, o qual follia ti spinge
A vestir di quest’armi? Ove t’avventi
Misero? Tal soccorso a tal difesa
Non è d’uopo a tal tempo: non, s’appresso
Ti fosse anco Ettor mio. Con noi più tosto
Rimanti qui; chè questo santo altare
Salverà tutti, o morrem tutti insieme.
Ciò detto, a sè lo trasse: e nel suo seggio
In maestate il pose.
Ecco d'avanti
A Pirro intanto il giovine Polite
Un de’ figli del re, scampo cercando
Dal suo furore, e già da lui ferito,
Per portici e per logge armi e nemici
Attraversando, in vèr l’altar sèn fugge:
E Pirro ha dietro che lo segue, e ’ncalza
Sì, che già già con l’asta e con la mano
Or lo prende, or lo fere. Alfin qui giunto,
Fatto di mano in man di forza essausto E di sangue e di vita, avanti agli occhi
D’ambi i parenti suoi cadde, e spirò.
Qui, perchè si vedesse a morte esposto,
Prïamo non di sè punto obliossi,
Nè la voce frenò, nè frenò l’ira:
Anzi esclamando, O scelerato, disse,
O temerario! Abbiati in odio il cielo,
Se nel cielo è pietate; o se i celesti
Han di ciò cura, di lassù ti caggia
La vendetta che merta opra sì ria.
Empio, ch’anzi a’ miei numi, anzi al cospetto
Mio proprio fai governo e scempio tale
D’un tal mio figlio, e di sì fera vista
Le mie luci contamini e funesti.
Cotal meco non fu, benchè nimico,
Achille, a cui tu mènti esser figliolo,
Quando, a lui ricorrendo, umanamente
M’accolse, e riverì le mie preghiere;
Gradì la fede mia; d’Ettor mio figlio
Mi rendè e ’l corpo essangue, e me securo
Nel mio regno ripose. In questa, acceso
Il debil vecchio alzò l’asta, e lanciolla
Sì, che senza colpir languida e stanca
Ferì lo scudo, e lo percosse a pena,
Che dal sonante acciaro incontinente
Risospinta e sbattuta a terra cadde. A cui Pirro soggiunse: Or va’ tu dunque
Messaggiero a mio padre, e da te stesso,
Le mie colpe accusando e i miei difetti,
Fa’ conto a lui come da lui traligno:
E muori intanto. Ciò dicendo, irato
Afferrollo, e per mezzo il molto sangue
Del suo figlio tremante, e barcolloni
A l’altar lo condusse. Ivi nel ciuffo
Con la sinistra il prese, e con la destra
Strinse il lucido ferro, e fieramente
Nel fianco infino agli elsi gli l’immerse.
Questo fin ebbe, e qui fortuna addusse
Prïamo, un re sì grande, un sì superbo
Dominator di genti e di paesi,
Un de l’
Ruinata e combusta, a giacer quasi
Nel lito un tronco desolato, un capo
Senza il suo busto, e senza nome un corpo.
La fine di Priamo
Forse vuoi anche sapere quale fu la sorte di Priamo.
Come egli vide cadere la città ormai presa, le porte
della reggia abbattute e il nemico nel cuore della casa,
seppur vecchio sistema le armi da tempo abbandonate
sulle spalle tremolanti per la senilità,
e legata l’inutile spada alla vita, votato alla morte,
si muove contro i numerosi nemici. Nel mezzo della reggia
sorgeva all’aperto una grande ara e, sovrastante sulla stessa,
un vecchissimo alloro abbracciava con la sua ombra i Penati.
Ecuba e le figlia stringevano strette e abbracciavano invano le statue degli dei,
come colombe venute giù velocemente per una terribile tempesta.
Non appena ella poi vide il suo Priamo indossare le armi giovanili, disse:
ti spinge a indossare queste armi? – esclamò – Dove corri?
Questo evento non richiede un simile aiuto,
non questi difensori, nemmeno se ora ci fosse il mio
Riparati dunque qui; quest’ara proteggerà tutti
o morirai con noi>>. Detto ciò, lo accolse
vicino a lei, facendo sedere l’anziano in quel sacro rifugio.
Ecco allora Polite, uno dei figli di Priamo,
sfuggito alla strage di Pirro, scappare ferito tra le armi e i nemici
attraverso lunghi portici e percorrere gli atri
ormai vuoti. Lo insegue il bramoso Pirro con l’arma
protesa, e la mano è lì che lo trattiene e lo preme contro il ferro.
Infine, non appena fu dinanzi agli occhi e al volto dei suoi,
cadde e perle la vita in un lago di sangue.
Allora Priamo, sebbene fosse prossimo alla morte,
non si contenne o frenò la voce o lo sdegno:
di questo delitto e di tali bravate, dandoti il giusto compenso,
a te che mi ha costretto a vedermi morire davanti
un figlio, affliggendo con il sangue i miei occhi paterni.
Quell’Achille, da cui non può essere vero che tu sia nato,
non fu così spietato con il suo nemico Priamo, ma rispettò
la fiducia e i diritti di un implorante: diede il corpo di Ettore,
ormai ucciso, per la sepoltura e mi rimandò nel mio regno>>.
Così disse l’anziano e lanciò senza forza una lancia inoffensiva,
che con un lieve rimbombo fu subito parata dal bronzo
e invano restò conficcata nello scudo, al centro di esso.
E Pirro gli rispose:
Pelide, e da lui ti recherai come messaggero. Ricordati di riferirgli
le mie crudeli imprese e che figlio corrotto è Pirro.
Muori intanto!>>. Detto questo, lo condusse tremante
e vacillante all’altare tra il copioso sangue del figlio,
con la mano sinistra lo afferrò per i capelli, barcollante
con la mano destra liberò la spada e lo trafisse fino all’impugnatura.
Questa fu la fine di Priamo: questa fine
ebbe in sorte, con Troia incendiata nel suo sguardo,
Pergamo abbattuta al suolo, un tempo lui
valoroso signore di tante genti e terre dell’Asia. Giace ora sul lido,
un enorme busto, mancante del capo, un corpo anonimo.
per approfondimenti vedi qua:
Eneide: Trama, riassunto e personaggi del poema di Virgilio
Eneide - Temi e caratteristiche
Eneide: riassunto e spiegazione
Domande da interrogazione
- Qual è il destino finale di Priamo dopo la caduta di Troia?
- Come reagisce Ecuba alla decisione di Priamo di combattere?
- Chi è Polite e quale ruolo gioca nella tragedia di Priamo?
- Qual è la reazione di Priamo di fronte alla morte di Polite?
- Qual è il simbolismo della morte di Priamo?
Priamo, vedendo la sua città distrutta e i nemici invadere la sua casa, decide di indossare le armi e affrontarli, ma alla fine viene ucciso da Pirro, uno dei suoi nemici, mentre cerca di difendere il suo onore e quello della sua famiglia.
Ecuba, vedendo Priamo armato, lo esorta a non combattere e a rimanere con lei all'ara, affermando che l'altare li proteggerà, dimostrando così la sua preoccupazione per la vita del marito e la loro famiglia.
Polite è uno dei figli di Priamo che, mentre cerca di scappare da Pirro, viene ferito e ucciso davanti agli occhi del padre, scatenando la furia e il dolore di Priamo per la perdita del suo amato figlio.
Priamo, nonostante la sua debolezza, esprime la sua indignazione e dolore per la morte del figlio, confrontando la brutalità di Pirro con la pietà mostrata da Achille, evidenziando la perdita della dignità e dell'onore.
La morte di Priamo simboleggia la fine di un'era e la caduta di un grande re, ridotto a un corpo senza vita e senza nome, rappresentando la devastazione di Troia e la perdita di un'intera civiltà.