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Differenza tra pedagogia ed educazione

Definizione di pedagogia

Pedagogia = disciplina che studia i problemi relativi all’educazione e alla formazione dell’uomo avvalendosi dell’apporto di numerose altre scienze allo scopo di indicare i principi, i metodi, i sistemi su cui modellare la concreta prassi educativa.

Analisi:

  • “Studia” il pedagogista è colui che “studia” soltanto, ma non agisce (l’educazione si).
  • “Dell’uomo” esclude la donna e le persone non-binarie (uomo in senso generale, ma può essere oggetto di critica).
  • “Altre scienze” la pedagogia non è autosufficiente, ha bisogno di altri saperi.
  • “Metodo” è la capacità di mettere insieme risorse per raggiungere uno scopo.
  • “Sistemi” organizzazioni all’interno delle quali tutto ciò si produce.
  • “Prassi” la pedagogia è come se fornisse modelli da cui discendono prassi educative.

Interrelazione tra teoria e prassi

La teoria genera la prassi e la prassi genera la teoria: non posso affrontare la pratica senza avere prima una base teorica di riferimento per conoscere e affrontare l’atto pratico.

La prassi genera la teoria e la teoria genera la prassi: posso avvalermi dei miei principi e valori senza basarmi su una teoria accademica. Se io pratico educazione (es. babysitter) ne ricavo teoria che finisce per educare l’altro, ma anche me stessa.

Nella sua formazione l’educatore deve diventare pedagogista di se stesso perché deve pensarsi come un ‘produttore di teoria’ e continuare ad agire arricchendosi sempre più di sapere. Teoria e prassi quindi non sono due mondi separati, non si sovrappongono tra loro, bensì interagiscono tra loro in una circolarità che non fa prevalere e non mette a rischio né una né l’altra.

Definizione di educazione

EDUCAZIONE non ha una definizione in particolare, bensì si articola in diverse concezioni.

Educare = trarre fuori qualcosa dagli esseri umani e allevarlo; il promuovere con l’insegnamento e con l’esempio lo sviluppo delle facoltà intellettuali, estetiche, e delle qualità morali di una persona, specialmente di giovane età.

Analisi:

  • “Con l’esempio” l’esempio lo si può trovare solo nella quotidianità e nei momenti più banali (non si impara a scuola).
  • “Qualità morali” non esistono in una persona.

Oggetto dell'educazione

In generale è l’attività, l’opera e il risultato di educare (azione verso l’esterno) o di educarsi (verso l’interno). Possiamo auto-educarci leggendo un libro o riflettendo su noi stessi come individui nel mondo. Gli oggetti dell’educazione sono:

  • Lo sviluppo di facoltà e attitudini: ogni essere umano ha in sé delle capacità potenziali ed attitudini che devono essere sviluppate.
  • Affinamento della sensibilità: l’essere umano deve essere educato affinché questa sensibilità venga affinata.
  • Correzione del comportamento: dà l’idea di un’educazione dura in quanto cambia i comportamenti umani. Non si intende però vietare all’altro un certo comportamento, bensì convincerlo a comportarsi in un certo modo (“portarlo dalla parte giusta” anche se non si sa quale sia).
  • Trasmissione e acquisizione di una cultura: elementi culturali, estetici e morali devono essere trasmessi e acquisiti attraverso l’educazione per correggere poi il comportamento “sbagliato”.

Educare

Educare = curare l’educazione della mente, dello spirito, dell’ingegno, della fantasia, della memoria, del senso estetico, del gusto, dei sensi. Si potrebbe pensare che questo tipo di educazione sia elitario, ovvero limitata solo ai ceti sociali più alti, poiché questi erano gli unici loro obblighi nella vita, mentre il resto dei ceti sociali doveva sviluppare capacità per entrare nel mondo del lavoro. Le classi dirigenti dovevano ricevere un’educazione di tipo classico affinché ricevessero una formazione completa per diventare cittadini obbedienti.

Educazione come processo

Educazione = in particolare è il processo di trasmissione culturale attraverso il quale alcune istituzioni sociali (compresa la famiglia perché non è considerata come qualcosa di naturale, ma di costruito) formano la personalità di un individuo integrandolo nella società. L’integrazione è l’adattamento e l’accettazione di un’altra cultura, ma anche l’accoglienza di essa. È un processo che modella l'individuo, lo adatta e lo integra nella società.

Educazione = il processo di formazione dell’individuo che si sviluppa lungo tutta la vita (non solo nell’infanzia) in un sistema omogeneo (insieme di persone con una formazione uguale) che unisca i vari momenti della vita associata (famiglia, lavoro, scuola). Pensare che l’educazione sia solo infantile è ingiusto poiché tutti hanno diritto a ricevere un’educazione per tutta la vita (es. i corsi di formazione lavorativa che permettono a una persona di acquisire nuove conoscenze).

Educazione = in pedagogia è l’insieme delle attività individuali o collettive che permette, grazie a tecniche e metodi specifici, il raggiungimento di conoscenze prefissate e abilità da parte di individui generalmente (non per forza) giovani. Essa quindi non è affidata al caso, bensì è precisa, scientifica, sistematica e certa.

La figura dell'educatore

La figura dell’educatore professionale è incerta, sfuggente, costantemente in via di definizione e contraria a qualsiasi stabilizzazione in termini di compiti e funzioni. È quindi una figura “liquida”, ovvero che non può trasformarsi in solida, fissa e definita ma che non per questo sia indefinibile o impalpabile. È una debolezza strutturale essenziale e salutare perché rappresenta allo stesso tempo la forza dell’educatore poiché intesa come un’apertura continua di possibilità rispetto al proprio modo di essere e di operare. L’educatore è incerto perché è la risultante di una serie di assunzioni di responsabilità che variano in base alla fase dell’esistenza della persona alla quale si interessa. L’incertezza è dovuta anche al fatto che non si colloca più in una società stabile, ferma nei suoi tratti portanti e con punti di riferimento capaci di orientare il lavoro educativo, bensì in una società in costante trasformazione e cambiamento.

La condizione d’incertezza attuale è la risultante di un lungo periodo iniziato nei cosiddetti anni formidabili del ’60-’70. L’educatore era riconosciuto solo come colui che lavorava in istituzioni chiuse per l’educazione o la rieducazione dei minori, in cui esercitavano un forte controllo sociale finalizzato all’adattamento costrittivo dei soggetti alle norme sociali e culturali esistenti (logica carceraria e non comunitaria). Negli anni Settanta quest’educatore correttivo entra in crisi così come le pratiche educative in quanto non erano più adeguate a rispondere alle esigenze della nuova realtà creatasi con il passaggio da un ambiente agricolo a uno industriale-moderno. Avviene anche il passaggio da un’assistenza diretta solamente alle persone bisognose perché non in grado di provvedere ai propri bisogni vitali a servizi rivolti a tutti i cittadini basati sulla promozione del benessere e sull’azione che va oltre i bisogni vitali. Ciò fa nascere nuovi compiti educativi: riabilitazione, reinserimento, prevenzione e sensibilizzazione. Non nascono solo nuove figure educative ma viene ridimensionato proprio il ruolo dell’educatore che non si esaurisce nella protezione della società ma nel suo cambiamento. Infatti il mandato sociale “correttivo” viene rielaborato dagli educatori che marciano più sull’integrazione che sull’esclusione; l’educatore è esecutore e co-autore del mandato poiché ha sempre un margine di autonomia operativa nelle decisioni da prendere.

Dopo gli anni ’70 l’educatore diventa sempre più un riferimento stabile in alcuni periodi della vita e alcune condizioni di problematicità dei soggetti; grazie alla globalizzazione si aprono per loro nuove possibilità.

Caratteristiche dell'educatore

Nonostante la figura dell’educatore dipenda dal contesto, tempo/luogo, dalle caratteristiche degli utenti (sia liquida), egli ha dei tratti essenziali e distintivi senza i quali si dubiterebbe di essere in sua presenza:

  • Individua, promuove e sviluppa le potenzialità dei soggetti (al centro del suo lavoro).
  • Nei confronti delle potenzialità può agire sul piano: promozionale, per far sì che le potenzialità dei soggetti li rendano in grado di realizzarsi come persone autonome, preventivo, per far sì che le potenzialità diminuiscano il rischio di non trasformarsi in atti, e riabilitativo, per far sì che i soggetti riacquisiscano il processo trasformativo delle potenzialità in atti.
  • Il vincolo e la rielaborazione interpretativa del mandato sociale.
  • L’operatività educativa si svolge in ambiti organizzati: nei servizi e nei progetti.
  • Relazione non solo con i soggetti destinatari, ma anche con le altre figure professionali (educatori e non) per raggiungere gli obiettivi educativi.

Motivazioni dell'educatore

Le motivazioni di questo lavoro possono essere: l’intenzione di lavorare con persone e non con cose, l’operare per il benessere altrui, tentare con la propria azione professionale a ridurre forme di malessere sociale e il “voler lavorare coi bambini” considerandolo più facile per il fatto di esserci già passati.

Educazione professionale sottoposta ad affidamenti e deleghe previsti e legittimati; le intenzioni educative rendono necessario l’intervento di operatori specializzati (insegnanti, istruttori).

Educazione non professionale insita nel ruolo di genitore; la famiglia non delega alcuni aspetti della propria potenzialità educativa perché si ritiene esserne in possesso per il solo fatto di essere tale. Sembrerebbe quindi che la capacità di educare sia una competenza innata che deve solo essere scoperta e che il sapere necessario per educare si acquisisca per il solo fatto di essere stati educandi.

In realtà la ricerca della conoscenza è un processo ininterrotto che è rivitalizzato continuamente dalla consapevolezza di non sapere, per cui l’educare è esperienza perenne sia in posizione da educatore che da educando.

Rappresentazioni dell'educatore

Esistono due rappresentazioni di educatore: quello “caldo”, che è motivato, emotivamente coinvolto, passionale, e quello “freddo”, che è razionale, distaccato, efficace ed efficiente. In realtà l’educatore professionale dovrebbe essere un mix tra i due: non potrebbe mai essere amico di un educando perché è la struttura relazionale e il contesto sociale che lo impediscono (può creare trasgressività); la comunità non è una famiglia per cui le affettività presenti in comunità non saranno mai quelle familiari proprio perché essa ha scopi, strutture, ecc.

La missione dell'educatore

Il compito generale dell’educatore è intervenire laddove le normali dinamiche educative non consentono o non consentirebbero un autonomo percorso di crescita verso un’auspicata condizione adulta e una permanenza più lunga possibile all’interno di tale auspicata condizione. Con questo non si intende però il tentativo di ritardare l’ingresso nella vecchiaia, anche perché non esiste nessun confine che separi l’età adulta da quella anziana. Sono infatti rappresentazioni sociali mutevoli consistenti in una serie di compiti richiesti alle persone all’interno di un determinato contesto sociale. Il lavoro dell’educatore è improntato anche alla necessità di impedire esperienze di adultizzazione precoce dovuta a traumatismi (abbandono/espulsione scolastica, abuso sessuale, mancanza di possibilità di affidarsi a genitori).

La condizione adulta auspicata, che costituisce l’orizzonte di riferimento del lavoro educativo, è contrassegnata dal possesso di alcune caratteristiche (variano in base a genere, etnia, territorio):

  • Disporre di un reddito in grado di consentire la possibilità di acquistare beni che superino la soglia della sopravvivenza. L’adulto auspicato se lo procura da attività o fonti lecite e non da quelle illegali.
  • Accedere ai servizi essenziali connessi alla condizione di cittadino (sanitari, scolastici). Il rischio è che acceda non sulla base di diritti di cittadinanza, ma in base al reddito.
  • Praticare un’attività professionale il lavoro contribuisce a dare un’identità e un ruolo sociale.
  • Avere relazioni familiari e sociali soddisfacenti si auspica la frequentazione di luoghi, attività, associazioni, sistemi.
  • Godere di buona salute si auspica un completo stato di benessere fisico, psichico e sociale per una sopravvivenza più a lungo possibile.
  • Fornire prestazioni psichiche e fisiche biologicamente e socialmente previste per la fascia di età e per il genere di appartenenza, in termini di evoluzione, compensazione e recupero.
  • Disporre di un livello di istruzione sufficiente.
  • Esercitare capacità critica rispetto alla propria condizione individuale e sociale.
  • Essere autosufficiente nell’affrontare le incombenze quotidiane.
  • Essere in grado di prendersi cura degli altri.
  • Partecipare al benessere collettivo.

L’educatore all’interno di un’esperienza educativa intenzionale deve spingersi a produrre un cambiamento nei soggetti coinvolti, ovvero cercare di raggiungere un bilancio qualitativamente e quantitativamente positivo tra la situazione iniziale e quella finale in cui i soggetti dovrebbero risultare più colti, maturi, consapevoli, abili, autonomi. L’educatore è quindi uno stimolatore di cambiamento di vitale importanza che può agire direttamente sugli individui o creare un contesto di vita all’interno del quale può verificarsi il cambiamento auspicato (azione implicita). Tuttavia, esso può essere anche un bilancio non auspicato, per cui negativo e temuto, dove il lavoro educativo consiste in resistenza, compensazione, mantenimento.

Il lavoro educativo è connesso inoltre all’ampliamento, alla stabilizzazione e al recupero dell’autonomia (la libertà di scelta, di governarsi con le proprie leggi), ma allo stesso tempo anche all’agire per ridurre l’autonomia dei soggetti. Educare infatti può comportare anche operare per ridurre la libertà di scelta altrui, ricondurli all’interno delle norme, dei valori, dei confini ritenuti limiti insuperabili per il proprio e l’altrui vantaggio e interesse (es. adolescenti “ribelli”).

L’autonomia non si riferisce solo alla vita, ma anche alla relazione educativa: un’esperienza educativa è ritenuta compiuta quando il soggetto si stacca e si rende indipendente da essa stessa, dalle istituzioni, dai servizi, dagli operatori che lo hanno aiutato ad attivare il cambiamento.

Esiste però il rischio di confondere una vera autonomia dell’utente dal servizio con quella finta autonomia che maschera l’abbandono dello stesso da parte di un sistema di protezione pubblica. Nella vita privata e parentale la dipendenza (bisogno degli altri) è legittima, mentre nella vita pubblica essa diventa umiliante.

La relazione educativa

L’attivazione e il mantenimento di una relazione tra educatore ed educando è una delle caratteristiche su cui si fonda l’atto educativo. È lo strumento più importante di tale lavoro, finalizzato al raggiungimento di un obiettivo non riconducibile alla relazione stessa. È il luogo comunicativo in cui viene annunciata esplicitamente l’intenzionalità educativa ricercata e organizzata verso uno dei due interlocutori.

La relazione presenta sfumature diverse che variano in base al luogo dell’incontro, all’età dell’utenza, alla presenza di altri operatori; tuttavia, presenta delle caratteristiche portanti invarianti.

La prima è l’asimmetria, ovvero la mancanza di corrispondenza e proporzione tra le due parti costituenti; l’asimmetria non si deve confondere con la dipendenza che vede il più piccolo, debole e meno formato inferiore rispetto al più grande, forte e formato (superiore). La relazione deve essere obbligatoriamente asimmetrica in termini di consapevolezza (delle diverse variabili che la creano) e di responsabilità (del futuro del soggetto), al di là di tutte le connotazioni specifiche che potrebbe assumere (asimmetria di sapere, potere, esperienze, decisionalità, autonomia, comprensione, ecc.). La condizione non è paritaria, ma l’asimmetria deve essere ridotta il più possibile (anche se non si potrà mai annullare del tutto).

La seconda è il pregiudizio, ovvero il giudizio/l’opinione errato che viene pronunciato prima di un esame completo di tutti gli elementi rilevanti e quindi di una conoscenza dei fatti e delle persone e che viene influenzato dall’opinione comune a tutti. Il pregiudizio è negativo se inteso come immobilità classificatoria, collocazione dell’altro, vincolo conoscitivo, limite; positivo se invece è fatto con consapevolezza come se fosse un'ipotesi di lavoro per la verifica della realtà.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Alessiaa__3 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Tramma Sergio.
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