Esterna, in cui i genitori riescono a interagire tra loro senza concretizzare le fantasie di reciproca distruttività del bambino.
Capitolo 7: Metodologia peritale e tecniche investigative
Il capitolo si occupa di tre ambiti operativi dell'attività peritale: la separazione e l'affidamento dei figli, con particolare attenzione alla PAS (Sindrome di Alienazione Parentale) e alle sue conseguenze sui figli; la valutazione del danno psichico ed esistenziale; la testimonianza, che è un tema appartenente al campo penale.
1 La metodologia peritale in ambito civile: la separazione e l'affidamento del minore
La consulenza tecnica (CT) opera nell'ambito del processo civile ed è disciplinata dal codice di procedura civile, mentre la perizia è impiegata dal processo penale e disciplinata dal codice di procedura penale.
La CT è disposta dal giudice, qualora ritenga sia necessaria una specifica competenza tecnica, di cui il magistrato è sprovvisto, al fine di risolvere il caso. Il consulente offre gli strumenti logici per la valutazione della situazione.
Il Centro di Psicologia Giuridica (C. P. G.) dell'Istituto per lo studio delle Psicoterapie di Roma, da oltre 15 anni offre consulenze nei vari campi della psicologia giuridica, tra cui valutazione dell'attendibilità della testimonianza del minore, valutazione della personalità del minore autore di un reato, mediazione penale, affidamento del minore, ascolto protetto del minore ecc.
La metodologia del Centro prevede dei metodi della psicologia giuridica clinica con riferimento all'approccio strategico, che impone lo spostamento del focus dal singolo alle reti relazionali, da un'ottica lineare ad una circolare, dai ruoli rigidi alle regole del sistema familiare, dalle intenzioni agli effetti pragmatici delle azioni, dal tempo cronologico (passato-presente) al tempo relazionale (hic et nunc).
La separazione, in quanto evento paranormativo, può minare il percorso riorganizzativo del nucleo familiare. Tuttavia, in un'ottica strategica la separazione va intesa non come rottura dei rapporti ma come evoluzione dinamica di essi.
In primis è necessaria una ristrutturazione delle competenze genitoriali, seguita da una ridefinizione, cioè una separazione degli ex coniugi dei loro ruoli di marito e moglie da quelli di padre e madre, al fine di arrivare ad una “coparental relationship”, ovvero una relazione che consente ai coniugi di continuare a vivere a pieno il proprio ruolo di genitori, pur essendo separati.
Haley, uno dei padri dell'approccio strategico, ipotizza tre modi di concettualizzare l'interazione familiare:
- Si pone attenzione alla struttura familiare (ruoli, funzionamento dei sottosistemi);
- Si enfatizza il processo di interazione;
- Si studia la famiglia come gruppo di lavoro che produce un certo risultato, dato un certo compito.
La CT in ambito civile analizza non solo gli individui, ma anche le loro relazioni, perciò fa uso di strumenti volti ad analizzare le caratteristiche relazionali. Il suo lavoro comprende l'analisi della struttura iniziale della famiglia, la sua evoluzione, la dinamica del processo di sfaldamento della famiglia, e la previsione dell'assetto che le relazioni assumeranno.
Il lavoro del CTU comprende strategie volte a favorire atteggiamenti favorevoli alla risoluzione dei problemi (momento propedeutico), l'esplicitazione delle difficoltà e la distinzione di quelle vere da quelle false (momento esplorativo o diagnostico), chiedere ai genitori di formulare delle possibili soluzioni ai problemi (momento ideativo), far emergere le proposte per valutare quelle migliori (momento decisionale).
La metodologia peritale proposta dal C.P.G.
La metodologia peritale proposta dal C.P.G. fa riferimento a sette punti:
- La video e audioregistrazione degli incontri peritali per permettere a tutti gli esperti di osservare con attenzione ciò che avviene, cogliendo le particolarità espresse attraverso i diversi canali comunicativi;
- L'osservazione e i colloqui clinici con i componenti della famiglia per raccogliere info sulla storia di entrambi i componenti della coppia e delle loro interazioni con gli altri membri della famiglia;
- I reattivi mentali devono essere impiegati in questa sede escludendo ogni esplicitazione diagnostica;
- Il colloquio congiunto con i genitori serve a ricostruire la storia familiare e ad osservare le capacità di comunicazione e cooperazione dei due, per la felicità del figlio;
- Il colloquio congiunto genitore-figlio/i consente di valutare la loro relazione;
- Il colloquio col minore consente di valutare i suoi reali bisogni e le relazioni che ha con genitori o gli eventuali nuovi partner, e le introiezioni e le identificazioni da lui sperimentate;
- L'incontro con tutta la famiglia si affrontano i conflitti di coppia e quelli di lealtà. Inoltre, questi incontri servono ai figli per sperimentare delle situazioni protette e supervisionate da una persona esterna, in cui i genitori riescono a interagire tra loro senza concretizzare le fantasie di reciproca distruttività del bambino.
Inoltre, può essere utile assegnare alla famiglia dei compiti congiunti, in modo che tutti i membri possano cooperare e conoscere le risorse che ognuno è in grado di attivare per il conseguimento del risultato comune. Ad esempio, nell'incontro congiunto viene assegnato alla famiglia il compito di fare un disegno che li rappresenti come famiglia (disegno congiunto).
Un altro metodo è l'intervista strutturata di Watzlawick che ha il vantaggio di fornire risultati evidenti e direttamente osservabili o accessibili mediante l'ascolto della registrazione. Essa si basa sull'idea che gran parte delle idee di cui ha bisogno il clinico sono al di fuori della consapevolezza della famiglia; le interazioni durante gli incontri si basano su degli schemi ripetitivi che mostrano il modo della famiglia di affrontare gli stress; occorre fare attenzione non tanto al contenuto della comunicazione, quanto al processo comunicativo.
Attraverso l'analisi del materiale raccolto, il CTU può far luce sui ruoli presenti nella famiglia e su chi riveste il ruolo di leader, sulla eventuale presenza di rapporti antagonistici, di squalificazioni o di coalizione di un genitore con il figlio contro l'altro coniuge, e se la disgregazione familiare riguarda solo la coppia o anche il sottosistema genitori-figli.
Un'ultima metodologia strategica impiegata dal CTU è il Gioco triadico di Losanna che valuta l'interazione triadica madre-padre-bambino. La triade viene studiata come gruppo praticante in un'interazione reale, in cui il distacco non spezza i legami ma può dar forma a nuovi coinvolgimenti.
In tal senso la triade genitori-figlio è considerata paradigmatica, non esclusiva. I rapporti nella triade si sviluppano sempre nell'interazione con gli altri e tutti i triangoli relazionali di cui il bambino fa parte sono implicati nella dinamica circolare svincolo-affidamento-accoglienza-effetti-coingimento. Il lavoro del CTU dovrebbe condurre a un maggior coinvolgimento di entrambi i genitori.
È importante ricordare che il consulente sa che la CTU non rappresenta il luogo per intraprendere una procedura terapeutica, ma serve solo a rendere i genitori consapevoli dell'esistenza di alcuni problemi, che potranno poi approfondire e affrontare in contesti terapeutici appropriati.
2 Aspetti metodologici nella valutazione e quantificazione del danno psichico
La valutazione del danno biologico psichico rappresenta per la psicologia giuridica un tema di attuazione e ricerca relativamente nuovo. È importante precisare la definizione giuridica di danno biologico e l'approccio metodologico alla sua valutazione.
Per quanto riguarda la definizione di danno biologico, vi è una continua evoluzione giuridica e giurisprudenziale su questo concetto, in particolare sulla differenza tra danno biologico e danno esistenziale.
Secondo una recente definizione, il danno biologico di natura psichica (o danno psichico) è una patologia psichica che si sviluppa in seguito ad un evento traumatico o ad un logoramento sistematico di un certo peso, che può essere di natura colposa o dolosa e si manifesta attraverso sintomi e alterazioni della personalità e si stabilizza in un arco di tempo da 1 a 2 anni.
Per quanto riguarda il metodo, non c'è ancora una prassi condivisa tra gli operatori, per questo motivo è nata l'idea di analizzare l'impostazione seguita da professionisti in questo campo, in particolare in riferimento ad un settore molto attuale di valutazione, che è quello del danno psichico nel contesto lavorativo.
La ricerca condotta da Pajardi e Vagni all'interno di un progetto COFIN, si è focalizzata sull'analisi di 40 relazioni peritali, riguardanti il danno psichico nel contesto lavorativo, condotte da medici legali e psichiatri.
Lo scopo della ricerca era individuare la metodologia peritale, gli strumenti diagnostici, il tipo di relazione e la coerenza tra strumenti e conclusioni, i quesiti peritali, le competenze necessarie per accertare il danno e i criteri di accertamento del nesso causale tra conseguenze psichiche ed evento per cui si richiede il risarcimento.
Sul campione è stata attuata un'analisi del contenuto delle relazioni attraverso il software Atlas.ti versione 5.0. Dai risultati emerge una omogeneità nell'uso degli strumenti diagnostici e nelle linee guida peritali, mentre c'è una divergenza nel modo e nella qualità delle conclusioni sviluppate dal perito.
La figura dello psicologo è stata relegata, in questo studio, per lo più alla somministrazione ed elaborazione dei test, pertanto la psicologia ha avuto un ruolo marginale.
Per quanto riguarda i disturbi riscontrati, emerge dallo studio una scarsa incidenza del DPTS (disturbo post-traumatico da stress) e una maggior presenza del disturbo dell'adattamento. Infine, per determinare il nesso causale tra conseguenze psichiche ed evento reale sono stati utilizzati i criteri causali della medicina legale.
A volte sembra che il perito sia poco chiaro nel presentare i motivi delle sue constatazioni. Questo potrebbe essere segno di una scarsa indagine anamnestica, di un esame psichico non approfondito o dell'assenza di integrazioni psicodiagnostiche.
La quantificazione percentuale del danno
Un aspetto importante della valutazione del danno riguarda la sua quantificazione percentuale, motivata dal fatto che il magistrato ha a disposizione delle tabelle di conversione tra danno registrato dal consulente e il corrispettivo economico.
È molto difficile quantificare il danno psichico ed è per questo che si sta lavorando a delle linee di quantificazione comuni che possano dare maggiore oggettività a queste valutazioni.
Una di queste iniziative è portata avanti dall'Associazione Melchiorre Gioia, un'associazione medico-legale che studia il danno in un'ottica interdisciplinare e che sta lavorando per proporre delle linee guida di quantificazione condivise tra professionisti.
Queste procedure di oggettivazione della quantificazione potrebbero servire a fornire nuove conoscenze ad avvocati e magistrati e a dare una forma più solida di valutazione del danno psichico, spesso non preso sul serio come si dovrebbe.
Al momento, esistono in letteratura alcune griglie di quantificazione. Forniamo tre esempi.
- Modello proposto da Brondolo e Marigliano: fa riferimento al DSM IV, è facile da attuare e non si riferisce ad una diagnosi specifica. Questo modello suddivide i sintomi elencati nel DSM nei casi più frequenti di danno psichico, dai disturbi d'ansia al PTSD, e li elenca su una scala di gravità, in modo che chi valuta identifica sulla scala il range in cui si trova il caso trattato.
- Tabelle di Buzzi e Vanini: tabelle rigide che dividono in modo specifico la quantificazione in termini percentuali. Utilizzano in modo preciso le diagnosi del DSM IV, quindi fanno riferimento a diagnosi specifiche di tale nosografia.
- Linee guida di quantificazione di Pajardi e co: è una griglia che permette all'operatore di definire dei range di gravità in cui identificare un livello di danno. Essa è la prima griglia proposta da psicologi, e non solo da psichiatri e medici legali, si riferisce al DSM, non considera il danno inferiore al 10 %, considera dei parametri di funzionamento del soggetto di diversa natura e l'usura delle risorse di adattamento, indica livelli di incidenza del danno di crescente gravità tra i quali il clinico può scegliere in base alla sua valutazione della gravità del danno, è più facile da utilizzare, si riferisce alle risorse che un evento può aver gravemente compromesso.
3 Il danno non patrimoniale con pregiudizio esistenziale dal punto di vista psicologico
Il danno esistenziale è un concetto molto importante dal punto di vista psicologico, in quanto ammette che la sofferenza non è solo qualcosa che esiste sotto la pelle della persona, ma si esprime anche all'esterno nelle sue relazioni, nel suo lavoro e in ogni aspetto della vita quotidiana.
Il danno esistenziale non riguarda i sentimenti o gli stati d'animo, ma l'effettiva modificazione in negativo della vita della vittima, la quale può essere documentata da fatti concreti e cambiamenti percepibili da chiunque.
Esso nasce come figura risarcitoria per la vittima e serve a tutelare le gravi compromissioni nella vita dei soggetti. Dal punto di vista giuridico, il danno esistenziale appartiene alla categoria del danno non patrimoniale e si distingue dal danno patrimoniale, in quanto quest'ultimo provoca un danneggiamento del patrimonio del soggetto.
Rientrano nel danno non patrimoniale, oltre a quello con pregiudizio esistenziale, anche quello biologico, che implica menomazioni fisiche, quello morale, ovvero la sofferenza interiore, e il danno biologico di tipo psichico, che consiste nell'alterazione della personalità del soggetto e si stabilizza nel tempo.
Di recente, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, massimo organo giurisprudenziale, con le sentenze 26972, 26973, 26974 e 26975, dell'11 novembre 2008, hanno riorganizzato il sistema risarcitorio relativo al danno non patrimoniale, il quale viene considerato come una categoria unica, non divisibile in sottocategorie.
In realtà, la mancanza di ripartizione del danno è solo fittizia, in quanto le suddette sentenze, pur tentando di eliminare le distinzioni nel campo non patrimoniale, avvertono la necessità di una ripartizione del danno alla persona, attraverso una personalizzazione di questo.
La psicologia giuridica possiede gli strumenti diagnostici, il tipo di relazione e la coerenza tra strumenti e conclusioni, i quesiti peritali, con le competenze necessarie per accertare il danno e i criteri di accertamento del nesso causale tra conseguenze psichiche ed evento per cui si richiede il risarcimento.
I test utilizzati sono in genere ad ampio spettro: le scale Wechsler d'intelligenza, i reattivi di memoria e percezione di A. Rey, il Rorschach, il TAT, il questionario di personalità MMPI, affiancati da scale di valutazione della qualità della vita e di disturbi specifici, come il Disability Assessment Schedule (DAS II) e il WHO-Qol che valuta la qualità della vita e il Quality of Life-Proxy (QoL-P) in forma breve.
Al termine della valutazione deve essere stesa una relazione finale sul percorso logico e tecnico attuato, in modo che chi legge la consulenza possa capire e verificare i motivi delle conclusioni a cui si è giunti.
Dopo aver accertato il danno esistenziale, bisogna quantificarlo in termini di risarcimento al soggetto danneggiato. Questo aspetto è problematico perché mancano dei criteri oggettivi di quantificazione del danno non patrimoniale, ad eccezione del danno biologico.
Fino ad oggi, sono state proposte più modalità per svolgere questa quantificazione, come la liquidazione secondo equità, l'equità calibrata di Cassano, l'equazione di Liberati, ma nessuna ha dato parametri certi.
Pertanto, è nata, con la collaborazione dell'avvocato Mattiangeli, la proposta di calcolo del danno esistenziale di tipo permanente. In tale ottica, la vita del soggetto viene classificata in 4 aree, in cui la persona può esprimere se stessa:
- Area pratica/fisica: include attività giornaliere come mangiare, dormire, vestirsi (AP);
- Area emozionale/psicologica: include funzionamento cognitivo/emozionale e la capacità del soggetto di provare piacere in attività o relazioni che aumentano benessere e autostima (AE);
- Area sociale/ambientale: riguarda le relazioni con gli altri e la possibilità di spostarsi e vivere in sintonia con l'ambiente (AS);
- Area lavorativa/scolastica: riguarda lo svolgimento di un lavoro o di un'attività scelta liberamente e la possibilità di godere di un successo lavorativo e seguire le proprie ambizioni (AL).
Tale lavoro si ispira all'equazione di Liberati. La somma delle 4 aree è 100, cioè la totalità dell'attività realizzatrice dell'individuo: AP+AE+AS+AL=ar=100%.
È stato sostituito al danno esistenziale un valore, che è sempre minore del valore vita, in quanto qualsiasi lesione esistenziale non potrà mai essere maggiore della lesione biologica della vita. Questo valore è detto correttivo, e oscilla da 0.5 a 0.8. Esso è un parametro soggettivo, associato all'età, al danno, allo stile di vita del soggetto:
AP+AE+AS+AL=DE<V; DE=CORRETTIVO.
Per l'utilizzo della formula Crespi bisogna calcolare il valore incidenza (I) e quello lesione (L). Ogni area avrà un'incidenza diversa in ogni soggetto e ognuna sarà stata lesionata dall'evento lesivo in percentuale diversa.
Quindi, il consulente deve valutare il grado d'incidenza in ogni area prima dell'evento lesivo e il grado di lesione per ogni area dopo l'evento. Dopo di che, considerando le teorie che valutano il danno esistenziale come percentuale del danno biologico e che l'entità percentuale della lesione e l'età del danneggiato sono messe in relazione attraverso delle tabelle a doppia entrata, si estrapola dalle tabelle il valore percentuale di lesione corrispondente alle varie aree e lo si sostituisce al valore vita (V).
Otteniamo, così, la formula di Crespi per il danno permanente:
C x (area pratica) + (area emozionale) + (area sociale) + (area lavorativa) = DE
incidenza x lesione incidenza x lesione incidenza x lesione incidenza x lesione
Quindi, il totale del danno esistenziale è dato dalla somma dei prodotti dell'incidenza percentuale di ogni area per la sua percentuale di lesione. Questo risultato deve essere ridotto del 50% o dell'80 %, poiché il danno esistenziale è sempre minore del valore vita.
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