Ordine imperfetto
Introduzione
Modernizzazione, Stato, secolarizzazione.
Esercitazioni sociologiche
L’ordine imperfetto. Modernizzazione, Stato, secolarizzazione,
Questo lavoro, proviene da un rinvio e dal tentativo di rispondere ad un’esigenza pratica. Diotallevi, in questo mezzo passo indietro, lavoro ha compiuto un da intendersi come ripresa di passaggi Una alternativa alla laicità intermedi nello sviluppo delle argomentazioni esposte in e La pretesa. Quale rapporto tra vangelo e ordine sociale. Il tema di questo lavoro è dell’Alternativa proprio quello e il suo punto di arrivo si può riassumere con: la modernità offre due o più modalità di separazione tra poteri politici e poteri religiosi: il regime di laicità e il regime di libertà religiosa. Il primo regime si presenta come l’unico modo moderno di separare i due tipi di potere evidenziando la diversità che corre tra i due; il secondo, invece, non si presenta mai con una pretesa del genere. Inoltre, entrambi i modelli oltre a condividere la caratteristica di essere espressione della modernità, condividono anche una matrice cristiana.
Pretesa
La si dedicava, invece, a mostrare come la tensione interna alla modernità e alla modernizzazione attraversasse anche il complesso socio-culturale del cattolicesimo. Questo lavoro, prendendo spunto da M. Weber, tentava di dare conto del crescente interesse che l’anomalia cattolica riveste per gli studi sulla modernizzazione, in particolare sulla modernizzazione avanzata.
Una alternativa alla laicità La Pretesa,
Le tesi esposte in e mettono in discussione l’idea che lo Stato rappresenti il concepimento o almeno uno dei pilastri della modernità. Però, quando si guarda il suo rapporto con la religione, sembra che la modernità si sviluppa come secolarizzazione e che quest’ultima giunga al suo compimento come laicità. Così, mettere in discussione l'idea di un'identificazione esclusiva della modernità con questi fenomeni - secolarizzazione come declino della religione e laicità - procura notevoli difficoltà. A questo punto o si propone una definizione opposta di modernità (ma sarebbe una follia negare che Stato, secolarizzazione e laicità siano fenomeni del tutto moderni) o si assume una prospettiva che abbraccia più varianti di modernità. Il rinvio ad una successiva Alternativa pubblicazione di una parte del materiale dell’ ha dato la possibilità di mezzo passo indietro. mezzo passo confrontarsi con l’esigenza di fare un Questo indietro serve a riprendere ed approfondire alcuni passaggi intermedi utilizzati nello Alternativa Pretesa. sviluppo delle argomentazioni esposte nell’ e nella Non serve a ripudiare le conclusioni di quei due testi, ma consiste nel rendere più probabili eventuali corroborazioni dei risultati quanto nel non sottrarsi al rischio di eventuali mezzo passo indietro falsificazioni. Il dovrebbe servire ad allentare i legami che compattano con il cemento della necessità gli elementi di quella idea di modernità sicché vi si possa depositare la tanto agognata polvere della ovvietà.
L’operazione del mezzo passo indietro parte dello Stato e dalla religione, non come oggetti indipendenti l’uno dall’altro. Infatti, non si darebbe religione se non per effetto dell’impatto sul cristianesimo di quella particolare variante di modernizzazione che si manifesta innanzitutto come Stato. Né la religione preesiste allo Stato, né questo a quella. Altrimenti non sarebbe vero che il cuius regio eius et religio di Westfalia consacra la nascita dell’uno e dell’altra. A dimostrare che lo Stato non possa fare a meno della religione (cosa già chiara a Rousseau) è la regolarità con cui gli Stati diventano laici e mezzo passo assoluti quanto più abbisognano di auto sacralizzazione. L’operazione del indietro, inoltre, serve anche ad evitare il rischio di classificare come “post moderno” ogni forma di modernità che si presenta con le forme di altre varianti della stessa.
mezzo passo indietro
L’operazione del richiede l’“illuminismo sociologico”: esso è critica del razionalismo svolta nell’ambito della tradizione illuminista, è critica che si esplica attraverso il tentativo di capire il senso e i significati del sociale. Dunque è sociologia perché il sociale che ne diviene oggetto è il sociale che osserva ed è osservato da un sapere specializzato che si manifesta come una delle tante diverse prassi sociali. È una sociologia che non può essere critica dell’ideologia, dello Stato, della secolarizzazione e della laicità esattamente in proporzione all’impegno che questi costrutti sociali attivano per occultare la propria contingenza.
Durante l’operazione di allentare il blocco che salda nella modernità e come modernità Stato e religione, e di allentare questo blocco inquadrandolo nella complessa relazione tra ordine sociale segnato dal primato della differenziazione per funzioni della società e cristianesimo, uno stimolo è stato dato dall’opera di J.L. Nancy (egli mostra come decostruzione e cristianesimo vadano trattati non come un metodo di fronte a un suo possibile oggetto, ma riconoscendo loro una relazione meno estrinseca) e dalle ricerche di G. Agamben o M. Cacciari sul dispositivo del potere e del governo.
mezzo passo indietro
Insomma, l’operazione del serve a non concludere, ma a far continuare la discussione, a far maggior luce su alcune implicazioni e delle condizioni dei risultati di precedenti ricerche.
1. Modernizzazione
1. Una forte domanda di teoria
La sociologia è coinvolta in questa ricerca, sia come protagonista che come oggetto. In una sociologia siffatta non può essere isolato qualcosa come una <<sociologia della religione>>. Ogni qualvolta che nella sociologia si impone una teoria intenzionata a dislocare la religione in qualche provincia del sociale, allora la disciplina sociologica manifesta la propria modernità nel significato più povero del termine; la sociologia resta un prodotto della modernità, anche se almeno in parte cessa di esserne conoscenza. Si accontenta di essere conoscenza moderna che rinuncia un po’ a essere anche conoscenza della modernità. Diventa sociologia modernista di “nazionalismo sociologico”. La storia della disciplina potrebbe essere ricostruita assumendo il confronto tra dialettica e positivismo in sociologia degli anni ‘60, il dibattito tra J. Habermas e N. Luhmann degli anni ‘70, o i confronti sulla globalizzazione, quelli provocati dalle tesi a sostegno di una multiple modernity o di una modernità riflessiva o ancora post-secolare.
Dal dibattito sulla modernità emerge una grande domanda di teoria, e in contesto del mezzo passo indietro; genere si colloca il problema sul quale si intende tornare con il tale problema, se non viene sciolto, può bloccare e sviare la ricerca più di tutti gli altri elementi della medesima questione del moderno.
Se si adotta lo Stato (o la state society) come modello tipico della modernità, il dibattito e la ricerca si impoveriscono e si irrigidiscono; ed ogni passaggio rischia di prendere la forma di un’alternativa radicale. La sociologia potrebbe risolvere ciò trattando lo Stato come un costrutto sociale tra gli altri, ma con ciò corre il rischio di una incriminazione per lesa maestà. Se invece il processo di istituzionalizzazione-reificazione-legittimazione dello Stato riesce a prevenire l’analisi sociale, lo Stato si presenta come ormai già cosa (dinghaftig), non di rado come cosa sacra. Allora la sociologia decade a tecnologia del servizio sociale, servizio pubblico dell’unica tipologia ammessa, quella statale.
Anche per l’analisi del sociale l’adozione dell’equazione tra Stato e modernità comporta irrigidimento, dissipazione di senso e di conoscenza. Quindi, l’addomesticamento della sociologia allo statalismo non è frutto di un complotto, ma coincide con l’accadere di una delle possibilità della modernità. Il sapere è selettivo e la selettività contempla sempre un angolo cieco. Detto in altre parole, quella particolare prassi sociale (il conoscere), come ogni altro fenomeno sociale, si sviluppa solo in presenza di un certo numero di condizioni istituzionali variabili, ma non eliminabili. Che ruolo hanno le istituzioni politiche nel contesto sociale in cui si produce il sapere sociologico? Che forma hanno le istituzioni? Ogni istituzione ha una dimensione cognitiva e la sua rilevanza aumenta nel caso di istituzioni dominanti o nel caso di organizzazioni con un importante ruolo istituzionale. Il successo di una istituzione è anche il successo della sua conoscenza; il successo di questa conoscenza non significa quasi mai il successo della conoscenza che si può avere del carattere fortemente selettivo dei processi conoscitivi che in quel regime si sviluppano. È a proposito del tessuto organizzativo della modernità che Meyer e Rowan parlano di <<miti razionali>>.
Lo Stato, tra il XVII e XX secolo nell’Europa continentale centro-occidentale e le sue proiezioni coloniali, è stata una delle istituzioni sociali dominanti che ha avuto la principale influenza sull’ordine sociale. Nella letteratura neoistituzionale, lo Stato viene analizzato e presentato come una delle principali fonti di quei <<miti razionali>> essenziali al funzionamento di molte varianti della modernità. Non c’è da sorprendersi se questo ruolo dominante ha raggiunto l’apice con lo “Stato sociale”, allora molta sociologia è stata la scienza del sociale in funzione dello “Stato sociale”. Quindi perché meravigliarsi per quello che è accaduto alla sociologia quando si può osservare che lo Stato sociale è stato in grado di addomesticare interi movimenti sociali e politici come quello socialista e comunista che avevano fatto il loro ingresso in scena incarnando ragioni fortemente critiche dello Stato?
Un altro problema è quello che si presenta quando viene reificata o legittimata l’istituzione o il complesso di istituzioni statali. Ricorrendo alle pagine di Berger e Luhmann, quando l’istituzione Stato <<si trova di fronte all’individuo in modo analogo alla realtà del mondo naturale e poi appare alla esperienza come una realtà oggettiva>>. Lo Stato diventa protagonista di una trasformazione fittizia della cultura 1 in natura, è protagonista della istituzione di un mondo di cui è il principe.
Il problema raggiunge la sua forma completa quando si osserva che dagli stessi dispositivi di legittimazione di uno Stato reificato viene dedotta una vulgata che funge anche da vulgata sociologica. L’analisi sociale dismette la capacità di riconoscere la tensione interna costitutiva del programma moderno. La sociologia cristallizza il suo sbilanciamento a favore di un monismo e diviene <<epitome della modernità>> e, al cuore del sapere sociologico, si installa l’equazione tra Stato e modernità. Nel migliore dei casi ne derivano degli strumenti analitici, nel peggiore una sociologia che ciecamente milita a difesa di questo o di quel pilastro dello Stato.
Declino di una equazione
Numerosi sono gli esempi della domanda di teoria che interpella la sociologia: alcuni provengono da campi di ricerca, altri da sedi in cui la questione della teoria è oggetto primario di interesse. In questa sede interessa il collegamento tra domanda di teoria e denuncia della scarsa utilità analitica della vulgata sociologica secondo la quale lo state society Stato e costituiscono il modello della modernità. Gli esempi del primo genere hanno i vantaggi di mostrare le ragioni della denuncia di quella equazione con riferimento a fenomeni sociali ben noti, e di far intuire che è inutile ribaltare quella equazione, anzi peggiorerebbe la situazione negare il carattere moderno dello Stato.
Secondo il settore di studi delle ricerche sulla secolarizzazione, l'equazione stato/modernità non è di alcuna utilità analitica. Da quasi tre decenni è chiaro che il paradigma tradizionale, al cui centro vi è il processo di progressiva egemonia sociale di un potere politico emancipatosi dalla religione, non genera più teorie in grado di primeggiare nell'interpretazione del presente e dell'immediato futuro della religione nella società. La comprensione delle nuove forme di pratica religiosa come delle nuove forme di organizzazione religiosa e dei nuovi rapporti che si definiscono tra queste e i poteri politici richiede qualcosa di diverso dal vecchio paradigma. La sociologa D. Hervieu-Leger poneva in cima all'agenda della sociologia della religione la revisione delle tradizioni teoriche e degli arsenali concettuali con cui viene affrontata la questione della modernità.
La revoca della fiducia nell’equazione Stato/modernità non è meno radicale negli studi sui fenomeni politici; le analisi della globalizzazione mostrano che lo Stato non poter essere cornice o oggetto privilegiato di quel settore di ricerche, e che la sua crisi si deve considerare irreversibile quando non 1. Forse anche altrove, ma sicuramente nella politica non sorprende che il limite culturalismo tra natura e cultura risulti particolarmente instabile o poroso. Del resto è di forza fisica che si tratta anche quando si è stata legittimata. Quando essa poi divide oggetto di monopolio entro un territorio e poi addirittura Monopoli in funzione della influenza sulla mi aspetto della vita sociale che si svolge in quel determinato territorio e non solo della sua dimensione politica, è inevitabile che la sua porosità, le abilità di quel limite risultino tali da pregiudicare la sua stessa visibilità, la sua stessa tracciabilità.
2 la si deve accettare come compiuta. Forse nulla rivela di più la nuova situazione che governance il carattere dominante assunto per questo filone di studi dal tema della e global governance 3 della. Gli Stati hanno ancora un ruolo nel nuovo complesso fragmegration uneven fragmegration istituzionale? Per Rosenau l’ordine della e di una avrebbe sostituito quello basato solo sulla sovranità degli Stati e ciò implica che la societal cohesion gestione e la comprensione delle dinamiche di devono cambiare. Un filone piuttosto recente di questo settore di studi politici mostra che si ottengono state building. risultati scadenti quando la modernità occidentale tenta lo Ciò può essere spiegato con il fatto che o non si è in grado di riprodurre le condizioni dello state building know how Stato o il fallimento dello rivela l'effettiva indisponibilità del dello Stato: quella che sembrava essere un’equazione risolta in realtà non lo era.
Da parte degli stessi osservatori che insistono sulla crisi dello Stato viene considerata elevata la probabilità che gli eredi declassati degli Stati o i loro frammenti sono destinati a rimanere attori importanti per il sistema politico globale e post-statuale. Qualcosa di analogo proviene anche dagli studi dedicati a un'esperienza politica a noi molto vicina: l'Europa continentale centro-occidentale. Come classificare l'Unione Europea? È uno stato o una realtà inter, sopra-statuale? L’introduzione dell'euro e tutte le vicende collegate ad esso non hanno contribuito ad ottenere la risposta corretta.
Anche dagli studi sul diritto si ha nessuna soddisfazione per l’equazione tra Stato e modernità. Scegliendo un profilo di una realtà complessa, si può osservare che si assiste a un ritorno del diritto a spese della legge dello Stato e della pretesa di questo di controllare anche il diritto. Mantenendo le lenti weberiane, può uno Stato subire uno scacco così radicale? No. In questa stessa prospettiva è utile chiedersi: può darsi una costituzione in una società senza Stato? o in una società in cui ancora è presente qualcosa con questo nome, ma che non
Alcune esigenze del mezzo passo indietro
mezzo passo indietro
Per compiere il serve una teoria che sia in grado di interpretare state societies lo Stato e il regime delle come una variante della modernità. Affermare mezzo passo indietro, che serve una teoria, per compiere il non prelude assolutamente all'affermazione che la sociologia mette a disposizione una sola teoria con le caratteristiche minime richieste.
(i) Serve una teoria sociologia che disponga di una nozione discretamente precisa e generale di ordine sociale, sì da poter distinguere delle caratteristiche precise di un “ordine sociale moderno” e anche da poter non confondere le caratteristiche di un caso qualsiasi ordine sociale moderno con l’ordine sociale moderno. Una teoria del genere deve evitare di cedere a quella tentazione di assumere lo Stato o la Nazione 5 come unità d'analisi e fatalmente come orizzonte e prospettiva dell'analisi. Serve una teoria che non rinunci alla società e alla teoria sociale di Aristotele come teoria politica. Questa teoria sociale deve disporre anche di una teoria della società moderna 6 utile alla società moderna.
2. Rosenau 1992,1995: Willke 2009, Eisenstadt 200a:24. Il che non esclude che possano tornare poche grandi strutture autoritarie con molto in comune con i vecchi stati. E si erano la forma sociale e politica di base, erano molti ed anche piccoli, ma la crisi di stati come il Belgio L'Italia non esclude a priori la possibilità del successo della Cina della Russia.
global governance
3. Per J. Rosenau la è espressione di una s
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